05 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 05 Agosto 2021 alle 05:58:00

Cronaca News

Taranto-Ilva, sessant’anni di errori e… amnesie

Il difficile rapporto tra fabbrica e città

L'Ilva di Taranto
L'ex Ilva di Taranto ora Arcelor Mittal

Cinquemila. Cin­quemila esuberi. Quelli che indi­ca Arcelor Mittal. Siamo all’alba del 2020, ma quella cifra ha un precedente illustre nella storia dello stabilimento siderurgico di Taranto. Di quella cifra aveva già parlato negli anni ’80 Hayao Na­kamura, numero uno della Nip­pon Steel chiamato a dirigere le Partecipazioni Statali e a rimet­tere ordine nello stabilimento tarantino nel tentativo di portare in efficienza la più grande accia­ieria d’Europa.

In un volume pubblicato anni più tardi (Il paese del sol calante, Sperling & Kupfer, 1993), Naka­mura racconta la sua esperienza tra i Due Mari. E dice: «Nell’in­dustria al crescere delle dimen­sioni i problemi si moltiplicano in maniera esponenziale e c’è un li­mite oltre il quale la sfida diviene un suicidio». Il mago dell’acciaio giapponese punta il dito contro il raddoppio dello stabilimento: cinque altiforni mai all’altezza produttiva di quelli del gemello di Kimizu, tanti sprechi e gra­vi problemi di manutenzione. Nakamura ci aggiunge anche i costi per trasportare l’acciaio di Taranto sulle rotte dei mercati: trecentoventi miliardi di lire. La sentenza è inequivocabile: per essere competitivo il IV Centro siderurgico avrebbe dovuto «ri­durre la manodopera di cinque­mila persone». Erano gli anni ’80 e quelle cinquemila persone andavano calcolate su un tota­le di ventimila dipendenti o giù di lì. Tanti ne occupava allora quell’enorme stabilimento prima che cominciasse a ripiegarsi su se stesso, già al tramonto di quel decennio con la prima sfornata di prepensionamenti. Certo, la pro­porzione non regge. I cinquemila di oggi fanno molto più male dei cinquemila di allora. Ma questi corsi e ricorsi sono indicativi di un dato: il sovradimensionamen­to di quella fabbrica se non può o non riesce ad essere al massimo della produttività. Allora come oggi.

Lunga vita.
Vi è di più in quella lucida e spie­tata analisi di Nakamura e della sua condanna al gigantismo in­dustriale (allora) di Stato. Vi è l’indicazione dell’aspettativa di vita di uno stabilimento di quel­le dimensioni: «Un impianto a ciclo integrale, con una buona manutenzione, può rimanere in esercizio anche per cinquant’anni di seguito. Quello di Taranto è il più recente di tutto il continente e potrà ancora funzionare per venti o trent’anni». Facendo due conti, lo stabilimento nato nel ‘60 non avrebbe potuto andare oltre il 2010, anno più anno meno. A pat­to, appunto, di essere curato «con una buona manutenzione». Siamo all’alba del 2020 e le cronache ci raccontano che la carenza se non addirittura l’assenza di manu­tenzione ha ridotto la più grande fabbrica italiana in un complesso industriale ormai diventato dif­ficilissimo da gestire. E se oggi siamo sull’orlo dell’abisso è per­ché anno dopo anno si sono ac­cumulati errori, responsabilità, omissioni, colpevolissime distra­zioni. Esattamente come accadu­to per la questione ambientale.

A riparo di vento.
Ancora una volta è Nakamura che ci aiuta a riannodare i fili della storia.

Resta muto il manager, seduto su uno dei tavoli apparecchiati della mensa di stabilimento, quando i suoi tecnici gli chiedono per qua­le ragione gli italiani «avessero costruito quell’enorme stabili­mento in mezzo a una campagna sterminata, senza fabbriche in­torno, in un posto che sembrava fatto apposta per pescare e colti­vare gli ulivi». Non potevano sa­pere quei tecnici giapponesi che quella fabbrica, quella cattedrale nel deserto, l’avrebbero costrui­ta – come disse più tardi qualcu­no – anche al centro della città, tanta era la fame di lavoro, tanto era forte il desiderio di fermare i propri cari che valigia in mano partivano con i biglietti di terza classe per Milano o Torino, per la Svizzera o la Germania o per le fabbriche siderurgiche di Dun­kerque. Una fame che pesci e oli­ve da soli non potevano placare.

Non potevano certo saperlo i giapponesi che per individuare il luogo dove costruire il più gran­de centro siderurgico d’Europa a Taranto si scatenò una feroce battaglia senza esclusione di col­pi tra lobby di proprietari terrie­ri e rampanti della speculazione edilizia. L’Italsider però sapeva già che quell’impianto qualche problema l’avrebbe creato. Per­ché la questione ambientale na­sce molto prima del 2012. Quello è solo l’anno in cui migliaia di tarantini – ai più svariati livelli – se ne sono accorti, credendo di assolvere il proprio letargo man­dando sul patibolo prima Riva ora Arcelor Mittal e con loro i Clini, i Monti, i Letta, i Renzi, i Calenda e via discorrendo. Que­sta è narrazione buona per essere urlata sui social. La storia invece ci racconta altro. Ci dice che la preoccupazione per gli effetti dei fumi sulla popolazione era ben presente sin dalla costruzione del siderurgico. La stessa Italsi­der, in un opuscoletto informati­vo che porta la data del 1964, ci tiene a far sapere che «creando a Taranto potente strumento di produzione e di sviluppo eco­nomico e sociale, ha avuto come principale preoccupazione quella di far sì che la nuova iniziativa si integrasse nel modo migliore con l’ambiente, senza creare in esso delle fratture».

E ancora: ««Particolarmente stu­diata – si legge ancora – è stata

l’ubicazione dello stabilimento, posto ad oltre cinque chilometri dal centro cittadino (…). La di­stanza tra la città e lo stabilimen­to è sufficiente ad evitare che il centro urbano sia interessato ai fumi industriali». Il centro urba­no, appunto. Non i Tamburi che già c’erano e dei quali, evidente­mente, non si erano accorti.

«Il problema dei fumi, infatti – è scritto ancora in quell’opuscolo – è stato oggetto di attenti studi an­che a Taranto, tenendo conto, in primo luogo, dei venti che mag­giormente spirano nella zona e, in secondo luogo, prevedendo l’adozione di speciali filtri che possono ridurre sensibilmente il volume dei fumi ed eliminarne gli eventuali inconvenienti».

Distrazioni di massa.
Gli inconvenienti, purtroppo, si spiegheranno in tutta la loro venefica potenza negli anni a venire. Dagli studi coordinati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità tra il 1980 e il 1987 si evince che a Taranto si moriva

di tumore da inquinamento. E la politica – fa quasi strano leggerlo oggi – si muove per porre rime­dio: il 30 novembre del 1990 il Consiglio dei Ministri vara il de­creto col quale Taranto viene di­chiarata “area ad elevato rischio ambientale”. Tutto chiaro già al­lora. I giornali scrivevano pure i dati dei tumori in aumento ma forse a leggerli costava troppa fa­tica, i medici diagnosticavano e, tranne rarissime eccezioni, non si indignavano, i due-tre ambien­talisti che denunciavano accom­pagnati dall’eco della stampa rischiavano di finire sotto pro­cesso. Soprattutto quando dalle denunce affioravano certi strani intrecci d’affari tra chi doveva controllare e chi doveva essere controllato. Forse con qualche benevolo silenzio di troppo nei piani alti della giustizia.

Né i tarantini riuscirono a de­starsi quando – correva l’anno 1995 – il sindaco di allora, Gian­carlo Cito, populista ante litte­ram, decise di spaventare Emilio Riva appena approdato a Taran­to. Ecco allora la commissione d’indagine guidata dall’assessore all’ambiente, il chimico Vittorio Ugo Carone, che compie una se­rie di ispezioni all’interno dello stabilimento. Carone mette nero su bianco tutta una serie di si­tuazioni d’allarme: pericolosità di scarichi in mare, emissioni in atmosfera, discariche per rifiuti tossici e nocivi, amianto, apiro­lio, rischi di incidente rilevante. La relazione dell’assessore, però, non innesca alcun effetto: resta stranamente chiusa nei cassetti degli uffici comunali e – si deve dedurre – non sortisce effetti neppure alla Procura della Re­pubblica a cui quelle pagine era­no state spedite.

Poi, a distanza di sei anni, arri­va l’ordinanza che scuote la cit­tà: il nuovo sindaco Rossana Di Bello ordina lo spegnimento del­le cokerie. Sembra la svolta per avere finalmente una fabbrica a misura di respiro. Da quegli atti nasce uno storico atto di intesa che prevede, fra le altre cose, il risanamento del rione Tamburi: foresta urbana, demolizione delle fatiscenti case parcheggio, nuo­vi alloggi per gli abitanti di via Troilo e via Deledda. E sì, perché l’evacuazione della fascia a ridos­so delle ciminiere era prevista già allora. Tutti progetti rimasticati dalle amministrazioni successi­ve e rimasti largamente inattuati, fatto salvo il recentissimo avvio della progettazione della foresta urbana. Il resto è cronaca recente.

La catastrofe si poteva evitare. Una città più attenta forse avreb­be fatto di Taranto una moderna capitale industriale. E a cono­scere un pizzico di storia forse ci risparmieremmo anche tanti inutili ruggiti da tastiera.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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