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Enrico Montesano: «Sul palco parlerò anche del dramma di Taranto»

Enrico Montesano
Enrico Montesano

«Dopo aver portato sui più importanti palcoscenici spettacoli di grande successo come “Il Marchese del Grillo”, “Il Conte Tacchia” e “Rugantino”, torno alle origini e a quel tipo di teatro che mi ha visto nascere come attore comico»: è così che Enrico Montesano, artista tra i più rappresentativi della romanità, ci racconta com’è nata l’idea di “Monologo non autorizzato… I pezzi forti”, lo spettacolo con il quale questa sera, 29 novembre, si ripresenta al pubblico tarantino all’Orfeo, ospite del cartellone della stagione del teatro in via Pitagora. Un ritorno alle origini, ma con un repertorio aggiornato e del tutto nuovo che attinge alle sue celebri imitazioni, alle barzellette. Montesano torna al famoso “monologo in piedi” che già nel 1966 aveva comunque sperimentato. Torna alle canzoni satiriche e calandosi appieno nel momento storico in cui viviamo, dà voce e vita ad un moderno rapper, Femo Blas, per gli amici Blas Femo.

Cosa intende per “non autorizzato”?
«Sul palco sono solo: si respira aria di libertà – dice – È uno spettacolo “non autorizzato” perchè tutto quello che accade dipende da me e da nessun altro e ogni sera può essere diverso rispetto a quella precedente. Avevo voglia di divertirmi e ho scelto il palcoscenico per farlo».

È uno spettacolo che si basa sulla parola: cosa racconta al pubblico?
«Per questo monologo mi faccio ispirare dall’attualità che ogni giorno offre spunti sui quali sorridere. Ma anche riflettere. Affronto argomenti che spesso si evitano, per nulla rassicuranti, innoqui o che non facciano pensare. Anzi. Li affronto giocando e con l’intento, comunque, di divertire. Il compito della satira, d’altro canto, credo sia proprio questo». Il lavoro è stato presentato in anteprima l’estate scorsa, al castello di Santa Severa, frazione del Comune di Santa Marinella, nel Lazio. Montesano ha voluto testarlo in questo modo. «Ha convinto – dichiara l’attore – e questo mi ha dato la carica giusta per andare avanti».

Ha avuto timore, anche solo per un attimo, di non riuscire a convincere il pubblico, da anni abituato a vederla in scena in lavori teatrali diversi da quello che propone oggi?
«Sono ancora pochi i teatri in cui ho portato il monologo per poter dare una risposta precisa, ma da parte del pubblico che ha assistito, finora, allo spettacolo c’è stata grande curiosità. Si è divertito».

L’ultima sua volta a Taranto risale al 2014 quando, proprio sul palco dell’Orfeo ha omaggiato Armando Trovajoli con l’Ico Magna Grecia. Taranto, nelle ultime settimane, è alla ribalta della cronaca con le vicende dell’ex Ilva. Si aspetta di trovare davanti a sé un pubblico stanco e disilluso o, come tanti altri, solo desideroso di… leggerezza?
«Chi entra in un teatro lo fa perchè ha voglia di distrarsi, di evadere. Credo che questa regola valga anche per il pub blico tarantino. Vengo a Taranto più o meno dagli anni ‘70. Già allora la città cominciava a vivere momenti difficili: ritengo che il suo problema abbia avuto origine circa quarant’anni fa. Cosa si è fatto, in tutto questo tempo, per trovare una soluzione? Cosa si è fatto con quasi il 60% di tasse che pagano i contribuenti italiani?. Nulla. Forse sono stati fatti investimenti sbagliati, magari in opere incompiute, cattedrali nel deserto, quando si sarebbe potuto pensare alla più grande acciaieria d’Europa. Quando lo scorso anno è stata fissata la data tarantina del mio tour, nulla lasciava presagire quello che poi, invece, in questi ultimi giorni si è verificato. Proprio per questo ci vengo con piacere: voglio dimostrare il mio affetto, la mia vicinanza, agli operai del siderurgico, alle loro famiglie, ai bambini che soffrono. Taranto non può morire sotto la polvere di ferro, ma deve continuare a vivere anche attraverso altre attività…»

Dobbiamo aspettarci qualche “battuta” su Taranto, dunque…
“Sicuramente».

È un privilegio che concede solo a questa città?
«Le battute assumono forza e valenza a seconda del teatro in cui vengono fatte. Se il tema che si affronta, poi, sta a cuore al pubblico che si ha di fronte… »

Attraverso il teatro, si sa, si possono traghettare semplicemente le proprie idee oppure cercare di aprire la mente dello spettatore per far vedere quello che è difficilmente visibile. Lei cosa sceglie di fare?
«Il mio intento è quello di offrire sempre spunti di riflessione su una questione o su un’altra. Le persone sono curiose: basta poco per risvegliare in loro la sete di conoscenza»

Cosa pensa dei cabarettisti di oggi?
«Ci sono alcuni giovani intelligenti e in gamba. Una nicchia, però».

Li troviamo sul piccolo schermo o nei teatri?
«Sul piccolo schermo, sulle reti satellitari o a tarda ora, è possibile imbattersi in qualche piccola cosa di qualità. Ogni tanto, fra tanti giovani, c’è qualcuno che ha delle possibilità di emergere dal mucchio».

Crede nei vari laboratori? O meglio: l’arte di “far ridere” s’impara o è un’attitudine innata?
«Non credo che s’impari. Il talento si possiede oppure no. Ci si può perfezionare, ma imparare dal nulla a divertire la gente senza una particolare predisposizione a farlo, lo ritengo difficile. È una dote che nessuna scuola, nessun laboratorio sono in grado di darti».

Il teatro è in crisi come in tanti affermano?
«In Italia non esiste una politica che educhi al teatro. Non c’è nemmeno ricambio generazionale. Bisognerebbe portarlo nelle scuole, ma senza spaventare i ragazzi o i bambini accompagnandoli ad assistere ad un dramma o ad una tragedia greca. In quel caso fuggiranno dal teatro che, per loro, diverrà sinonimo di noia. Cosa non vera. Stessa cosa vale per gli adulti: se i mezzi di comunicazione di massa parlassero di più di teatro in tanti, forse, siederebbero qualche volta di più sulle poltrone di un teatro piuttosto che su quelle di un ristorante o di una pizzeria».

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