Antonio Fago
Antonio Fago

La Democrazia Cristiana è tornata. Ed è tornato anche lui: Antonio Fago. Già consigliere e assessore comu­nale ai tempi della Prima Repubblica, poi invischiato in alcune vicende giudiziarie che ne avevano decretato l’uscita di scena dalla politica.

«Dai processi sono uscito indenne (il ri­ferimento è alla bomba ad At6 e ad un altro procedimento a Milano, ndr) e per questo devo ringraziare i miei avvocati Gaetano Vitale, Giovanni Ardigò, Anto­nio Pellegrino, Mario Murgo. Ho anche ottenuto un risarcimento».

Ora Fago si è rituffato nella sua grande passione: la politica. E lo sta facendo col suo simbolo storico, quello dello scudo­crociato del quale per anni, a Taranto, è stato esponente piuttosto influente.

«La Dc – dice a TarantoBuonasera – esi­ste, non è mai morta. Martinazzoli non aveva alcuna titolarità per sciogliere il partito, come hanno dimostrato le sen­tenze della magistratura. Adesso stiamo rimettendo insieme tutti i democristia­ni storici. Il presidente della Dc storica oggi è Renzo Gubert, segretario politico è Renato Grassi, Nicola Troisi è il segre­tario amministrativo. Vice segretari sono Alberto Alessi, Ettore Bonalberti e Luigi Baruffi. Io sono il responsabile organiz­zativo nazionale. Il coordinatore regio­nale per la Puglia è Filiberto Palumbo. L’1 dicembre celebreremo il congresso nazionale a Roma. A settembre daremo luogo ai congressi provinciali e regionali. Vogliamo rimettere insieme tutte le ani­me della Dc che sono andate disperse in questi anni e ricostruire la Dc storica. Se ci presenteremo alle prossime elezioni? Diciamo che saremo presenti in tutti gli appuntamenti istituzionali».

Naturalmente con Fago non si può non affrontare il nodo del siderurgico, che lui vide nascere e all’interno del quale fu uomo forte della Cisl. «È vero – raccon­ta – l’Italsider l’avremmo fatta costruire anche in Piazza della Vittoria. Oggi, però, con l’esperienza che abbiamo maturato, dico che quello stabilimento va chiuso. Del resto sono convinto che Arcelor Mit­tal abbia acquistato solo per acquisire le quote di mercato. Le spese che soppor­tiamo per i danni ambientali e sanitari sarebbero sufficienti a dar da vivere ai lavoratori per anni e anni. Cosa fare dopo l’Ilva? Semplice: dare vita a imprese ma­nifatturiere per sfruttare il porto come piattaforma del Mediterraneo e valoriz­zare le nostre risorse del mare e agroali­mentari. È un programma a media-lunga scadenza che si può realizzare. Se invece si decidesse di far sopravvivere il siderur­gico bisognerebbe agire sul rione Tambu­ri, demolendo le abitazioni a ridosso delle quali fu insediata la fabbrica e costruire nuove case sulla fascia del Mar Piccolo. Ma per fare questo occorre avere volontà e capacità politica e purtroppo a Taranto la politica non è cresciuta».

Antonio Fago, tuttavia, parla con una certa nostalgia degli anni che furono, dei tempi d’oro del siderurgico che distribu­iva benessere: «Anche dal punto di vista ambientale eravamo molto attenti. Le aree verdi all’interno dello stabilimento furono realizzate negli anni di Sergio Noce, Amaratone e Rossi, con l’apporto determinante del sindacato che all’epoca era molto sensibile non solo all’ambiente ma anche alla manutenzione degli im­pianti, diventati. È stata la gestione Riva a trasformare quello stabilimento in una fabbrica obsoleta».

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