27 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Settembre 2021 alle 19:48:00

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I misteri di Apicio, grande chef dell’antichità

Davvero, in pochi casi come questi, l’uomo si identifica con l’opera.

Marco Gavio Apicio
Marco Gavio Apicio

Nel nostro itinerari attraverso la cucina dell’antichità abbiamo incrociato più volte il nome di Apicio. Ma chi era Apicio?

Poco sappiamo di lui; o meglio, di loro. Perché di Apicio ce ne furono almeno tre. E non siamo nemmeno sicuri di come si chiamasse, anche se per convenzione nella maggiorparte dei cosi lo si indica come Marco Gavio Apicio.

Davvero, in pochi casi come in questo, l’uo­mo si identifica con l’opera. Perché il suo manuale di cucina, De re coquinaria, noto anche come Ars magirica, il più completo ed ampio che ci sia pervenuto dall’era antica, è talmente importante che ha oscurato del tutto , o ha rimescolato, le notizie sull’autore.

L’Apicio più noto ed attestato, forse di nome Marco Gavio, è un patrizio romano vissuto a cavallo tra la fine del I secolo a.C. ed il I secolo d.C., gastromane e gastrosofo vissu­to sotto Tiberio. I suoi contemporanei non nominano il suo trattato culinario ma le sue ricchezze, stravaganze e la sua dedizione alla gastronomia. Fiorirono gli aneddoti su di lui (ne parla anche Plinio), compreso quello, celeberrimo, che avendo sentito dire che nelle acque libiche c’erano gamberi di enorme taglia, armò una nave e vi si recò; in vista delle coste i pescatori, presso i quali s’era sparsa la voce del suo arrivo, lo raggiunsero con le loro barche, portando i gamberi più grandi che avevano: deluso perché erano più piccoli di quelli laziali, senza nemmeno toccare terra Apicio fece invertire la rotta alla nave a tornò in Italia. Gli aneddoti più rilevanti riguardano però la sua morte per suicidio: aveva sperperato il suo immenso patrimonio, gli erano restati appena dieci milioni di sesterzi (un potere d’acquisto pari ad un centinaio di milioni di euro, più o meno): temendo di non poter più mantenere il tenore di vita al quale era abituato, morì suicida ingerendo veleno. Seneca, che lo detestava perché, secondo lui, aveva corrotto le giovani generazioni con la gastrosofia, distogliendole così dagli studi filosofici, con animo ben poco sereno ed amante della sapienza godeva nel consi­derare la mortifera pozione la più salutare tra quante Apicio ne avesse ingurgitate; quanto al maligno Marziale, che almeno non posava a sapiente, in uno dei suoi feroci epigrammi scrive (traduzione poetica di Alberto Mortera): “Sessanta milioni avevi sperperato / per soddisfar del ventre tuo le brame; / dieci milioni avevi accantonato / ma di soffrir temendo sete e fame / a tran­gugiar veleno ti sei indotto. / Non fosti mai, Apicio, così ghiotto”.

L’Apicio autore (o forse rimaneggiatore, se accettiamo che l’Apicio del I secolo sia l’autore del primo nucleo di ricette) del ma­nuale di cucina potrebbe essere invece stato quello vissuto sotto Traiano (un altro Apicio, ghiottone noto per aver criticato una legge contro gli eccessi alimentari, era vissuto nel I secolo a.C.), forse di nome Celio; di lui si tramanda che avesse escogitato metodi di conservazione delle ostriche.

Nella forme in cui è arrivato fino a noi, il trattato risale alla fine del IV secolo d.C. (c’è anche in appendice un estratto altome­dievale attribuito ad un tale Viridarius, o Vinidarius), mutilo, corrotto ma di straor­dinaria importanza.

Quando alle traduzioni operate da filologi o comunque classicisti, incuranti del “senso” pratico di ciò che scrivevano e totalmente ignari di cucina, si sono sostituite quelle di chi aveva pratica di fornelli, il quadro è cambiato: fermo restando che alcune ricette sono solo ostentative (cosa che pe­raltro ricorre anche nei manuali medievali o rinascimentali), dalle nuove traduzioni emergono i resti, appetitosi e rivelatori, di una grande, grandissima cucina. Tutt’altro che immangiabile.

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