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Il Satyricon e quel celebre banchetto

Fino a tempi tutto sommato recenti la Grande Cuisine romana era legata al ricchissimo e cafonesco banchetto di Trimalchione nell’opera più famosa di Petronio

Il Satyricon e quel celebre banchetto
Il Satyricon e quel celebre banchetto

Fino a tempi tutto sommato recenti (Apicio era poco noto fuori dal giro dei super-specialisti, era stato tradotto male, da gente del tutto digiuna di cucina, e quindi i suoi piatti erano giudicati immangiabili e la sua cucina “distruttiva”), quasi tutto ciò che il grande pubblico sapeva della Grande Cuisine romana era legato al ricchissimo e cafonesco banchetto di Trimalchione nel Satyricon di Petronio.

Molta acqua è passata sotto i ponti sul Te­vere, dalla fondazione di Roma.

La morigeratezza degli antichi è soltanto un pallido, lontano ricordo. Siamo in età imperiale, e l’aristocratico Petronio traccia un quadro indimenticabile del banchetto e della sua degenerazione.

Trimalchione è un liberto, ricchissimo: il prototipo del cafone arricchito. Molti vol­lero vedere nel personaggio la sarcastica deformazione di Nerone; cosa forse non fu estranea alla decisione dell’imperatore di suicidare il suo arbiter elegantiae. Per di più, Trimalchione deve la sua fortuna ad essere stato il mantenuto del defunto padrone. La cena alla quale partecipano i due protagonisti del romanzo, Encolpio ed Ascilto, è la sintesi di quanto di più lussuoso, raffinato, teatrale abbia prodotto il mondo romano: ma resta volgare. L’esteta Petronio calca la mano nel delineare il personaggio, esplicitando tutto il suo disprezzo per il parvenu Trimalchione, la cui rozzezza resta quand’anche ammantata di denaro: e tutta la magnificenza dell’apparato del banchetto s’appalesa segno sì di ricchezza ma soprat­tutto di mancanza di eleganza.

Su un enorme vassoio troneggia un asinel­lo di bronzo con bisacce contenenti olive bianche e nere. Seguono ghiri con salsa di miele e semi di papavero, e ancora salsicce bollenti su graticole d’argento, con prugne di Siria e chicchi di melagrane a simulare carboni e braci. Siamo ancora all’inizio del gustum, l’antipasto romano. Ai commen­sali vengono offerte uova di pavone: un po’ troppo pesanti, c’è forse dentro il pulcino? No, le uova sono di pasta sfoglia, e dentro ci sono beccafichi cotti in tuorli d’uovo pepati. L’alta cucina romana si fa infatti un pregio del mimetismo.

Lo splendore del banchetto si esalta con l’arrivo di un vassoio sul quale sono rappre­sentati i dodici segni zodiacali; su ognuno di essi l’ingegnoso cuoco ha disposto una vivanda che lo rappresenti: sulla Vergine, per esempio, vi è la ricercata e costosissima «vulva di scrofa sterile». E la cena continua. Ecco un ulteriore vassoio artisticamente assemblato; cacciagione, carni, pesci: questi ultimi sembrano nuotare nel garum pipera­tum come se si trovassero nel mare.

Costretti a subire i discorsi pseudo-filosofici dell’anfitrione, i convitati continuano nella strenua lotta fra golosità e capacità dello sto­maco. Ecco giungere un cinghiale enorme, piatto clou della serata: una volta squarciato il suo ventre, come da un cappello a cilindro fuoriesce, fra l’incredulità degli spettatori, un volo di tordi.

Ma lo spettacolo non è solo nei piatti. Ac­canto ai servi che entrano a passo di danza, suonano il flauto e cantano, si assiste anche a numeri di artisti professionisti. Fra questi anche un gruppo di «omeristi», attori che interpretano in costume scene dai poemi omerici, con «colte» spiegazioni che Tri­malchione dà della rappresentazione: il Mito si degrada in una farsa popolaresca, i personaggi acquistano caratteristiche indubbiamente nuove. Sui discorsi di Tri­malchione Petronio si scatena: il liberto miliardario, nel suo sfrenato esibizionismo si produce – ha tre librerie! – in trattazioni di letteratura, cucina, medicina, il tutto infarcito (è il caso di dirlo, dato il clima) di pensieri così profondi da farlo considerare un pericoloso concorrente per i filosofi.

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