26 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 25 Settembre 2021 alle 22:33:00

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Carrieri e la Magna Grecia in poesia, se ne parla a Milano

un ritratto di Raffaele Carrieri
Un ritratto di Raffaele Carrieri

La Magna Gre­cia è una metafora dell’anima dopo essere stata una geo­grafia dei territori mediterra­nei. Da Quasimodo a Carrie­ri. Sicilia e Puglia. Nel cuore Modica Roccalumera il greco mare in Quasimodo. Taras Archita in Carrieri. In comu­ne hanno non solo Leonida di Taranto ma anche Milano. Milano la città che abita la Magna Grecia dei poeti e del­la poesia. Il mediterraneo dei poeti sui Navigli.

Sui poeti del greco mar a cominciare dalla raffinatez­za mediterranea di Raffaele Carrieri si parlerà a Milano a dicembre prossimo. Un con­vegno: “Carrieri Quasimodo e la Magna Grecia in poesia”.

Sulle vie della Magna Grecia camminano e navigano i poeti del Mediterraneo. I poeti che racchiudono le lingue nelle emozioni, la percezione della parola nella intuizione, il sen­so del viaggio nella memoria che diventa viaggiante. Sono i poeti di una eredità greca, romana, adriatica e in un Oc­cidente che penetro l’Oriente e viceversa. Sono i poeti della cesellatura del distico.

Quasimodo ha radici arabe. Pierro è arabo nel suo dialet­to ma anche nella sua canzo­ne per “Metaponto”. Sinisgalli batte le monete rosse sui gra­dini delle chiese e sembrano tocchi urlati dalle moschee. Gatto si riconosce nella sua Salerno che riporta gli echi del padre che è radice. Alvaro cerca un viaggio di mezzo tra il provenzale e il grecanico. Carrieri è un tuffo in una gre­cità tarantina che ha il suono delle alchile dei sufu. Quanta cultura sufica c’è in Raffaele Carrieri?

È una domanda alla quale bi­sogna rispondere. La poesia islamica, poesia medievale a cominciare da Rumi sino a tutta la tradizione dei dervisci danzanti, è dentro il cadenza­re di Raffaele Carrieri.

Scotellaro ritrova nel mondo contadino una antropologia delle stagioni. Francesco Gri­si calca il sentiero mesopo­tamico. C’è un Mediterraneo dentro i dettagli della poesia moderna di ciò che è stata Magna Grecia. Uno dei poe­ti che ha raccontato questo intreccio in termini sublimari è Stefano D’Arrigo. Accan­to a Stefano si legano Lucio Piccolo, Gesualdo Bufalino, Bartolo Cattafi. Lorenzo Ca­logero incide il pianto della contemplazione. Franco Co­stabile con la sua “rosa nel bicchiere” canta lo spaziare del tempo tra la sua Calabria e i mari del Sud in un Oriente che custodisce orizzonti.

Credo che ci sia un legame significativo tra Raffaele Car­rieri, poeta della Taranto gre­co – musulmana (la metafora è nella letteratura del binomio tra l’Oriente greco e il sufismo dei dervisci), Albino Pierro (soprattutto quello della po­esia in lingua italiana: la sua rabatana è un rimando, con Sinisgalli, a un mondo pret­tamente arabo), Francesco Grisi (la cui poesia ritrova nel­la cultura biblica i luoghi del deserto e dei viaggiatori del deserto) e Gesualdo Bufalino (i cui echi sono intrecci di me­diterranei icludenti tra la Sici­lia e l’Oriente), Alfonso Gatto che ha fatto della memoria una chiusa di nostalgie in una ricordanza che è estasi. È su queste dimensioni che han­no dell’onirico, è su questi percorsi che la Magna Gre­cia viene ad essere assorbita nella parola e nell’anima che sono nel mito della mediterra­neità. Perché la mediterranei­tà. Questi poeti sono linguaggi di terra e di acqua. Sono poeti che non hanno mai spsso di confrontarsi con le civiltà per­dute e con quelle culture che superano notevolmente l’anti­poetico Dante per sofferma­re l’attenzione su un maestro sufi qual è khayyam. Ma con questo maestro hanno do­vuto fare i conti sia Pascoli, senza il cui incontro sarebbe rimasto il piagnucolante po­eta delle lamentele, come ho dimostrato in un recentissimo libro, Cardarelli , il poeta del­le malinconie vitali, Ungaretti che lega la terra promessa al mondo islamico.Siamo, dunque, a quella poesia che è Magna Grecia ma riesce a respirare l’onirico e il supera­mento della storia attraverso l’estetica e la perforazione degli sguardi. Perforare uno sguardo. Un’espressione ter­ribile. Ma la poesia è terribile. Non è il riposo. Non è la dol­cezza o il pianto carducciano o la classificazione comme­diante di un Dante la cui vera poesia si conta a gocce.

La poesia è la ferita che pene­tra lo sguardo e tocca l’anima. Carrieri, Pierro, Grisi, Bufali­no, Gatto sono nella moderni­tà del contemporaneo perché hanno rischiato la parola den­tro il mosaico del linguaggio. È certo che sono soltanto al­cuni dei poeti da me studiati dentro lo scenario dell’oltre il suicidio della classicità scola­sticizzata. Tracce. Ma di trac­ce e dettagli è fatta la poesia. Perché di dettagli e tracce è fatta l’esistenza. L’esistenza dei poeti. Di quelli che mai hanno ceduto al giudizio un loro vero, convinti che il verso non va spiegato e tanto meno commentato.

Il commento e il giudizio lo si affida a chi non fa poesia e di poesia comprende ben poco. Perché? Perché la poesia è delirio. Soltanto i folli scrivono poesia. Ma sono i folli, quelli veri, che guidano la bellezza delle civiltà. Una follia che si trova nell’estetica della parola che è musica nel suono dan­zante dei dervisci, delle dan­zatrici arabe, del sale degli Oriente nel volto della donna di Magdala che non chiede perdono e neppure di capire. Ma di restare impressa nella nostra vita come un Cantico tra i Cantici.

Si può andare oltre? Certa­mente sì. Ma sono stanco di Dante, Manzoni, Carducci… Recuperiamo la rosa nel bic­chiere e le rose di Danzica che leggiamo nel mio caro e fraterno Alberto Bevilacqua. Per capire di più questo no­stro perduto Occidente nella bellezza delle stelle danzan­ti di D’Annunzio dobbiamo essere coraggiosi. Il poeta è l’unico guerriero che resta in questo tempo di debolezze. Sulla riva della Magna Grecia i poeti hanno cercato le rotte del Mediterraneo. In una cit­tà che non ha mai respinto la cultura letteraria dei Sud. Quasimodo e Carrieri sono un esempio emblematico.

Su Raffaele Carrieri Giuseppe Ravegnani nel 1960 sottoline­ava: “Quando incontro Raffa­ele Carrieri, mi par di tocca­re un filo elettrico. Mi sento come investito da una scos­sa. Io, di solito, sto zitto; e la­scio a lui ogni parola. Sicco­me è uomo che con gli amici (ma li conta sui diti delle mani) s’apre come un libro, ogni parola è un mondo, delicato o rabbioso. Spara a raffiche o annusa fiori. La sua testa, persino i capelli s’incendiano. E’ un uomo che ha un cuore simile a un orologio di gran­de marca: non si ferma mai. E di più ha una intelligenza che suona a stormo, come le campane nei giorni di festa”.

1 Commento
  1. Carlo Mastroeni 2 anni ago
    Reply

    Complimenti al Prof. Bruni per la imponente opera culturale che porta avanti, naturalmente anche sulla riscoperta di Salvatore Quasimodo che per troppi anni alcuni hanno voluto relegare ai margini della vita culturale ed accademica italiana … in controtendenza rispetto all’Europa ed al mondo intero che sempre manifestano attenzione per l’attualità della poetica e del messaggio universale quasimodiano .
    Carlo Mastroeni e lo staff del Parco Letterario Quasimodo
    http://www.parcoquasimodo.it

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