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Così il Nord prende le risorse del Sud

Le cifre: il Nord ogni anno estrae dal bilancio pubblico 62,3 miliardi di euro

Veduta aerea di Taranto
Veduta aerea di Taranto

La favola di un Mezzogiorno idrovora di spesa pubblica esiste solo nei libri di fanta­sia, in quelli che raccontano la realtà emer­ge una verità di segno opposto che tutti conoscono e accuratamente rimuovono. È il Nord che estrae ogni anno dal bilancio pubblico la bellezza di 62,3 miliardi che i principi fondanti della Costituzione e per­fino le regole federali dell’ex ministro le­ghista Calderoli attribuiscono al Sud. È il ricco che sottrae al povero, con la destrez­za di uno scassinatore seriale, usando il grimaldello della Spesa Storica, per cui il ricco è sempre più ricco e il povero sempre più povero. Si consente di elargire risorse pubbliche dovute alle donne e agli uomini del Sud – alle voci scuola, sanità, trasporti – in modo indebito alle donne e agli uo­mini del Nord per una quota pari al 6,5% del totale (62,3 miliardi in termini asso­luti) della Spesa Pubblica Allargata che vuol dire tutta la spesa con dentro centro, periferie, niente escluso. Per la precisione, si intende la spesa delle Amministrazioni Centrali, delle Regioni, delle Province, dei Comuni, delle Comunità montane e degli enti pubblici economici a intero controllo statale non quotati come Inps, Ferrovie, Anas e così via. A certificare i dati della spesa pubblica allargata e i numeri indicati in questo Manifesto sono i Conti Pubblici Territoriali, voluti da Carlo Azeglio Ciam­pi, per avere un controllo reale dei flussi di

spesa nazionali e sono frutto del lavoro del meglio del sistema di statistica del Paese, capofila l’Istat, curato dagli esperti dell’A­genzia di coesione e da 21 staff regionali di

analisti pubblici coordinati dalla unità tec­nica centrale. Siamo, cioè, all’ufficialità dell’ufficialità per capirci. Volete sapere bene di che cosa si tratta? Rispondiamo con un paio di casi emblematici.

Esempio numero 1) Spesa pubblica per gli asili nido pro capite: zero euro se nasci a Altamura, nella Murgia pugliese, diciotto euro se vieni al mondo a Reggio Calabria,

tremila euro se hai la fortuna di essere concepito in Brianza. Parliamo di soldi del bilancio pubblico non delle famiglie o di società private della Brianza, in pratica sia­mo alla colpa di errata residenza. Esempio numero 2) Spesa pubblica per infrastrut­ture di sviluppo: dal 2009 al 2015, ultimo dato disponibile con valori riclassificati secondo criteri omogenei, al Mezzogiorno d’Italia è stato erogato lo 0,15% del pro­dotto interno lordo italiano, praticamente nulla, poco meno di un sesto di quanto si spendeva nei decenni precedenti all’avvio del federalismo fiscale e del trucco della Spesa Storica. Ogni venti minuti c’è un treno di alta velocità che collega Milano a Torino, da Napoli in giù non c’è neppu­re un solo treno all’anno di alta velocità che colleghi qualunque tipo di tratta per cui non ce ne è, ad esempio, neppure uno (diciamo provocatoriamente all’anno) che colleghi Napoli a Bari o Napoli a Reggio Calabria. Da Napoli in giù si viaggia anco­ra con il binario unico e gli scarti dei treni del Nord. Siamo alla colpa di errata citta­dinanza economica.

Il Mezzogiorno ha bisogno di questo non di altro, ha bisogno anzitutto di un new deal

ambientale che permetta di migliorare il contesto infrastrutturale, per creare lavoro e sviluppo, ma prima ancora ne ha bisogno l’Italia che, a furia di estrarre, sta scavando la fossa al primo mercato di consumo dei prodotti del Centro-Nord al di là dei suoi confini e, se non si ferma, più trivella e sca­va, più avanza verso il cimitero. Di fatto, sta portando l’Italia fuori dal novero dei Paesi industrializzati.

La classe dirigente del Sud deve uscire dal familismo e aprirsi al suo capitale umano che oggi regala al mondo, fuori da schemi nepotistici non più tollerabili, e deve accet­tare una regia centrale tecnica e esecutiva che garantisca capacità realizzativa. La classe dirigente del Nord deve uscire dalla logica miope del proprio tornaconto, im­munizzarsi dall’illusione della frammenta­zione, e capire una volta per tutte che la scorciatoia della secessione dei ricchi a spese dei poveri può dare qualche vantag­gio nel breve periodo, ma li consegna per sempre al destino di una piccola colonia franco-tedescacinese.

Il disegno ormai esplicito di ridurre il Paese a un sistema di piccole patrie dove ognuna si illude di salvare se stessa con il risultato di continuare a scendere tutti nel Maelstrom nel quale ci troviamo ormai da più di dieci anni. Anche qui i numeri aiutano: l’Italia è l’unico Paese europeo a non avere raggiunto i livelli pre-crisi del 2008, ma non è vero che ciò accade perché la splendida macchina del Nord si muove con la zavorra del Sud nel cofano ma sem­plicemente perché le Regioni settentriona­li hanno un pil che è del 2,4% inferiore a quello pre-crisi. A furia di togliere spesa pubblica diretta al Sud alimentando peral­tro nelle regioni settentrionali assistenzia­lismo e foraggiando perfino la criminalità organizzata, si è raso al suolo il mercato interno meridionale e si è tolto al Nord il primo dei suoi clienti di mercato. Bellissi­ma furbata!

Solo attraverso gli investimenti pubblici e privati, partendo da numeri certi e condivi­si accertati dall’operazione verità, metten­do al centro il Mezzogiorno e collocandosi come player strategico nel Mediterraneo, la prospettiva di crescita duratura può di­ventare realtà. L’alternativa è una progres­siva marginalizzazione del Nord e del Sud. Costruire un fronte deciso a mobilitarsi per avviare finalmente un percorso rispet­to al quale tutti hanno finora girato altrove lo sguardo è l’impegno più concreto per mettere in sicurezza la repubblica e la sua unità, bloccare la dispersione di capitale umano e lo spopolamento di territori, ri­costruire la fiducia e tornare a attrarre il talento giovanile che abbiamo incosciente­mente regalato al mondo per troppo tempo.

Il compito è di confrontarsi per opporre alla bozza originaria di sciagurata auto­nomia differenziata un progetto del tutto chiaro, normato fin nei dettagli, che ribalta totalmente la logica degli egoismi e impo­ne un radicale mutamento nelle relazioni Nord-Sud. Che si proponga non già di par­cellizzare più o meno folcloristicamente la Repubblica ma di concorrere da ogni suo angolo a ridare sangue e cervello a un Pa­ese preda di vuoti di memoria e di virali infatuazioni mediatiche. Restituire allo Stato il suo primato e ai territori le sue lea­dership sane, di mercato, non assistenziali. Purtroppo, la stragrande maggioranza di chi non ha portato all’ammasso il cervello, ha scelto finora di tenersi in disparte inve­ce che lavorare per l’inversione completa di “questa sciagurata” prassi.

Vorremmo potere rivivere la stagione del miracolo economico italiano e della coerenza meridionalista del trentino De Gasperi. Quando l’Italia cresceva anche del 6/8% l’anno e l’industria del Nord dei Borghi e di tanti, tanti altri, cresceva a vi­sta d’occhio per la domanda crescente del Mezzogiorno dove le opere si facevano, le imprese investivano, il reddito aumentava, le diseguaglianze si contraevano, le fami­glie non avevano paura a mettere al mondo i figli.

Roberto Napoletano
Direttore Quotidiano del Sud

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