Aula scolastica
Aula scolastica

No, non sto parlando di Goliar­dia, anche se il titolo che richia­ma un irripetibile motivetto go­liardico volutamente equivoca. Cerco di parlare seriamente (per quanto ne possa essere capace) di scuola. Dove sono tornato da qualche anno, non più proprio in età scolare, come esperto esterno per corsi di giornalismo. Ma, sia pure da esterno, in questi anni la scuola l’ho vista dall’interno. Diversa (e per molti aspetti mi­gliore) dell’immagine che ne per­cepisce l’opinione pubblica.

L’anno scolastico, che come l’an­nata agraria è ciclico, sfasato rispetto alla partizione del ca­lendario ufficiale, e riverbera del tempo mitico, fuori della Storia, è iniziato lunedì 2 per i profes­sori, il personale non docente, i presidi – o, come purtroppo li chiamano oggi, i dirigenti scola­stici.

Per gli studenti (e per le loro famiglie, che troppo spesso affi­dano i figli alla scuola come ieri li affidavano alla tv, ed oggi con maggiori rischi al web, quasi si trattasse di baby sitter) la riaper­tura oscilla fra il 16 ed il 18.

Anche per loro, comunque, ci siamo.

E ritornerà, fra tante altre que­stioni più o meno serie, stringen­ti, fondamentali, l’eterna querel­le sul voto. Eterna ma che da un po’ di anni è diventata decisiva anche per le sorti universitarie, dato che basta anche un inci­dente di voto nel terzo anno per precludere la lode o addirittura il 100 (senza lode) all’esame di Stato, il che può avere riflessi per accesso e/o agevolazioni in Uni­versità.

Tutto questo discende da una impostazione aberrante: il voto “retributivo”, quando non ad­dirittura “punitivo”. Il voto non può essere la retribuzione dello studente, se non in una visione stupidamente aziendalista della scuola, che già fa tanti danni di suo. Perché se il voto è lo stipen­dio dello studente, e lo studente è il lavoratore più sfruttato della scuola, e i professori (che pure sono dipendenti, e sfruttanti non poco e pagati assai male…) di­ventano i funzionari e i quadri che vessano i lavoratori e di­minuiscono loro lo stipendio (il voto), la risposta automatica è la rivolta di studenti e famiglie, fino ad arrivare alla purtroppo non infrequente serie di genitori che menano i professori.

Giuro di aver sentito docenti af­fermare categorici che loro 10 ad uno studente non l’avrebbero dato mai e poi mai; con qualcu­no con cui ero in maggior confi­denza, e moderandomi molto, ho obiettato: “perché, se non ad uno dei tuoi studenti credi di aver ti­tolo per poter dare un dieci ad un professore universitario o ad un Premio Nobel?”. Ma a parte que­sti casi limite, troppi ce ne sono che, schiavi della visione retri­butiva, sono tirchi coi voti, come se mettere 9 in luogo di 8 ad uno studente (il che tre ani dopo ma­gari gli consentirà di ottenere la lode alla maturità) comportasse il metter mano al proprio borsel­lino e scucire una moneta di più.

Molti sanno che io ho un amore sviscerato per una utopica (ma neanche tanto, perché in vari luoghi e tempi è stata realizza­ta) scuola totalmente avaluta­tiva; tale era la scuola medica di Ippocrate; così funzionava la nascente Università modello Bologna, quando semmai gli stu­denti valutavano i professori e li confermavano o congedavano. So bene che oggi potrebbe fun­zionare, semmai, in un master post laurea. Già in Università no; figuriamoci in una seconda­ria superiore. E va bene. Però, perlomeno, mettiamoci d’accor­do sulla funzione del voto: non una pena (hai studiato poco; mi hai guardato di traverso; ti sei distratto… quindi ti metto tre, o quattro!); non una retribuzio­ne (hai studiato molto; mi hai risposto come volevo io; la tua produttività di ricerche e tesine è cresciuta: dieci!); solo un asetti­co strumento di controllo dell’ef­ficacia del’apprendimento (e mi perdonino gli amici professori: anche dell’efficacia dell’insegna­mento). Come un termometro: avverto un leggero malore, con­trollo la temperatura: 37,2. Pos­so ricorrere anche ad un farmaco da banco, in base all’esperienza, magari della mamma. Segna 39? Medico, immediatamente. Per una accurata diagnosi, anche consultando l’anamnesi, perché prescriva una cura ed emetta una ragionevole prognosi.

Sono arrivato al liceo e non ca­pisco alcunché di Matematica (parlo di me, così nessuno si of­fende)? Certo c’è un mio concor­so di colpa, se proprio di colpa vogliamo parlare (ma la scuola non è non può essere né un tribu­nale né un carcere); certo c’è una precisa responsabilità dei do­centi delle medie e forse persino delle elementari. L’annullamento retroattivo però è una sterile sug­gestione. Il professore del liceo dovrebbe aiutarmi (credo che questo anche postulino i percorsi individuali tanto strombazzati) a recuperare, per quanto possibile, il ritardo, a colmare le lacune. E’ faticoso? Certamente. Tutti i professori sono in grado di far­lo? No. Alcuni, semplicemente, non vogliono. Altri non sapreb­bero come fare. Magari cono­scono la materia, ma non sanno come adeguatamente trasmet­tere questa conoscenza. Se poi, in una classe X, non sono solo io ad avere seri problemi con la Matematica (o col Greco, con l’Italiano, con l’Inglese, con la Filosofia…), forse c’è una emer­genza che non riguarda solo gli studenti. Il voto, e l’analisi del voto (così come, a conforto del voto “interno”, la valutazione Invalsi) a questo dovrebbero ser­vire, in una scuola intesa intan­to come “servizio” e non come “fabbrica” di un “prodotto”. E concepita, come finalità prima­ria, come servizio allo studente, in funzione del quale dovrebbe essere strutturata.

 

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