26 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 25 Settembre 2021 alle 22:33:00

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Le antiche origini delle cene luculliane

L’aggettivo viene dal console e generale romano della prima metà del I secolo avanti Cristo

Le cene luculliane
Le cene luculliane

Ancora oggi, per indicare un pasto “esagerato” per quantità, varietà, qualità e lusso, si parla di “cena luculliana”; ma pochi saprebbero dire che cosa voglia dire l’aggettivo “luculliano”. Che deriva dal console e generale romano della prima metà del I secolo a.C. Lucio Licinio Lucullo, famoso più per la sontuosa raffinatezza delle sue cene che per virtù civiche o militari.

A lui si deve, gastronomicamente parlando, l’importazione in Italia del ciliegio. Ma soprattutto l’esaltazione del banchetto come momento di “convivium”, all’insegna del vivere insieme, sì, ma anche di raffinatezza e golosità. Plutarco (seconda metà del I secolo d.C.), nelle “Vite parallele”, pur deprecan­do il lusso eccessivo dei tempi in cui vive, ricorda che comunque «si citano tra le più sontuose le ville di Lucullo, di certo supe­riori a quelle dei re»; «le cene quotidiane da lui offerte – prosegue Plutarco – erano sfarzose come quelle che sogliono dare gli uomini arricchiti di recente; non tanto per i tappeti di porpora, per le coppe gemmate e per l’intervento di cori ed attori comici, quanto per l’apparecchio di ogni specie di vivande, tutte confezionate squisitamente».

Plutarco riporta poi tre aneddoti molto interessanti per delineare il personaggio (che non pertanto va ridotto a una specie di macchietta o di crapulone, poiché aveva giocato un ruolo politico di rilievo nelle file del partito senatorio ed era stato un condot­tiero capace sotto Silla).

Ospitando presso di sé alcuni Greci in missione a Roma, fu da loro richiesto di non invitarli più, perché si vergognavano delle spese a cui lo obbligavano: «Parte di questa spesa è fatta per riguardo a voi, o Greci – rispose sorridendo – ma la maggior parte è fatta per riguardo a Lucullo». In altra occasione, cenando solo e vedendo che gli era stata apparecchiata una sola mensa, e in tono minore, sgridò il servo che soprintendeva ai banchetti, ed alle sue giustificazioni che, non essendovi invitati, aveva pensato che non fosse necessario imbandire una cena sontuosa, ribattè: «non sapevi forse che stasera da Lucullo cenava Lucullo?». Un pomeriggio, infine, Cicerone e Pompeo, incontrato Lucullo nel Foro, gli chiesero se volesse invitarli a cena, ad una condizione, posta da Cicerone: di non par­lare con i servi per ordinare ricercatezze, in modo da trovare ciò che era stato preparato per lui. Gli concessero solo – e qui li giocò – di dire ai servi di apparecchiare l’Apollo, che era il nome di una delle più lussuose sale da pranzo: «in tal modo, senza che se ne accorgessero, beffò i due ospiti, poiché per ogni stanza in cui cenava era stabilita la spesa per la cene ed il relativo allestimento; quando cenava nell’Apollo, la spesa stabilita era di cinquantamila dracme d’argento».

Il moralista Plutarco non parla però di quello che per noi è più interessante: nelle cene luculliane che cosa si mangiava?

Siamo ancora lontani dalla Grande Cuisine imperiale, quella di Apicio, ed anche da quella ammannita ai suoi ospiti da Trimal­chione. Per quanto con molta raffinatezza ed ostentazione in più, siamo piuttosto vicini all’alta cucina di cui ci parla Orazio, sostanzialmente coevo di Lucullo. Fra le ricette oraziane c’è la murena in salsa su letto di gamberi che Lucullo, innovatore nel campo della piscicultura (allevava in grandi vivai aragoste, murene e gamberi, per averne sempre a disposizione freschissimi), avrebbe molto apprezzato. Così come avreb­be gustato preparazioni di origine greca (o greco-egizia) poi transitate nel manuale di Apicio, come i piatti di pesce in salse alessandrine (da Alessandria d’Egitto), o la ricercata selvaggina di piuma proveniente da quell’Oriente alla cui conquista aveva forte­mente contribuito, sconfiggendo Mitridate, come fagiani, pavoni, pernici.

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