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1 settembre 1929, si spengono le luci del Teatro Alhambra

Teatro Alhambra
Teatro Alhambra

È il primo set­tembre 1929. Lo spettacolo è finito, tace il proiettore che ha illuminato lo schermo con le immagini d’uno scadente film muto in bianco e nero, si spengono le luci, il silenzio assoluto inonda il vuoto del­la galleria e dei palchi. All’u­scita, il malinconico sguardo dei pochi spettatori saluta mestamente, con il buio d’u­na luna calante, il politeama “Alhambra” nel suo ultimo e anonimo giorno di vita.

In fondo a via Cavour, non c’è l’aria della scintillante festa di venti anni prima, quando il 28 agosto 1909 si inaugu­rava pomposamente il nuovo teatro, progettato dall’arch. tarantino Eduardo Russo, con la musica del Cigno di Busseto, con l’artistica rap­presentazione dell’Aida, con la partecipazione delle autori­tà e della buona società d’u­na città che brindava ai fasti dell’elegante struttura e a una grandezza ritrovata.

Il teatro si fa apprezzare per «il palcoscenico amplissimo, la vasta platea, i quattro ordi­ni di palchi, dei quali i due ulti­mi danno posto ad una dupli­ce gradinata di sfondo, tutto a dipinture bianco e oro, con fi­gurazioni mitologiche di nudo sulla volta e nel sipario»; è re­alizzato per l’iniziativa di alcu­ni giovani di facoltose famiglie tarantine, tra i quali Giuseppe Troilo, fratello del sindaco Francesco, e l’avv. Silvio Di Palma, che prendono in fitto un’area edificabile in fondo a via Cavour e con alle spalle l’azzurro dello Jonio.

Quanti ricordi custodisce questo politeama che si av­via alla demolizione! Sono indimenticabili le serate mu­sicali ben organizzate dai be­nemeriti de “Gli Amici della Musica”, le esibizioni di Tito Schipa, di Mafalda Favero, di Cettina Bianchi con la rap­presentazione di “Scugnizza” di Mario Costa, le onoranze per il primo centenario della morte di Giovanni Paisiello con il M° Francesco Cilea e il M° Gino Golisciani, i virtuo­sismi del violoncellista Arturo Bonucci con Armando Fanelli al pianoforte, le tante stagio­ni liriche e quelle teatrali con un’esaltante interpretazione della grande Emma Gramma­tica, la messa in scena de “La Nave” di D’Annunzio alla pre­senza dell’ex ministro e capo di stato maggiore della Ma­rina, amm. Giovanni Bettolo, le belle serate con il tarantino Enzo Tacci, ricercato interpre­te della melodia napoletana. Venti anni di ricordi e di vita, di gradevoli appuntamenti culturali e di incontri del bel mondo.

In questi venti anni, l’“Alhambra” ha ospitato la seduta inaugurale del con­gresso nazionale della Socie­tà Dante Alighieri del 1926, un affollato incontro con il barnabita Giovanni Semeria, influente confessore – secon­do Renzo De Felice – del gen. Luigi Cadorna, oratore col­to e coinvolgente, amico del grottagliese Vincenzo Calò. Il politeama è la sede dei più importanti e partecipati congressi, convegni, manife­stazioni politiche e sportive, serate di beneficenza e feste da ballo; è il simbolo e l’anima della città che conta e vuole contare sempre più.

Dopo il primo settembre 1929, con una spesa previ­sta di 350.000 lire per la sola demolizione, l’“Alhambra” ce­derà il posto al cantiere per la costruzione del monumentale Palazzo del Governo, dove ospitare la Prefettura e l’Am­ministrazione provinciale.

Teatro Alhambra
Teatro Alhambra

La nuova opera, voluta dal regime, è progettata – per in­dicazione dello stesso Mus­solini – dall’arch. Armando Brasini, accademico d’Italia e fautore di un’eclettica mega­lomania costruttiva.

Per costruire il nuovo Palazzo del Governo, l’Amministrazio­ne provinciale – con la presi­denza di Giuseppe Meta, as­sistito dal segretario dell’Ente, Michele Rinaldi – acquista, con ragguardevole valore di mercato, il terreno di 8.000 mq e l’adiacente villa Carduc­ci (costruita nel XVII secolo dall’arcidiacono Francesco Carducci Agustini), entrambi di proprietà del ricchissimo sen. leccese Vincenzo Tam­borrino, suocero del potente federale del fascismo joni­ co, il dott. Milziade Magnini, chirurgo, primario nel locale ospedale, docente universi­tario (deputato dal 28 aprile 1934 al 2 agosto 1943), co­nosciuto anche come esperto collezionista di terrecotte e di ceramiche di particolare rilie­vo storico e artistico. L’Ammi­nistrazione provinciale corri­sponde, altresì, con apposite transazioni, rilevanti indennità a quanti hanno in locazione il terreno del sen. Tamborrino: all’avv.

Silvio Di Palma per il teatro “Alhambra”, ad Angelo Ceci­nato per le fabbriche e i ma­gazzini esistenti, ai coniugi Stefano Bruno-Strina per i magazzini di mobili, ad Au­gusto Bosco per il ristorante “Miramare”, a Vincenzo D’A­quino per l’esercizio del forno, a Giuseppe Masi per lo studio di scultura. Un buon affare per tutti!

A nulla vale il disappunto ovattato, che non produca ri­torsioni da parte del regime, di quanti non condividono la perdita dell’importante ed elegante presidio culturale della città (dove sono pur pre­senti il “Fusco” inaugurato nel marzo 1907 e l’“Orfeo” aperto al pubblico nel febbraio 1915). L’arch. Arcangelo Speranza chiede, attraverso la “Voce del Popolo”, se «sarà mai possibile che la città rimanga senza un Teatro, degno di tal nome e degno dell’importan­za cui è giunto questo gran centro».

Da allora – al di là di restauri e ristrutturazioni dei due sto­rici teatri sopravvissuti – la città spera che, a tal proposi­to, venga riconosciuta la sua dignità culturale, attendendo ancora la giusta risposta.

Guglielmo Matichecchia
Socio Società di Storia Patria per la Puglia

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