16 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Aprile 2021 alle 18:03:30

Il disegnatore tarantino Sal Velluto
Il disegnatore tarantino Sal Velluto

«Sal Velluto è ri­masto in America; qui sono Sal­vatore. Per la precisione all’ana­grafe sono Salvatore Vincenzo Cosimo Giovanni. Sai, mio pa­dre doveva rendere omaggio a tutti i parenti ai quali fino a quel momento non aveva potu­to tramandare il nome». Ride di gusto, il supereroe dei fumetti. Il tarantino che ha sfondato ol­treoceano disegnando migliaia di tavole che hanno appassiona­to grandi e fanciulli. Trent’anni d’America non gli hanno fatto perdere la cadenza tarantina, a volte la battuta in dialetto.

«Mancavo da Taranto da quin­dici anni», confida. «Che città ho trovato? Non lo so ancora. La sto attraversando a piedi per osservare e assorbire i cambia­menti».

Salvatore Velluto ha davvero tanto da raccontare. La sua gio­vinezza vissuta tra i Due Mari e poi l’incursione negli States dove si è fatto valere come tra i fumettisti di razza nelle scude­rie di colossi come Marvel e Dc.

«Sono nato con il Rock’n roll», racconta al nostro giornale. «Clinica Salus, corso Italia. Ora non esiste più. E allora nascere in clinica era già qualcosa di straordinario».

L’infanzia?
Via Alto Adige, case popolari. Davanti a noi c’erano enormi vigneti e le pecore che opasco­lavano. Eravamo nel pieno di una zona archeologica. Davanti casa si apriva la storia, di notte i tombaroli facevano razzia di re­perti e lasciavano gli scarti: an­forette e arredi funerari che noi usavamo per giocare “alle cape de firre”. Sono cresciuto nella Taranto che passava dalla realtà contadina a quella industriale, ho vissuto nella città che viveva i suoi miti, le sue tradizioni, le sue superstizioni. Sono cose che capisci dopo».

Poi è arrivato il diploma…
Righi, perito industriale. Dise­gnavo durante le lezioni. Ero negato per quella scuola, ma la preparazione era perfetta e così, seguendo le mie inclinazioni, mi iscrissi all’Accademia di Belle Arti, a Bari.

Il talento per il fumetto quan­do è affiorato?
Da bambino. Strappavo le pagi­ne centrali del quaderno e dise­gnavo tavole. I miei personaggi erano gli amici del cortile che di notte diventavano supereroi, ognuno col nomignolo che ci affibbiavamo da ragazzini. Co­piavo con la carta carbone e di­stribuivo qualche copia di que­gli albi rudimentali. I fumetti, che allora chiamavamo “giorna­letti”, sono stati i nostri social network: si facevano scambi, si faceva amicizia.

L’America quando è arrivata?
Nel 1984. Avevo uno studio di grafica pubblicitaria in via Leo­nida. Negli anni ‘70 mi ero con­vertito (alla chiesa mormone, ndr) e questo mi diede l’occa­sione di andare a Salt Lake City, nello Utah, opite dei nostri fra­telli. Lì ho conosciuto mia mo­glie, oggi abbiamo quattro figli e un nipotino appena arrivato.

Perché la conversione?
Fu la mia “ribellione” da teen ager ai canoni del tempo, ma senza ostilità verso la chiesa cattolica. Poi la conversione è stata più profonda, più spiritua­le.

Torniamo a Salt Lake City. È lì che hai cominciato a fare fu­metti per professione?
Sì. Cominciai in uno studio di animazione su indicazione del­le persone che mi ospitavano. Si disegnava Spiderman, Hulk ed altri. Poi iniziai a inviare alcu­ne tavole alla Marvel. Con mia sorpresa loro mi rispondevano dandomi indicazioni su come migliorare i disegni. Ad un cer­to punto mi dissero: ti paghia­mo per fare queste prove. Capii che stavano investendo sulla mia formazione. Questa storia è durata un anno, poi è arrivata la fatidica telefonata: c’era da af­fiancare i disegnatori per com­pletare alcuni albi. Non ci pen­sai due volte: “a mezza parola”, si direbbe a Taranto. In seguito mi affiancarono a un illustrato­re leggendario: Stan Drake, che lavorava con Alex Raymond, il “papà” di Flash Gordon.

Da allora una carriera ricca di soddisfazioni.
Sì, sono stati davvero pochi i momenti in cui non ho lavorato, nonostante la crisi del fumetto e i tanti disegnatori rimasti senza lavoro

Poi è arrivato l’Uomo Masche­rato, altro grande successo.
Sì, nel 2007, con gli albi desti­nati al mercato scandinavo e in Australia, dove l’Uomo Ma­scherato è il numero uno, un po’ come Tex Willer in Italia.

C’è un personaggio preferito tra quelli che hai disegnato?
È come chiedere a un genito­re quale figlio preferisce. Però un’eccezione la faccio.

Quale?
Black Panther. Ora è famoso grazie al film della Disney, ma io l’ho disegnato venti anni fa, quando era considerato un per­sonaggio di serie b, anche se scritto in modo magistrale da Priest. La casa editrice non era molto interessata, tant’è che mi dissero di portarlo… alla tomba. Per coincidenza la prima storia si intitolava “The end”.

Ma non fu affatto la fine
Infatti. Ci sbizzarrimmo con la creatività e avemmo grandi ri­scontri dai fan e dalla critica. Black Panther è un eroe rivolu­zionario, machiavellico, con un approccio più vicino a Martin Luther King che a Malcom X. Ha rappresentato il riscatto e la rivalsa di una cultura, quella nera africana.

Il personaggio è stato consa­crato dal film di Ryan Coo­gler.
La Disney ha fatto una cosa molto bella: ha invitato me e gli altri colleghi del team che aveva disegnato il fumetto alla prima mondiale ad Hollywood. Siamo stati inseriti anche nei crediti finali. Alcune scene erano chia­ramente ispirate al mio fumetto. Mi sono commosso.

Progetti futuri?
Con la Bonelli. Realizzerò un sogno: disegnare Tex.

Nostalgia di Taranto?
Nostalgia di quella Taranto e di quelle persone e vibrazioni che ho vissuto. A Taranto ci torno ogni notte. La passeggio a piedi, nella mia mente, nei miei sogni.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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