14 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 14 Maggio 2021 alle 19:15:24

Cronaca News

La guerra del carbone, Arcelor Mittal rinuncia allo scarico a Brindisi

C’era stato il no del sindaco Riccardo Rossi

I parchi minerali
I parchi minerali

Il vertice avrebbe dovuto tenersi venerdì 5 settem­bre nella sede dell’Autorità di Sistema Portuale dell’Adriatico Meridionale, presieduta da Ugo Patroni Griffi. Non se ne è fatto nulla, invece. Perché all’Autorità di Brindisi è nel frattempo giunta una nota della Sir, la società che opera nel porto di Brindisi nelle attività di imbarco e sbarco di carbone, con la quale di fatto si sospende la richiesta di autoriz­zazione ad esercitare l’attività di sbarco del carbone per conto di Arcelor Mittal.

L’azienda siderurgica, infatti, ha necessità di individuare un altro punto di approvvigionamento del minerale dopo il sequestro delle banchine del quarto sporgente del porto di Taranto, dove il 10 luglio, come si ricorderà, si era verificata la tragedia che aveva provocato la morte del gruista Cosimo Massaro, trascinato in mare con tutta la gru dove stava operando a causa di una violenta tromba d’aria.

La notizia che Arcelor Mittal potesse utilizzare lo scalo brin­disino per approvvigionarsi di carbone aveva però scatenato la reazione di forze politiche e so­ciali di Brindisi. Primo fra tutti il sindaco Riccardo Rossi, che attraverso un video pubblicato su Facebook aveva esplicitamente manifestato la sua netta contra­rietà allo sbarco di carbone desti­nazione Taranto. Forse anche per questo c’è stata la marcia indietro di Sir e Arcelor Mittal, che ora, secondo indiscre­zioni, potrebbe rivolgere le sue attenzioni ad altro porto, questa volta nello Jonio.

Quella dell’uso del carbone per scopi industriali sta però diven­tando una questione nazionale. Potrebbe essere uno dei pirmi punti che il nuovo governo si tro­verà ad affrontare nell’ambito del Green New Deal annunciato nel programma “tuttocampista” del Conte bis.

Un disegno di legge per aprire il fronte della decarbonizzazione esiste già: quello presentato dal senatore tarantino Mario Turco (M5S) che prevede l’istituzione della carbon tax. Una tassa che, secondo il proponente, potrebbe garantire un gettito di circa dieci miliardi di euro nelle casse dello Stato.

Le posizioni in campo però non sono univoche. Il rischio, infatti, è quello di una eccessiva penaliz­zazione delle attività industriali di primaria importanza per il Pa­ese. «Il prezzo del carbone – ha spiegato a Milano Finanza il pre­sidente di Nomisma Energia, Da­vide Tabarelli – è di circa 50 euro a tonnellata, ma se si aggiunge il costo dei permessi a inquinare, il costo per le aziende più che raddoppia. I prezzi dei permessi sono esplosi negli ultimi dodici mesi, passando da meno di 10 euro a quasi 30 euro». E altri au­menti si prevedono per il periodo 2020-2030. Facile intuire che il percorso della carbon tax in Par­lamento potrebbe rivelarsi non dei più agevoli.

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