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Fiamme altissime all’ex Ilva, i sindacati: paura in fabbrica

Una siviera si buca all'ex Ilva
Una siviera si buca all'ex Ilva

“Una siviera appena uscita dal Convertitore 1 si è bucata svestendo ac­ciaio in fossa, procurando fiamme altissime che raggiungevano le tubazioni gas. Solo l’intervento tempestivo dei vigili del fuoco evitato il peggio”. Lo denunciano Fim Cisl, Fiom Cgil e Uil Uilm ricostruendo l’inci­dente avvenuto ieri nello stabilimento side­rurgico di Taranto. I sindacati evidenziano di aver assistito “a iniziative e manovre per gestire l’emergenza del tutto improvvisate e non proceduralizzate”.

Ad emergere per i sindacati è “una assen­za della distribuzione d’acqua della linea d’emergenza” che doveva essere utile al reintegro delle cisterne e di supporto a tutta l’acciaieria in caso di incendio. “Ri­teniamo intollerabile l’intero accaduto a dimostrazione – rimarcano i sindacati – che l’acciaieria e tutti gli altri impianti neces­sitano di interventi immediati per la salute la sicurezza dei lavoratori”. L’Usb da parte sua segnala “in area Parchi Minerali l’ac­cumulo di materiale sul piano di calpestio situato sotto il tamburo di rinvio del nastro trasportatore Mp/2 Parchi”.

Dentro la fabbrica, insomma, il clima è pe­sante. Il segretario generale della Cgil di Taranto, Paolo Peluso, ha scritto una lettera aperta al sindaco di Taranto, Melucci, ed al presidente della Provincia Gugliotti: “Pur nella consapevolezza dell’impegno del Go­verno, assunto in prima persona dal Presi­dente del Consiglio, a trovare una soluzione per assicurare continuità alla produzione in ex Ilva, riteniamo non più rinviabile l’aper­tura di un tavolo di crisi a livello locale con tutte le forze sociali. Ciò trova le sue moti­vazioni nel mutato contesto politico, oltre che di mercato e giuridico, rispetto ad un solo anno fa, tanto da rendere complicatis­sima la gestione della crisi e l’individuazio­ne a breve di una soluzione. Tra l’altro, è del tutto evidente che le questioni ambientali, della sicurezza sul lavoro e delle manuten­zioni ordinarie, sono ormai acclarate come prioritarie e non più differibili in alcun modo, in particolare per il sito tarantino, come sostenuto non solo da tanti cittadini, ma anche dagli stessi operai. Si apre, dun­que, una prospettiva purtroppo drammati­ca sul piano occupazionale dei lavoratori diretti e dei lavoratori in appalto, in molti casi non protetti neanche da ammortizza­tori sociali. Con inevitabili ripercussioni su tutto il tessuto economico e sociale della nostra provincia”.

“Il nostro ‘tavolo di crisi ex Ilva’ è quello istituito dal Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, a Palazzo Chigi”. Cosi il segretario genera­le aggiunto della Fim Cisl Taranto Brindisi Biagio Prisciano dopo l’incontro convocato in Regione dal governatore Emiliano. “Un incontro interlocutorio – aggiunge Priscia­no – nel corso del quale si è parlato dei vari aspetti della vertenza, mostrando su più fronti preoccupazioni per la situazione venutasi a creare. Rispondere all’invito del Presidente Emiliano era un atto doveroso e cogliamo con piacere anche l’apertura re­gionale a voler richiamare ArcelorMittal al rispetto degli accordi. Naturalmente, que­sto non significa condividere eventuali nuo­vi percorsi. Il fatto che lo stesso Emiliano – come apprendiamo dalla stampa – chie­da mandato alle organizzazioni sindacali è alquanto imbarazzante, poiché il Pre­sidente della Regione ha già un suo ruolo istituzionale. Come Fim abbiamo mostrato perplessità sulla convocazione di ulteriori tavoli proprio alla luce del tavolo istituzio­nale già aperto dal governo e ribadiamo che per noi l’unica strada da percorrere è il rispetto dell’accordo del 6 settembre 2018. Un accordo costruito pezzo dopo pezzo con tanta fatica e che ora rischia di naufra­gare per l’inadeguatezza fin qui dimostra­ta dal governo, attraverso un’instabilità di posizione. Si sapeva che quello dello scudo penale era la scappatoia che ArcelorMittal cercava ed è assurdo che il governo l’abbia concessa. Adesso – spiega Prisciano – si sta facendo di tutto per rincorrere la strategia migliore per tornare indietro. Ma a questo punto se l’alibi è lo scudo penale, e quindi tutto l’impianto normativo, la prima cosa da fare è resettare tutto riportando l’accor­do allo stato originario; reintroducendo, quindi, la norma già esistente dal 2015 con i commissari: garantire non una immuni­tà a prescindere, ma una copertura legale nel tempo, per mettere a norma un’azienda consegnata con tante anomalie impiantisti­che. Il tutto in un tempo limite nel quale eseguire le opere del Piano ambientale, di cui chi è subentrato non ha responsabilità fino alla scadenza dei tempi concordati. Per cui il balletto sullo scudo (toglierlo per poi rimetterlo modificato, toglierlo nuovamen­te) creatosi sin da quest’estate è stato l’alibi che serviva ad ArcelorMittal per sfilarsi da questa partita, per non affrontare condizio­ni estremamente difficili sia di mercato che su altri aspetti. Senza interventi scellerati ArcelorMittal, così come stava succeden­do, nonostante le difficoltà, sarebbe stato obbligato a rispettare tutti gli impegni pre­si (poiché blindato dall’accordo), tra cui la piena occupazione alla fine del piano nel 2023 con il reintegro dei lavoratori attual­mente il Amministrazione straordinaria. Aspetti che a questo punto con l’intenzione di Arcelor alla restituzione degli asset ai commissari vengono mesi in discussione. Nel frattempo lo stabilimento rischia di fermarsi”.

Duro Marco Bentivogli (Fim Cisl): “Ap­prendiamo ufficialmente quello che in queste settimane era già noto. E cioè che i partiti di Governo sono tutt’altro che coesi sulla necessità di reinserire lo scudo penale per durata e perimetro del piano ambien­tale. Questa posizione indebolisce la posi­zione del Governo. Rende vana qualsiasi richiesta di negoziato. Ad oggi non si sono affacciati nuovi investitori e immaginare un ruolo pubblico, peraltro senza investitori industriali è un film già visto che ha messo in ginocchio il Gruppo Ilva”.

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