25 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 25 Settembre 2021 alle 08:59:00

Cesare Pavese
Cesare Pavese

Taranto MArTA. Un po­meriggio raccontando Cesare Pave­se con relazione di Pierfranco Bruni, video di Stefania Romito e letture di Marianna Montagnolo. L’appunta­mento è in programma mercoledì, 6 novembre, alle 18. Introduce la diret­trice Eva Degl’Innocenti.

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In Cesare Pavese la grecità ha una caratteristica fondamentale non solo dal punto di vista letterario ma an­che esistenziale e metaforico. Spes­so si è confrontato, nei suoi testi, con i miti e i riti della Magna Grecia attraversandoli grazie ad una visione anche antropologica. Di formazione classica, ha trovato nel mito di Leu­cò il legame tra la grecità e la Magna Grecia. Uno dei suoi libri fondamen­tali, a forma di dialoghi tra dei, per­sonaggi greci e miti, si intitolo: “Dia­loghi con Leucò”.

Leucò è il sinonimo di chiarezza, di bianco, di trasparente. È dedicato completamente ad una donna mol­to amata da Pavese, Bianca Garufi, che è stata anch’essa una studiosa di grecità dell’inconscio. Con lei ha scritto anche un libro a quattro mani dal titolo “Fuoco grande”. Immagina­rio antropologico del fuoco e del falò sino a raggiungere il suo ultimo libro “La luna e i falò”.

Pavese è stato attratto dalla Magna Grecia proprio quando è stato confi­nato, 1936 – 1936, a Brancaleone in Calabria. Comunità grecanica della Calabria. Qui ha offerto uno spac­cato impeccabile di grecità descri­vendo luoghi e personaggi, costumi e linguaggi tanto da sottolineare che … Qui è tutto greco… anche le don­ne che vanno alle fontane con l’anfo­ra in testa.

La sua esperienza della profonda grecità è raccontata in uno dei suoi romanzi di esordio dal titolo: “Il car­cere”. Un punto di riferimento per una letteratura in cui il mare è la quarta parete di una esistenza. Quel mare Jonico e Greco.

La vita e la morte sono il costante colloquio con il mito.

Cesare Pavese verso i 70 anni dal­la morte (morto il 1950, era nato il 1908). Parlerò del destino e dei sim­boli persiano in un contesto mediter­raneo.

Il mare di Grecia ha il vento del mito. I miti hanno le parole dei simboli dei segni dello sguardo profondo degli dei.

Da Afrodite a Tiresia Cesare Pave­se ha raccontato il linguaggio della memoria. Servendosi dei miti ha ce­sellato radici che ha rintracciato ri­percorrendo l’immaginario omerico.

Omero è il riferimento ancestrale nell’opera dello scrittore dei Dialoghi con Leucò.

Saffo è nel suo canto come il viag­gio nello scavo di quella archeolo­gia dei saperi che hanno disegnato la classicità dei suoi studi e dei suoi romanzi grazie alla presenza di Vico di Eliade di Nietzsche.

Il senso tragico è un viaggiare.

Ma il tragico trova appunto nei mito una arcana empatia che è metafore dei saperi dei popoli e delle civiltà. Popoli e civiltà sono la chiave di let­tura dei riti e delle Tradizioni.

Il mito è archeologia e antropologia. Interpreta l’archeologia attraverso gli strumenti di una antropologia che pone al centro la visione del labirin­to, quindi di Arianna soprattutto.

Ma cosa è il mito? La poesia è il lin­guaggio che racconta. La favola. Un cerchio nel quale si intrecciano spa­zio e tempo.

La cultura contadina è parte inte­grante di questo processo. La gre­citá è il mare. Gli dei che si dichia­rino con un immaginario che supera la storia. In Pavese la storia viene superata dalla metafora.

I testi pavesiani che danno riferimen­to, oltre ad alcune poesie in cui il mito diventa rappresentazione, sono Dialoghi con Leucò, Il mestiere di vi­vere, Il carcere, i versi di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, La luna e i falò, Ferie d’agosto, le lettere indi­rizzate alla sorella Maria Durante, il periodo a Brancaleone Calabro.

Se il mito supera la storia il senso del tragico ha eredità che proven­gono dal teatro greco. Tra i classici latini resta fondamentale Ovidio.

Ovidio e Saffo sono modelli di una letteratura classica che accompa­gneranno tutta la sua vita e la sua opera. Sino a quel suo ultimo gesto in albergo di Torino della fine agosto del 1950.

Il suo viaggio si condensa nel mio racconto “Il viaggio omerico di Ce­sare Pavese”.

Nel tragico del mito greco non c’è soltanto il teatro di una archeologia del sapere ellenico.

C’è anche la grecitá di D’Annunzio e del viaggio dannunziano in Grecia. Ci sono quei dolori di Werther di Go­ethe che vivranno nella nascita della tragedia di Nietzsche e, soprattutto, si fa sentire il greco di Zante o Za­cinto di Foscolo con il suo Ortis in un mestiere di scrivere che è metafore del mestiere di vivere.

Nel cielo della Magna Grecia le nu­vole sono ombre che disegnano il Mediterraneo e tutto ha bisogno di una immaginazione in cui i simboli si chiamano mito.

Cesare Pavese ha vissuto la grecitá come eterno incontro tra Ulisse ed Enea.

Da Itaca a Troia a Roma. Ha raccolto nella visione di Leucó: Saffo, Ibico, lo stoicismo di Seneca e la metafo­ra del viaggio oltre a Medea, Circe e Calipso.

La grecitá profonda è nel suo incon­tro con il selvaggio proprio a Bran­caleone dove le donne hanno una cadenza greca anche quando vanno alla fontana a riempire d’acqua l’an­fora che portano sul capo.

La Magna Grecia è una memoria che vive di un arcano immaginario chia­mato Mito.

Pavese è lo scrittore unico di un No­vecento italiano che rincorre la Gra­zia proprio nelle ultime pagine de “La casa in collina”. Una Grazia che non taglia il buio con il filo della luce ma resta nel bosco zambraniano ad ascoltare la notte.

Quella notte che troverà e alla quale si affiderà consegnandosi in un ulti­mo viaggio che gli farà scrivere: Non più parole. Un gesto soltanto. Sol­tanto un gesto. Non scriverò più.

Cesare Pavese ha abitato il silenzio del mondo. Questo silenzio divente­rà il viaggio nel regno degli dei. Per­sonaggi immateriali per uno scrittore che ha sempre raccontato il mestie­re di morire nello scrivere la vita sfo­gliando le pagine del Mito.

La salvezza era racchiusa in una preghiera non trovata ma cercata. Una religiosità spenta nella speran­za della luna precipitata sul falò o su un diavolo in cammino sulle colline o di Calipso che non riesce a ferma­te Odisseo nonostante l’offerta della immortalità.

Pavese sceglie la morte come quella quarta parete diventata metafora del mare.

Il mare greco in un viaggio in cui la terra rossa e la terra nera resteranno un gorgo muto.

La salvezza era nascosta in una pre­ghiera non trovata e che nessuno volle offrirgli. Una preghiera cercata oltre il mito stesso.

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