22 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 22 Gennaio 2022 alle 08:52:00

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L’universalità della poesia dantesca nel tempo e nello spazio

A 700 anni dalla morte del poeta si è costituito il comitato organizzatore per le celebrazioni

Dante Alighieri
Dante Alighieri

Si è costituito a Ta­ranto, a cura della Società na­zionale “Dante Alighieri” Sez. di Taranto il comitato organizzatore per le manifestazioni culturali che si svolgeranno nella città e nella provincia in occasione del sette­centesimo anniversario della mor­te di Dante Alighieri.

Il comitato, presieduto dalla pro­fessoressa Josè Minervini, presi­dente del sodalizio, è composto dai presidi Milda, Altamura e Ma­tichecchia, dai professori Liuzzi, Converti, Titina De Stefano e Da­nese nonché dal presidente onora­rio professor Paolo De Stefano che ha inviato a “Taranto Buonasera” il seguente intervento:

L’universalità della poesia dantesca nel tempo e nello spazio.

Dante che noi celebriamo per il set­tecentesimo anniversario della sua morte avvenuta in Ravenna, fu pri­ma che grandissimo poeta, profeta.

Scrisse il Tommaseo, studioso ed esegeta di Dante, e nel nostro Otto­cento, quando nella “umile Italia” si parlava nelle corti imperiali, o in taluni atti notarili o amministrativi si scriveva in un certo linguaggio definito “volgare” anche se illustre, mentre ancora regnava fra i lettera­ti e gli uomini colti la lingua lati­na che era la lingua ufficiale della Chiesa cattolica, Dante apparve con un libro in mano e disse al fu­turo popolo italiano: “Leggi ed im­para a conoscere te stesso dal tuo linguaggio”.

Nel futuro linguaggio è la futura nazione italiana, ma già nel “Con­vivio” e nel “De Vulgari Eloquen­tia” Dante aveva sviluppato il con­cetto che quella “volgare” sarebbe diventato nel tempo la lingua di un popolo rinato ed unito.

Rosmini, filosofo dell’Ottocento e maestro spirituale del Manzoni scrisse che Dante poteva ben dir­si padre della nazione italiana e Manzoni vi aggiunse poi dopo che Dante fu “Padre della Patria”.

I motivi ispiratori della poesia dan­tesca furono essenzialmente due: Dio e l’uomo. La sua arte, mera­vigliosa sintesi dei più alti valori umani e poetici, espressione per­fetta di caratteri profondi e di sot­tili sfumature psicologiche, confe­risce in quella che possiamo ormai definire l’opus maximum della no­stra letteratura e fra quelle di altre nazioni: La Commedia.

La critica ottocentesca definì Dan­te una di quelle esplosioni solitarie di genio tanto più portentose quan­to più derivate da uno strato cultu­rale che ancora non era avviato al suo vertice.

Oggi, mutati i tempi e perfezio­nati gli strumenti di indagine cri­tica, l’opera di Dante risulta non più quella di un poeta venuto fuori dalle barbarie dell’epoca ma come l’espressione più alta, completa e perfetta di tutta una cultura pre­cedente che aveva le sue radici nel mondo greco e latino e in Virgilio colui dal quale il poeta aveva tratto “lo bello stile” che gli aveva fatto onore.

L’Ottocento, attraverso gli studi del Foscolo, del Settembrini, del Mazzini e soprattutto del De San­ctis aveva visto in Dante, non solo il poeta di tutti i tempi, ma colui che aveva profetizzato l’unità della nazione.

Ma nel Novecento, dopo il saggio crociano La poesia di Dante del 1921 il problema della poesia si organizzava accanto a quello della struttura dello stesso poema, in­tendendo per struttura tutto il vi­goroso mondo culturale del poeta che, nel corso delle tre cantiche, si era venuto manifestando nell’unità spirituale del genio per cui poesia e struttura si integravano nell’uni­tà stessa della poesia. Di qui i tanti saggi critici di Momigliano, Fu­bini, Sapegno, Pietrobono, Russo, Sansone, Bosco, Petrocchi, Vallo­ne, Marti i quali hanno considerato le parti poetiche e quelle letterarie come facenti parte della stessa uni­tà poetica tanto esse erano inter­scambiabili tra struttura e forma lirica.

Ma quel che più rende Dante po­eta di tutti i tempi e delle genti è che egli vive attraverso le tre can­tiche quale uomo che, dallo stesso suo peccato, si redime con la guida sapiente di Virgilio e con la luce spirituale di Beatrice dal peccato umano alla redenzione dello spi­rito.

Pertanto la Divina Commedia è la storia di un uomo, di tutta l’uma­nità che, quotidianamente, dal pec­cato o dal male o dal vizio, cerca la redenzione, la beatitudine, quale momento eterno della vita, al di là del corpo, dello spirito.

Di qui la Commedia quale la più alta consacrazione della cultura antica, greca, latina e oltre ed è la stessa fede cristiana, di quel Cri­stianesimo puro ed adamantino che in Francesco, Domenico e Ber­nardo ebbe gli esemplari apostoli della grande parola evangelica.

Ma al tempo stesso la realtà della vita in Dante ebbe nel bene e nel male i suoi protagonisti: Francesca, Farinata, Brunetto, Ulisse, Ugolino e poi Catone, Sordello, Buonconte e poi i grandi beati e santi del Para­diso: Piccarda, Francesco, Dome­nico, Cacciaguida e Pier Damiani e gli altri santi illuminati dalla luce di Cristo. Veramente al poema ave­va un posto mano e cielo e terra; e l’opera di Dante, sempre nelle ore più procellose della vita nazionale, costituì un punto sicuro di riscatto e resurrezione civile e spirituale: lo fu nei tempi passati e lo sarà anche oggi.

 

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