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Una città in ostaggio della crisi dell’ex Ilva

Arcelor Mittal
Arcelor Mittal

Dovremo atten­dere ancora qualche giorno per scoprire quali sorprese avranno tirato fuori dal cilindro i ministri ai quali il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha fatto perveni­re l’invito ad elaborare idee per salvare Taranto. Il rinvio è stato chiesto dagli stessi ministri che non ce l’hanno fatta, entro oggi, a riempire di utensili il cosiddetto “Cantiere Taranto”.

Per quanto possa essere apprez­zata la buona volontà di Conte, proprio questa iniziativa e il suo slittamento sono la prova della impreparazione con la quale il governo ha affrontato la que­stione. Sembra che Conte si sia accorto di Taranto solo qualche giorno fa, quando, con un blitz che forse con troppa leggerezza ha riscosso applausi e strette di mano, si è fiondato nello stabili­mento ad ascoltare prima gli am­bientalisti e poi gli operai. A tutti ha detto di non avere soluzioni.

Una risposta surreale se si con­sidera che sia arrivata da chi, per suo compito istituzionale, le soluzioni dovrebbe trovarle e, soprattutto, metterle in pratica. Clima surreale, appunto. Perché quell’incontro che tanti “mi pia­ce” ha raccolto sui social, si è svolto mentre Arcelor Mittal ave­va deciso di riconsegnare l’Ilva allo Stato. Servendosi dell’alibi che proprio il governo Conte gli aveva offerto abrogando lo scudo penale, senza il quale, detto per inciso, né i commissari straor­dinari né un qualsivoglia nuovo eventuale e improbabile acqui­rente avrebbero modo di gestire la più grande acciaieria d’Europa. Nelle ore in cui Arcelor Mittal faceva le valigie, Conte veniva a dire di non sapere cosa fare. One­stà intellettuale, certo. Ma di fatto abbiamo assistito alla celebrazio­ne del funerale dello stabilimento siderurgico e all’ammissione sen­za equivoci che allo stato attuale non esistono alternative concrete

per assorbire migliaia di posti di lavoro che rischiano terribilmen­te di andare perduti.

Ora sappiamo che Conte quel­lo scudo vorrebbe reintrodurlo, dopo averlo prima abolito e poi reintrodotto nel governo Conte 1, poi di nuovo abolito nel governo Conte 2. Un balletto indecoroso, dilettantesco, che si è giocato non per tutelare Taranto o l’impresa, ma unicamente per assecondare gli umori di una parte del M5S, quella contraria allo scudo e gui­data dalla senatrice Barbara Lez­zi. Colei, cioè, che da ministro nel Conte 1 non aveva aperto bocca quando il suo capo politico e al­lora ministro dello sviluppo Luigi Di Maio aveva ripristinato l’esi­mente penale dopo averla abroga­ta. Rimasta fuori dal Conte 2 ha dato il via a questa crociata.

I maligni sussurrano che Bar­bara Lezzi sia la leva utilizzata dallo stesso Di Maio per decre­tare la fine del governo. Di fatto la senatrice salentina con questa opposizione al ripristino dello scudo penale si sta rivelando una formidabile alleata di Arcelor Mittal: un assist migliore per la­sciare Taranto in braghe di tela non poteva offrirglielo. Resta l’amara considerazione che la più grande vertenza industriale-ambientale mai affrontata in Italia sia ostaggio dell’imprepa­razione del governo, della forza di Mittal e di un gruppo di par­lamentari rancorosi che per meri calcoli di bottega sta mandando un’intera città e la sua provincia a sbattere rovinosamente contro lo scoglio di una crisi arrivata, sì, da lontano ma che gli ultimi due esecutivi hanno lasciato precipi­tare per inettitudine e dispettucci interni. E siamo ad un tale punto di non ritorno che persino la bat­taglia sullo scudo penale – con la fabbrica desolatamente in via di spegnimento e con la sua fetta di mercato che Mittal si porterà con sé nella valigia – ora appare non solo stucchevole ma soprattutto inutile.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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