05 Dicembre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 05 Dicembre 2020 alle 16:02:00

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Flavio Oreglio, «Si fa presto a dire Zelig»

Intervista al popolare cabarettista, musicista, scrittore e umorista italiano

Flavio Oreglio
Flavio Oreglio

Flavio Oreglio, noto al Derby quanto a Zelig, il programma televisivo che ha imposto le sue po­esie catartiche.

È stato il primo ospite della rassegna “Cabaret al Tarentum”, otto artisti in tutto, una domenica ogni mese, alle sette di sera, lontano dalla tv del calcio.

Un’idea perché le famiglie possano fiondarsi nell’auditorium di via Re­gina Elena nel quale Renato Forte, direttore artistico del cartellone re­alizzato con l’associazione “Angela Casavola”, ha concentrato talenti collaudati e nuovi della risata.

Flavio Oreglio, il Derby, Zelig.
«Ho fatto un provino al Derby, ai tempi in cui era ancora il locale del cabaret: fui scartato, ma non mi ar­resi. Dunque, debuttai una sera, poco dopo il locale chiuse: proble­ma cronologico, aveva evidente­mente fatto il suo tempo, non sono stato un motivo causa-effetto. Più avanti è arrivata la tv, Zelig e il suc­cesso popolare».

Cabaret, uno stile che sopravvive a mille mode.
«Il cabaret è vivo e vegeto, però bi­sogna sapere dove andare a veder­lo. Il problema più grosso è confon­dere – come accade da quarant’anni a questa parte – il cabaret con la co­micità: i comici non appartengono al mondo del cabaret; con il cabaret si ride, certo, ma è la dimostrazione che non bisogna essere comici per far ridere».

C’è una tv che poco ha aiutato questo genere.
«Il cabaret non si può fare in tv, puoi fare qualcosa che gli assomigli: la caratteristica risiede nell’essere li­bero di fare e dire ciò che ti passa per la mente e in questo la tv è un filtro: ti dà popolarità ti toglie in fan­tasia».

Usciamo dall’equivoco: il cabaret­tista non è un comico.
«Faccio un esempio, Giorgio Gaber: era esilarante, ma solo un idiota po­trebbe affermare che Gaber fosse un comico; Stanlio e Ollio erano due comici, due grandissimi comici; la cosa importante – quando si fanno questi ragionamenti – non è lo sta­bilire quale artista sia di serie A e quale di serie B; facciamo, però, un distinguo fra varietà e cabaret.

Sono due mondi differenti: i comici appartengono soprattutto al varietà; nel cabaret, invece, si ride in ma­niera diversa. La linea di confine è fra risata come scopo e risata come strumento.

Esistono artisti che raccontano per far ridere e artisti che fanno ridere per raccontare».

Ha pubblicato un libro sul “Derby” di Milano, “L’Arte ribelle”.
«Lavoro a questo progetto da più di venti anni. Ho scoperto che non esisteva uno studio sull’argomento. Dunque, “L’arte ribelle” nasce da una domanda fra amici che faceva­no lo stesso mestiere: “Cos’è il ca­baret?”.

La caratteristica che scaturiva da quelle discussioni era sistematica­mente un’idea differente di cosa in realtà fosse il cabaret. Così per dare il senso di qualcosa di definito ho fatto ricerche, studiato, letto libri, consultato enciclopedie».

Un lavoro molto articolato, due­centocinquanta pagine.
«Mi sono documentato su libri fran­cesi, tedeschi, inglesi e altre pub­blicazioni europee, poi ho sentito alcuni dei protagonisti di un’epoca straordinaria: ho scoperto cose na­scoste da farne una documentazio­ne imponente.

Il bello di questa opera? È che non è la mia opinione su quel tipo di spet­tacolo, ma una storia legata all’archi­vio storico del cabaret che ha sede a Peschiera Borromeo, cittadina nella quale vivo: l’Amministrazione loca­le mi ha dato uno spazio nel quale esporre tutto il materiale raccolto fino ad oggi. Storia è oggettiva, ba­sata su documenti: in un solo colpo abbiamo tolto di mezzo il tormento­ne “per me il cabaret è…”».

Una definizione secca del caba­ret.
«Poesia, satira, umorismo, canzone d’autore».

Cosa ci fa un biologo nel cabaret?
«Dovevo fare il biologo e, invece, ho scoperto che il monologo rendeva di più: ho dimezzato gli sforzi e rad­doppiato i guadagni…».

Esiste un sistema per creare subi­to feeling con il pubblico?
«Dire che l’ho codificata, questo no. È una cosa venuta spontaneamente nel corso degli anni: salgo sul palco e al pubblico parlo alla testa, piutto­sto che alla pancia; con l’esperienza penso di essere diventato più natu­rale e meno costruito. Più passano gli anni, più mi viene facile rappor­tarmi con la platea».

I Gufi simbolo di quel cabaret, ce­lebrati da un quartetto di colleghi recente fondazione: lei, Oreglio, insieme con Alberto Patrucco, Davide Riondino e, la storia di quei tempi, un certo Roberto Bri­vio.
«Non è un omaggio ai Gufi, ma il re­cupero di un materiale straordinario appartenuto al gruppo del quale fa­cevano parte lo stesso Brivio, Nanni Svampa – cui ho dedicato “L’Arte ri­belle” – Lino Patruno e Gianni Magni: le loro canzoni in italiano – loro han­no recuperato la tradizione milane­se, lombarda… – hanno dato vita ad opere di un’attualità impressionante; cantare le canzoni dei Gufi, oggi, significa cantare il presente: hanno una potenza descrittiva del sociale, del politico e di argomenti vari della vita, davvero sorprendente. Brivio, un giovanotto di ottant’anni, un sim­bolo: l’altra sera eravamo a Fidenza, bene, lui ha surclassato il resto della squadra, un grande!».

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