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La tessitrice, ultima opera pascoliana di Paolo De Stefano

Nei giorni scorsi la presentazione del romanzo

La tessitrice, ultima opera pascoliana di Paolo De Stefano
La tessitrice, ultima opera pascoliana di Paolo De Stefano

Si è svolta, nei giorni decor­si, la presentazione del terzo volume su Giovanni Pascoli, “La tessitrice”, di Paolo De Stefano.

La manifestazione si è tenu­ta nel Salone della Provincia, presenti autorità istituzionali e militari e un folto pubblico attento alle parole degli illu­stri commentatori.

Qui rivediamo parte del commento del preside Al­berto Altamura sull’opera.

Dopo aver dato alle stampe L’ombra (2012) e La sorella (2016) Paolo de Stefano porta a compimento la sua fatica pa­scoliana, che lo ha impegnato negli ultimi anni, con l’ultimo romanzo dal titolo La tessitrice. Si tratta in effetti di un vero e proprio trittico, in quanto i tre romanzi sono tra di loro inter­dipendenti, che rivisita in ma­niera originale la vita e l’opera di Giovanni Pascoli, autore al quale De Stefano ha sempre riservato nel corso della vita un’attenzione speciale e che non ha mai trascurato di leg­gere con intelletto d’amore. Ho detto altrove che se Pascoli si può considerare l’ultimo figlio di Virgilio, De Stefano si può considerare a giusto titolo l’ul­timo figlio (o fratello) di Giovan­ni Pascoli. Non solo conosce come pochi la sua opera, sia in poesia che in prosa, in lin­gua italiana e in latino, ma ne condivide affetti e sensibilità, facendosi acuto esegeta ed interprete del suo non comu­ne sentire e delle sue idealità. Inoltre conosce come pochi la vita del poeta romagnolo, le sue frequentazioni culturali, le relazioni umane, gli sposta­menti da un capo all’altro della Penisola, come anche i tanti aspetti minuti della quotidiani­tà che, come ognuno sa, co­stellano la vita di ogni uomo, con i suoi slanci e le sue ugge, i momenti di ottimismo e quelli di malinconia, i problemi di sa­lute, gli acciacchi, gli inevitabili intrecci tra aspettative ideali e risvolti pratici. Questo terzo romanzo, La tessitrice (oltre la vita di G. Pascoli), racconta gli anni susseguenti alla morte di Giovanni Pascoli, avvenuta il 6 aprile 1912, ed è incentrato sulla figura di Maria Pascoli, familiarmente chiamata Mariù, la quale, benché affranta per la morte del fratello, al quale ave­va dedicato l’intera sua vita, si fa carico della sua eredità mo­rale, spirituale e letteraria. Ma­riù si dimostra donna dal forte carattere e dalla forte perso­nalità, proseguendo nell’opera, già intrapresa durante la vita di Giovanni, di redigere la bio­grafia del fratello con una am­piezza e ricchezza di dati tali da costituire un insostituibile documento di storia letteraria.

Paolo De Stefano articola l’o­pera in dieci capitoli e ci fa ri­vivere i quarant’anni successivi alla morte del poeta, nel corso dei quali “Mariù fu la silenzio­sa e devota tessitrice non solo della vasta opera poetica ed antologica del fratello, ma fu colei che seppe annodare, ar­monizzandoli, i sottili fili della inquieta ed anche dolorosa vita del grande Poeta. Tessitri­ce dell’opera e della vita, volle e seppe togliere le carte del fratello all’incuria e alla polvere del tempo e, con geloso zelo, le ordinò e le consegnò agli studiosi quale patrimonio della Cultura e dell’Humanitas”. Così si legge nel preludio al terzo atto, in cui l’autore mette a fuo­co i principali obiettivi della sua ricerca, evidenziando “l’altra grande e, veramente tutta sua, opera che, da prospetto desi­derato, potesse divenire realtà. “Casa Pascoli”, la casa-scuola, per i bambini poveri, bisognosi di un caldo desco quotidiano e di un libro da studiare. Con la “Casa”, accanto ad essa, quel­la Cappellina di famiglia ove dal 1953 ella riposa con il fratello e, per sua volontà, un po’più in basso”.

L’altro impegno che assorbì Mariù in maniera totale fu la re alizzazione della casa-scuola, tanto vagheggiata da Giovan­ni Pascoli, che la sorella riuscì a portare a compimento con grande tenacia e perseveran­za, vincendo resistenze e dif­ficoltà di varia natura e colti­vando con intelligenza le giuste amicizie. Non poteva tradire le aspettative del fratello di offrire una casa ai poveri, dove avreb­bero trovato un pasto caldo, un po’ di affetto e soprattutto una scuola. Intanto, va detto che la casa di Castelvecchio fu og­getto di visite da parte di illustri personaggi del tempo. Benito Mussolini, consapevole della grandezza del poeta, vi si recò nel maggio del 1930; varcando la porta della casa, pronunciò la frase rimasta celebre: “Si­lenzio! Qui si entra nella casa della poesia”, riprodotta in una lapide accanto alla porta d’in­gresso della Cappellina se­polcrale e rimossa poi alla fine della guerra. Ma Mussolini non fu il solo a far visita a Casa Pa­scoli: vi si recò nel 1937 l’allora principessa Maria Josè, futura ultima regina d’Italia; il trium­viro Cesare Maria De Vecchi, ministro del regime e nel 1940 Giuseppe Bottai, ministro del­la cultura, di cui Mariù rimase molto soddisfatta annotando, entusiasticamente: “è un mi­nistro veramente ecceziona­le, affabile, affettuoso, senza atteggiamenti di superiorità”: “una mosca bianca” nel pa­norama dei gerarchi fascisti. Sia detto inoltre che Mariù non abbandonò mai la casa di Ca­stelvecchio, anche quando, scoppiata la guerra, le venne l’ingiunzione da parte delle autorità locali di sgombero, in nome di una scelta sempre gelosamente difesa. Alla vigilia dell’ultimo viaggio non poteva tagliare i ponti con la sua casa, il suo ‘nido’, le sue memorie …

Di tutte queste vicende, private e pubbliche, Paolo de Stefano si fa abile regista con un’ope­razione di rara felicità narrativa. Infatti a parlare sono essen­zialmente Mariù e Giovanni Pa­scoli, mentre l’autore dissimula abilmente il suo ruolo condu­cendoci nei meandri della vita e dell’opera dei fratelli. Quel­lo di De Stefano è uno scavo profondo nell’anima di Mariù e di Giovanni, dei quali mette a nudo la complessa psicologia unitamente alla trama dei più riposti pensieri e sentimenti. Ma è anche un viaggio nella poesia di Mariù e soprattutto di Giovanni, del quale coglie da par suo la grande tensione spi­rituale e la immersione nell’in­finito cosmo e nella finitudine delle cose umane. Le pagine dedicate a La vertigine sono tra le più intense e vibranti del libro, in cui è rappresentata la condizione umana sospesa tra la potenza del cosmo ed il vuoto immane. “La Vertigi­ne” era quel canto! La Vertigi­ne del nostro povero mondo, della nostra misera terra nella quale, abbandonati noi, figli della stessa terra, pendessimo nel vuoto. Come tante pendu­le creature, senza più peso e vita, ingombri dall’oblio, senza più essere nell’infinito vortice, nell’immenso sfolgorio degli astri e delle stelle”.

Con un linguaggio ricco di suggestione nel suo continuo echeggiare il suono dell’ini­mitabile scrittura pascoliana, De Stefano apre una nuova finestra sulla vita di un autore originalissimo della nostra let­teratura e ci consegna un la­voro meritevole di studio e di meditazione, nonché ricco di indubbio fascino.

 

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