19 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Aprile 2021 alle 17:24:06

News Spettacolo

Enzo Decaro:«Peppino, indimenticabile»

Intervista all’attore, nei giorni scorsi in scena all’Orfeo con “Non è vero ma ci credo” di De Filippo

Enzo Decaro
Enzo Decaro

Estate 1979, quarant’anni fa, allo Yachting Club “del Faro”, sbarcò La Smorfia. Spetta­colo in due tempi, protago­nisti tre ragazzi baciati dal successo di “Non stop”, i napoletani Massimo Troisi, Lello Arena ed Enzo Decaro. Napoletani, anche se in realtà venivano, nell’ordine, da San Giorgio a Cremano, Napoli e Portici.

Il regista Enzo Trapani si era inventato una tv tutta nuova, una “ballata senza manovra­tore”. Quella stagione tele­visiva irripetibile trascinò al successo anche Carlo Ver­done, i “Gatti” Gerry Calà e Umberto Smaila, i Giancattivi Francesco Nuti, Alessandro Benvenuti e Athina Cenci, Zuzzurro e Gaspare, e altri ancora. Decaro a Taranto, per la Stagione di spettacoli promossa al teatro Orfeo dai fratelli Adriano e Luciano Di Giorgio, a Martina Franca per il cartellone della Stagione di spettacoli al teatro Verdi. In scena uno dei classici di Peppino De Filippo, “Non è vero ma ci credo”.

Cosa è cambiato, a due, tre generazioni di distanza nella vita artistica di Enzo Decaro?
«Ritrovarsi qui, dopo qua­rant’anni a trovare un punto d’incontro fra tradizione e in­novazione, con il lavoro che stiamo portando in scena, fra i tre De Filippo che noi amia­mo, è importante, altrettanto come mettere in scena codici e linguaggi da salvaguarda­re».

“Non è vero…”, la scara­manzia potrebbe sembra­re fuori contesto, invece è sempre drammaticamente attuale. La gente sembra che non sappia più a cosa aggrapparsi. La stessa scaramanzia ha provocato danni nell’ambiente dello spettacolo.
«Nello spettacolo produce ancora danni notevoli, è una di quelle credenze che an­drebbero picconate per de­molire una mentalità triste­mente e saldamente radicata nell’inconscio collettivo; ci vorrà molto altro tempo per averne ragione, toccherà alle future generazioni prendere distanza da queste pessime abitudini».

Troisi, tuo compagno di la­voro ne La Smorfia, ha la­sciato un vuoto che com­pagnie e attori napoletani hanno provato a colmare.
«Molti di questi presentano progetti, qualcosa cioè che ha a che fare con lo studio, un attento lavoro svolto per mettere in scena un qualsi­asi titolo. A me, più mode­stamente, piace pensare che quanto fatto principalmente da Massimo, anche ai tempi del trio, possa essere stato uno spunto, un incoraggia­mento a quanti si avvicina­vano a un cinema o un teatro brillante, sicuramente impe­gnativo indipendentemente da una cifra comica o dram­matica».

Non ci sono più i “Non stop” di una volta.
«La tv è un prodotto della so­cietà in cui viviamo, diciamo che ai nostri tempi pensava­mo e ci divertivamo in modo diverso. Tanto che, oggi, nel bene e nel male il piccolo schermo riproduce media­ mente quello che circola in questi anni.

Diverso sul finire degli Anni 70, e parlo di Napoli, quan­do esistevano i Pino Daniele, Enzo Gragnaniello, Roberto De Simone, i Bennato, Se­nese e altri; si tiravano fuori pensieri e idee, a nessuno balenava nella mente una spregiudicata caccia al suc­cesso, a prescindere di come si arrivasse a questo; oggi è tutto cambiato, e non è solo certa teatralità napoletana ad averne risentito».

La scelta di Peppino De Fi­lippo, autore di “Non è vero ma ci credo”, naturale, stu­diata. Peppino autore ha spesso rivendicato copio­ni e battute condivisi con Eduardo.
«Peppino è stato un attore straordinario, mai abbastan­za rivalutato, come nel tempo accaduto per il grande Totò; in realtà la scelta di questo copione nasce da una volon­tà precisa, dedicare lo spet­tacolo a una grandezza, for­se, mai riconosciuta in senso compiuto; lo stesso Luigi De Filippo, figlio di Peppino, ave­va in mente un progetto da dedicare alla memoria del padre, nonostante fosse an­che vicino allo zio Eduardo, che lui amava immensamen­te; infatti, “Non è vero…”, fa parte del teatro dei De Filip­po, quando ancora Eduardo, Titina e Peppino lavoravano insieme, tanto che risulta naturale che battute e idee, poi maturate in ambiti sepa­rati, scaturivano dalla loro incredibile fucina teatrale, artigianale, artistica, una ge­nialità inarrivata e inarrivabile; così considero che la scelta sia stata abbastanza natura­le, onorando tanto una tradi­zione quanto un repertorio, che consentisse anche un salto nell’innovazione, nei co­dici di linguaggio».

Rispetto e impegno nell’en­trare in un personaggio che Peppino si era magistral­mente cucito addosso.
«In realtà è l’approccio glo­bale che mi interessava di più, entrare nel progetto, una scrittura e una messa in scena condivisa con Leo Muscato, provvidenziale nel rispettare questa necessità innovativa prestando mas­sima considerazione per la tradizione; per il resto, ho semplicemente cercato di calarmi nel personaggio con il gusto di spettatore, cercan­do di trasferirne sentimenti e caratteri della commedia, magari rinunciando a qual­che atteggiamento di farsa; in sostanza, ho trovato interes­sante andare nella direzione della disperazione patologica del personaggio che, certo, fa anche ridere, ma che solo alla fine – posto davanti da­vanti a una scelta importante – si ravvede».

Quanto teatro, tv e cinema nel tuo futuro?
«Non sono capace nel fare calcoli, per me è sempre im­portante lo spessore di un progetto, in qualsiasi direzio­ne esso vada; proprio come accaduto per onorare la me­moria del grande Peppino, per far conoscere alle nuo­ve generazioni l’esistenza di questo tipo di teatro e quanto valga la pena di andare a ve­derlo, a riprenderlo, studiarlo, divulgarlo. Sarebbe un vero peccato dimenticarsene…».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche