11 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 11 Aprile 2021 alle 17:10:34

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Luigi Lepore, una vita per i giovani

Dalla guerra ai mesi di prigionia. Ecco la sua storia

Luigi Lepore
Luigi Lepore

Dovrebbe essere un giorno triste quello del com­miato da una personalità fonda­mentale nella cittá di Taranto per l’enorme e silenzioso lavoro di educazione giovanile svolto in non meno di settanta anni senza soluzione di continuità, eppure non sento tristezza nel mio cuore.

Una sensazione particolare nel­la quale il ricordo di beneme­renza e impegno civile e cristia­no della figura di Luigi Lepore supera di gran lunga il dolore della sua scomparsa tanto da consegnarlo alla memoria di coloro i quali lo hanno amato, e sono tanti, in un posto speciale e lontano dal tempo.

Ritiratosi a vita privata da di­versi anni per via della età avanzata, per lungo tempo ave­va continuato a ricevere in casa generazioni di educatori catto­lici della nostra città per indi­rizzarne l’azione formativa o anche solo per scambiare due parole di conforto sulla asprez­za di certe cose della vita.

Credo perchè nella sua sem­plicità non aveva mai perso la capacità di insegnare agli altri il valore fondamentale del sor­riso, veicolo principale dello scambio di emozioni tra adulto e ragazzo. Costituiva perció an­cora, nonostante la sua maturitá anagrafica, un punto di riferi­mento per molti.

Ma Luigi Lepore, decano indi­scutibile dell’associazionismo cattolico di Taranto, un asso­ciazionismo di azione, era stato molto più che un semplice inter­prete del ruolo civile dei cristia­ni in città.

Unico meridionale in un reggi­mento di soldati lombardi era finito al fronte durante la se­conda guerra mondiale quando la nascente Repubblica Sociale Italiana impose a molti militari la scelta di aderire o meno alla guerra civile al fianco dei fa­scisti. Lui rifiutó questa strada e venne internato a Norimberga per diversi mesi, risultando ad oggi uno degli ultimi deportati tarantini ancora in vita. Duran­te la lunga prigionia si prodigó a lungo nel tentativo di sostenere i più giovani tra i suoi compagni nelle marce forzate verso i cam­pi di lavoro nelle quali in tanti cadevano per gli stenti, la fame, la depressione o il freddo.

Resistette nella speranza di rin­contrare la madre, così mi rac­contava, finchè venne liberato insieme agli altri prigionieri, da una reparto di paracadutisti americani.

In condizioni disperate, da cit­tadino e militare italiano in ter­ritorio tedesco, scampó diverse volte alla morte sino al ritorno in patria con alcuni altri reduci.

Mi riveló che dopo diversi gior­ni di viaggio, arrivato a Taran­to, la prima cosa che fece fu quella di recarsi nella Chiesa del Carmine in segno di ringra­ziamento per la grazia della vita risparmiata e lì potè rincontrare la madre, per una coincidenza recatasi nello stesso luogo per pregare per il figlio.

La storia di Luigi Lepore cor­rerà negli anni successivi assie­me a quella della ricostruzione della intera città, non solo sotto il profilo materiale ma anche e soprattutto umano. Sarà stata l’enorme sofferenza giovanile della guerra a restituirgli negli anni a venire un eterno sorri­so, mai scontato, e un senso di positivitá con il quale sapeva insegnare ai più giovani che la vita è bellezza e che l’esaltazio­ne dei valori di carità cristiana aveva soprattutto una funzione di riconciliazione collettiva in una societá frantumata e impo­verita.

Nulla era impossibile da realiz­zare nella vita nel suo modello di educazione, assai confacente al messaggio tradizionale del­lo scoutismo, se si affrontano i problemi con la giusta attitu­dine. Non a caso molti dei suoi ragazzi hanno raggiunto vette professionali, civili o sportive impensabili per tanti. Marato­neti nel Sahara, piloti militari, comandanti di flotta, top ma­nager di grandi multinazionali, professionisti riconosciuti in ogni parte del paese e poi im­piegati, insegnanti, operai, tutti innamorati del proprio lavoro e della propria famiglia. Pro­babilmente a torto considerato come il fondatore dello scou­tismo cattolico in città, che in realtà preesisteva alla sua esperienza sebbene fosse stato abolito dal fascismo, si deve in­dubbiamente a lui l’esaltazione e lo sviluppo del suo modello a Taranto grazie alla capacità di aver messo assieme una grande e attiva comunità di volontari, partita dalla Chiesa del Carmi­ne e diffusasi via via in tutta la città con la fondazione di nume­rosi gruppi giovanili. E ai gio­vani dedicherà tutta la sua vita, gratuitamente, per la grazia ri­cevuta di essere sopravvissuto ad una tragedia assai segnante come quella della guerra. Quan­do mi onorai di rappresentare quello che fu il suo ruolo, per pochi anni, mi trasmise un uni­co insegnamento, confidando che sul resto me la sarei cavata da solo, e cioè che con qualsia­si ragazzo, il più difficile, il più sfortunato, il più triste o ferito, la chiave della relazione per aprirlo al mondo era l’amicizia, la capacità di infondere in lui il valore dell’amicizia.

Per questa ragione la sua scom­parsa non è ragione di tristezza, la sua amicizia vive forte in tut­ti i suoi ragazzi e sarà per sem­pre un valore insostituibile.

 

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