La tradizione come civiltà dei valori
La tradizione come civiltà dei valori

“Un paese vuol dire non esser soli…”. Da Pavese ad Erodoto: “Poiché, se si proponesse a tutti gli uomini di fare una scelta fra le va­rie tradizioni e li si invitasse a sce­gliersi le più belle, ciascuno, dopo opportuna riflessione, preferirebbe quelle del suo paese: tanto a cia­scuno sembrano di gran lunga mi­gliori le proprie costumanze”. Una tradizione e un paese. Mi ritorna spessa una frase di don Giussani proprio discutendo di tradizione/i: “La prima giustizia verso la dignità dell’educazione e quindi verso la dignità di una cultura è la libertà di valorizzare la propria tradizione”.Raccontare la memoria viaggiando nei ricordi. Un paesaggio di imma­gini che diventano custodi di un destino. Cosa è una tradizione? A primo acchito mi viene in soccor­so una metafora. Una tradizione potrebbe essere il non dimenticare. Ciò significa mantenere fede al ri­cordare. Ma il ricordo si perde nel tempo. Il tempo fagocita. Incita, traduce, trasforma. Non tradisce. Il tempo non è mai immobile. Ago­stianamente non sapremo mai cosa è il tempo.

La tradizione, invece, è la trasfor­mazione di un atto, un gesto, una azione in memoria, ovvero in ricor­do che entra nella memori per abi­tarla. La tradizione è una memoria dentro il tempo. Immutabile, la tra­dizione si tra – manda, si rimanda tra generazioni di epoche e di ci­viltà e riporta sulla scena ciò che si è vissuto. Nulla a che fare con il rimpianto. È la convivente della nostalgia intesa come “nostos”.

Pio II il 28 febbraio del 1957 nel suo discorso ai docenti e agli al­lievi del Liceo Ennio Quirino Vi­sconti di Roma ebbe a dire: “È sta­to giustamente notato che una delle caratteristiche dei romani, quasi un segreto della perenne grandezza della Città Eterna, è il rispetto alle tradizioni. Non che tale rispetto si­gnifichi il fossilizzarsi in forme su­perate dal tempo; bensì il mantener vivo ciò che i secoli hanno provato esser buono e fecondo. La tradizio­ne, in tal modo, non ostacola meno­mamente il sano e felice progresso, ma è al tempo stesso un potente stimolo a perseverare nel sicuro cammino; un freno allo spirito av­venturiero, incline ad abbracciare senza discernimento qualsiasi no­vità; è altresì, come suol dirsi, il segnale d’allarme contro gli scadi­menti”.

Il 26 ottobre è la Giornata Nazio­nale delle Tradizioni popolari e del folclore. Una importante proposta che dovrebbe farci riflettere sopra­tutto in un tempo sradicante e di sradicamtenti. Dovrebbe farci me­ditare anche sulle diverse sfaccet­tature che la Memoria nei popoli rappresenta.

Alla visione di Pio II si intreccia un concetto alto di Roberto Guarini, il quale sottolinea: “La vita pulsa anche nelle più lontane membra. La varietà della vita si manifesta in mille piccoli particolari. Poiché ogni portale, ogni cancello, ogni scala, ogni proverbio e ogni co­stume, ogni arte e ogni tradizione traggono la loro esistenza e la loro forma particolare dalla vita”.

Le tradizioni popolari sono model­li di cultura che la tradizione stessa nel viaggio tra tempo è ricordanze ha trasformato in memoria. La me­moria di una civiltà che segnale una precisa identità. Le feste, i gio­chi, la piazza, il vicinato, le proces­sioni, i cortei, i riti, il “cunto” intor­no al braciere di inverno o insieme davanti al camino oppure d’estate davanti casa, come accade ancora, per raccontare e ascoltare.

Una Tradizione fatta di fatti, azio­ni, regole e i luoghi. Il luogo è parte integrante dei riti. Una Tradizione è un rito che si ripete. Ripetere è tutto nella cultura popolare, la qua­le risponde direttamente al quoti­diano dei popoli. Parte integrante della antropologia.

Antropos e Logos. Ma bisogna in­teragire con la modernità. Le tra­dizioni popolari restano, appunto, nell’immaginario che si ripetono sotto forma non solo di rito, la ge­stualità del rito, ma sotto la simbo­logia dei miti. Sono i miti che alla fine si dichiarano. Noi parliamo il linguaggio dei miti.

Un concetto di Claude Debussy delinea felicemente il valore delle tradizioni: “Sono esistiti, ed esi­stono tuttora, malgrado i disordini che la civiltà reca, piccoli deliziosi popoli che appresero la musica con la semplicità con cui si apprende a respirare. Il loro conservatorio è: il ritmo eterno del mare, il vento tra le foglie, e mille piccoli rumori percepiti con attenzione, senza mai ricorrere a trattati arbitrari. Le loro tradizioni vivono negli antichissi­mi canti associati alla danza, in cui ciascuno, durante i secoli, ha rievo­cato il suo rispettoso contributo”.

Le tradizioni popolari nei vari pas­saggi reali e metaforici resistono all’urto di una pressante contem­poraneità attraverso ciò possiamo definire archetipi delle civiltà. Per­ché tradizioni? Perché popolari? La cultura si esprime nei diversi saperi. I saperi sono le conoscenze che solcano i secoli, le epoche, le età e diventano manifestazioni di una consapevolezza.

Soltanto quando la tradizione assu­me la “virtù” della consapevolezza si trasforma in conoscenza. Le tra­dizioni popolari sono la conoscen­za di un tempo nel quale i popoli hanno vissuto le loro età. Detto in questi termini si può pensare subi­to che una tradizione deve spesso confrontarsi, o fare i conti, con una metafisica delle civiltà. Resistono perché le tradizioni abbandonano la cronaca e diventano memoria. Il “popolare” come concetto è il dato che una “una volta” erano apparte­nenza dei popoli ed erano diffusi nel ceto cosiddetto popolare.

Oggi è la memoria che ha senso. Ecco perché la tradizione è una memoria che resta nella ciclicità del tempo. Il folclore è una manife­stazione di essa. Il canto, per resta­re ad un esempio, è manifestazio­ne della tradizione perché essa si estende grazie agli atti, ai gesti, alla danza, alle feste, alla quotidianità: dalla vita come testimonianza alla morte nei suoi moduli rituali, dal nascere al funerale, dalla culla alla celebrazione funebre.

Folclore è ricordare manifestando la vita dei campi. È l’uccisione del maiale nella cultura contadina. È la processione per ogni tipologia di ricorrenza. Il folclore è sempre più una manifestazione che raccoglie i segni della memoria popolare dei popoli.

Comunque Tradizioni popolari e Folclore sono l’inserto fondamen­tale delle Antropologie e dei feno­meni antropologici che caratteriz­zano la conoscenza e lo scavo nelle identità dei popoli che diventano segno autentico delle civiltà.

Entra sempre in gioco il valore del­le radici. Senza la ri – conoscenza delle radici non si ha tradizioni. Riconoscere e dare senso alle ra­dici è abitarsi nella memoria che diventa ed è identità. Abitare la no­stalgia non è essere nostalgici di un qualcosa che non può esistere più. È darsi appartenenza. Quella vera appartenenza che è Tradizione. I popoli nelle civiltà vivono di Me­moria, ma per vivere di memoria hanno bisogno di riappropriarsi della nostal – gia. Dovremmo ave­re nostalgia della nostalgia del “no­stos”. Un paradosso? No. Si tratta di esplorarsi in quello specchio che l’esistere delle eredità. Una imma­terialità che diventa infinito, ma anche indefinibile. La tradizione è un bene culturale che pone a con­fronto il ricordare la memoria con le azioni, i fatti e gli oggetti. In tal senso è l’immateriale che recupe­ra il materiale per renderlo reale e immaginario nel viaggio delle esistenze. In fondo “un paese vuol dire non essere soli”.

Come sosteneva Cesare Pavese. Ecco perché la tradizione è la me­moria che mai ci rende soli. Da questo punto interpretativo Leo­pardi aveva ben sottolineato: “Gli italiani non hanno costumi; essi hanno solo usanze”. Le usanze sono parte integrante delle tradi­zioni, che implicano una verità. Quella verità che vive nella ricerca antropologica e che Evola aveva ben delineato come memoria nel tempo: “Si lascino pure gli uomi­ni del tempo nostro parlare, con maggiore o minore sufficienza e improntitudine, di anacronismo e di antistoria”. Sempre Evola: “Li si lascino alle loro “verità” e ad un’u­nica cosa si badi: a tenersi in piedi in un mondo di rovine…Rendere ben visibili i valori della verità, della realtà e della Tradizione a chi, oggi, non vuole il “questo” e cer­ca confusamente “l’altro” significa dare sostegni a che non in tutti la grande tentazione prevalga, là dove la materia sembra essere ormai più forte dello spirito”. Il mondo in ro­vina è un mondo senza tradizioni. È quel mondo che ha perso persi­no l’idea e il valore che le civiltà resistono soltanto se le tradizioni resistono nel moderno e nella con­temporaneità.

Pierfranco Bruni
Archeologia
Demoetnoantropologia – Mibact

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