27 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Settembre 2021 alle 21:24:00

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I frutti autunnali della tradizione

Torna la nostra rubrica sulla “tarantinità”

I frutti autunnali della tradizione
I frutti autunnali della tradizione

La settimana che va dal 3 al 9 novembre non pre­senta appuntamenti tradizionali religiosi particolari per cui il prof. Antonio Fornaro si soffer­merà sui prodotti della terra che da sempre hanno caratterizzato l’autunno dei tarantini facendo scrivere una pagina interessante relativamente ad alcuni cibi del­la nostra tradizionale culinaria.

Questa settimana si festeggiano i seguenti santi: San Carlo Bor­romeo, gesuita, vescovo e cardi­nale che morì all’età di 46 anni. Il suo nome significa “uomo forte”. E’ patrono di Milano dei catechisti e dei vescovi.

A San Marzano di San Giusep­pe esiste l’unica parrocchia del­la diocesi tarantina dedicata al Santo. Il tutto deriva dal fatto che nel 1500 San Marzano face­va parte del Principato di Oria che era gestito dalla nobile fa­miglia dei Borromei dalla quale discese San Carlo. Si festeg­giano anche i santi Elisabetta e Zaccari, cugini della Madonna; San Leonardo che aiutò una re­gina a partorire in una vasca; Sant’Ernesto che partecipò alle Crociate, San Baudine di Tours che è invocato perché cada la pioggia ed, infine, san Teodo­ro Martire che prima di essere bruciato subì la ferocia di ve­dersi strappata la pelle.

Questa settimana la Chiesa Cattolica venera la Madonna sotto i titoli di Nostra Signora del Suffragio, Del Paradiso, Del Soccorso, Del Rimedio, Della Montagna e Della Buona Morte.

Questi i detti della settimana: “Ordine e disciplina, la mise­ria non si avvicina”, “Peccato vecchio, penitenza nuova”, “Se Dio vuole, mancare non può”, “Disgrazia del cane, fortuna del lupo”.

Queste le effemeridi di Giusep­pe Cravero: “Il 4 novembre 1930 fu inaugurato il Monumento ai Caduti, opera dello scultore Francesco Como, alla presenza di Vittorio Emanuele III.

La piazza si chiamava prece­dentemente Piazza XX Settem­bre.

Sul piedistallo dei due grup­pi bronzei si leggono due epi­grammi di Alessandro Criscuo­lo. Sempre sul monumento sono riportati i nominativi dei 500 caduti in guerra.

Il 4 novembre 1935 fu inaugura­to a Lungomare il Palazzo del­le Poste, opera dell’architetto Cesare Bazzani. Consta di tre piani, di un piano interrato e di una torre quadrata panoramica. L’opera costò tre milioni di lire e sulla facciata ha sei statue. Il 7 novembre 1911 Vittorio Ema­nuele III venne a Taranto per visitare nell’Ospedale Militare i feriti trasportati nella città bi­mare che erano stati colpiti nel­la guerra che l’Italia combatteva  con la Turchia per la conquista della Tripolitania.

E adesso parliamo della buona frutta stagionale.

Della zucca diremo che oggi viene usata per essere cucinata ma anche per essere ritagliata e dare forma ai mostri di Hallo­ween. Ma Taranto ha certamen­te qualcosa di più importante per quanto attiene la zucca, in­fatti nel Museo MarTa ci sono zucche fittili del III secolo a.C.

Oggi le castagne che si consu­mano si raccolgono nei boschi della vicina Basilicata ma, se­coli fa, Taranto era famosa per la sua produzione di castagne. Quelle di media grandezza ve­nivano fatte bollire e l’acqua derivata e riscaldata rappresen­tava un vero “toccasana” per curare la prima tosse della sta­gione.

Le castagne ci riportano alla mente l’immagine della vec­chietta che le vendeva nella Cit­tà Antica in cartocci improvvi­sati. Alle castagne sono legati due proverbi: il primo recita che la donna è come la castagna che sembra buona da fuori e da den­tro è fracida; l’altro recita che una persona che è stata colta sul fatto è stata presa in castagna.

Altro frutto autunnale era quel­lo dell’albero del melograno che noi tarantini chiamiamo con il nome di “sete” non perché ab­bia attinenza con la sete, intesa come bisogno di bere acqua, ma perché “sidi” era il nome greco del frutto del melograno. Esso era segno di buon augurio e di fertilità e si metteva sulle mense nuziali.

Il terzo frutto tipico della sta­gione è la mela cotogna che noi abbiamo sempre mangiato cotta al forno, lo stesso dove le nostre nonne portavano il pane da infornare. Le nostre mamme facevano la marmellata con le mele cotogne. Questo frutto era originario di Cidone, una città dell’Isola di Creta. A Taranto chi ha il volto adirato viene in­dicato come persona che ha la faccia di un cotogno.

L’ultimo frutta della quale ci oc­cupiamo è il loto o caco che noi tarantini chiamiamo “piglian­cule” perché alcuni cachi acerbi prendono alla gola e lasciano un grande fastidio sul palato.

Noi bambini mangiavamo i ca­chi mollicci. In dialetto taranti­no un ragazzo denominato “pi­gliancule” è un ragazzo vivace e burlone, ma questo termine era anche un soprannome della Taranto di ieri.

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