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Fred Bongusto e la “Rotonda sul mare”

Il legame dell’artista recentemente scomparso con la città di Taranto

Fred Bongusto
Fred Bongusto

Lungomare di Taranto. «Pensa se Una ro­tonda sul mare l’avessi scrit­ta qua! Questa sì che è una rotonda…». Come quella di Lido Gandoli, ricordava, l’i­dea di Pino Alessano, inven­tore di un complesso balne­are lontano dal centro e dai “lidi” cittadini. Anche quella era una bella rotonda e i gio­vani cronisti non perdevano occasione nel presentare un concerto, fosse per un gior­nale o una tv, che il grande Fred Bongusto si fosse ispi­rato proprio ad una delle due bellezze. Purtroppo non era così, ma ci piace immaginar­lo ancora.

Testimonianza raccolta per­sonalmente. A Bongusto, scomparso nei giorni scorsi a ottantaquattro anni, com­mendatore della Repubbli­ca per meriti artistici, vin­citore di provavo a cavargli un mezzo “sì” sul quale poi fantasticare per un articolo. Niente da fare. Sorrideva, però. «La Rotonda è quel­la di Senigallia, ma ognuno delle rotonde ci fa quello che vuole: non nascondo, però, quanto mi faccia piacere che la gente coltivi questo desiderio, del resto la can­zone è romanzo, è fantasia e se ognuno la sente più sua pensando che sia ispirata a un personale luogo romanti­co, va bene così…».

Era il principio dell’amore, quello che Fred, l’inimitabile Fred, aveva cantato in “Ma­laga”, “Spaghetti a Detroit”, “Frida”, “Balliamo”, “Tre set­timane da raccontare”, “Tu sei così”, “La mia estate con te”, “Bruttissima bellissima”, la sua personale versione di “You’re my everything”. Di solito le cover erano nate e finite sulla soglia dei Ses­santa, ma il successo fece uno strappo per una voce calda e affascinante come la sua. Quando Bongusto era più o meno “out” dalla programmazione radiofoni­ca, perché le emittenti ave­vano scelto dance e rock, lo invitai a Publiradio. Re­gistrammo una intera setti­mana di contributi (allora si faceva…), per spiegare tutti i suoi successi. Una pro­grammazione per Publiradio Solo musica italiana e Radio Taranto. «Maestro, quando vedo “Matrimonio all’italia­na” con la Loren e Mastroi­anni diretti da De Sica, non posso fare a meno di ascol­tare sui titoli di coda le note di “Nun parla’” su musica di Armando Trovajoli».

«Bella canzone, piacque tanto anche a Liz Taylor che aveva visto quel film ed era venuta in Italia per presen­tare “Cleopatra”, girato a Cinecittà: era appena sboc­ciato sul set l’amore con Richard Burton, così venne a sentirmi in un night della capitale: gliela cantai di pro­posito, a Burton non doveva essere andata giù questa cosa, così invece di tenersi stretta la bellissima Liz, bal­larci, quella sera fissò me, insistentemente, come se gli avessi fatto chissà quale torto; forse avrebbe voluto che steccassi, non so, ricor­do che fra i due attori ci fu una mezza scenata; comun­que capisco, quando nasce una vera relazione e si ama, c’è sempre una componen­te di insicurezza, ma Burton che era uno degli uomini più affascinanti di Hollywood non doveva temere la con­correnza di una canzone, siamo seri…».

Detto di Gandoli, Bongu­sto era stato a più riprese nei locali pugliesi, l’estate in provincia di Taranto se lo contendevano. Tutti voleva­no l’esclusiva e lui e il suo impresario in qualche modo accontentavano tutti.

Manager tarantini, fra gli altri, Giulio Milella e Gigi D’Amato. Fra gli amici, Gep­py Greco, che davanti a un whisketto amava chiamare il maestro per nome, “Alfre­do”. «Questa estate canto da una parte, la prossima, se il Cielo vuole, canto da un’altra parte…». Media­va in questo modo, sapeva farci. E sapeva anche farsi amare. Gianfranco Campo lo ospitò al Penthouse, Mar­co De Cesare allo Yachting, Antonello Di Maggio al Chi­nee. Nel 1980 tenne perfino un concerto di beneficenza, al cinema-teatro Paris, per raccogliere fondi da desti­nare alle popolazioni colpite dal terremoto. Tempi, più o meno, di “Brasiliando”, in­namorato com’era di quelle sonorità. «Un disco – così si chiamavano i supporti di una volta… – lo realizzo in Brasile, uno in Italia; devo al maestro José Mascolo se mi sono lasciato completamen­te affascinare da queste so­norità…». E il mattino dopo i concerti, alle 11 in punto, cascasse il cielo partita a tennis, per tenersi in costan­te allenamento. Mascolo aveva origini pugliesi, fog­giane, affascinato da questa terra non perse occasione per dedicarle un brano mu­sicale che registrò un buon successo, “Manduria”, bra­no frizzante come il Primi­tivo prodotto nella Città dei Messapi.

Bongusto era anche un vecchio amico del pianista tarantino Lucio De Giorgio (I Pettirossi), dai tempi dei baresi 5 del Sud, progetto musicale dei fratelli Rizzo. Di questo episodio ne ho scritto sul libro “Seduti in quel caffè, sognando Liver­pool”. A Roma, Fred, non se la passava ancora bene, aveva appena inciso “Doce” e “Frida” e Lucio lo menzio­nava sui borderò Siae, cosa che aiutava il cantante e au­tore a fare qualche soldo e respingere fame e paura che due successi non facessero primavera. Appena un anno dopo, arrivarono “Malaga” e “Una rotonda sul mare”. È il successo. E quando i due, più avanti, si incontreranno ancora, Bongusto che non dimentica, a cena gli scrive d’emblée, sul dorso di una cartolina, il testo in italiano un classico di Yves Mon­tand, “Les Feuilles Mortes” (“Le foglie morte”), che Lu­cio conserva gelosamente fra le cose più care

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