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Il poeta Giovanni Pascoli studia il poeta Dante

Sulla Divina Commedia tenne conferenze, lezioni, dissertazioni

Giovanni Pascoli
Giovanni Pascoli

In preparazione all’anno dantesco (il Dantedì) per il settecentesco della morte del poeta (1321) Paolo De Stefano non trascura, per una completa personalità del Pascoli dantista, uno studio proprio su gli ultimi influssi danteschi sulla po­esia del poeta che sono evidenti attraverso un personalissimo lin­guaggio tra parole, stilemi e rical­chi dalla Divina Commedia.

Pubblichiamo un primo intervento del professor De Stefano.

Giovanni Pascoli meditò sull’opera di Dante tutta la vita.

Al di là dei tre volumi: “Minerva Oscura”, “La mirabile visione”, “Sot­to il velame”, sulla opera maggiore del poeta fiorentino, Pascoli tenne conferenze, dissertazioni, lezioni su temi poetici, religiosi, teologali, po­litici e, soprattutto, sulla poesia che, per lui, anche poeta, rimase un “mi­stero”; “mistero” nel senso che mai commentatore e studioso dell’ope­ra dantesca e, in particolare, del­la massima, potrà del tutto svelare nella sua più volte incomprensibile struttura che crocianamente non è “allotria”, ma un complesso tra fan­tasia ed intelletto, tra fede e ragione, tra cultura classica, anche pagana e dottrina cristiana, tra umanità nel suo più vasto e profondo mondo spi­rituale e morale e ferinità che spesso rende l’uomo feroce e nemico “a Dio e ai seguaci suoi”.

Pascoli, di fronte a Dante, più volte ebbe un forte disorientamento ese­getico anche se non mancarono nei suoi scritti e pensieri, soprattutto ne “La mirabile visione” e “in “Minerva oscura” illuminazioni e rilievi di na­tura psicologica di qualificato tenore ma l’esegesi medesima è più intui­tiva che filosoficamente o poetica­mente esaudita o controllata.

Dante, ripeto, fu per lui un mistero e fu questo acuto e costante pensie­ro che non gli permise di portare a termine un divisato commento alla Divina Commedia.

In alcuni punti fu fermo commenta­tore: il primo dei quali si riferiva alla figura di Virgilio; senza Virgilio, per Pascoli, non avremmo avuto Dante; anzi fu proprio Dante il Virgilio del Cristianesimo. Virgilio è una civiltà che si configura nell’altra civiltà che è il Cristianesimo.

Altro significativo punto della incom­pleta quanto esausta interpretazione dantesca è quel senso del mistici­smo alimentato dalla Bibbia e da teologi mistici del Cristianesimo sic­ché taluni “numeri” ricorrenti nella interpretazione esegetica diventano, mediante immagini bibliche, note es­senziali per una qualificata “episto­me” dell’opera intera.

Il numero “tre” e, soprattutto, quello “sette” sono numeri perfetti; trinità, tre cantiche, metro della terzina, tre virtù teologali e sette furono gli anni di Giacobbe prima di arrivare a Lia e a Matilda; e sette i gironi infernali, sette le cornici del Purgatorio, sette i cieli, sette le virtù tra cardinali e te­ologali.

E sette sono le lettere “P” sulla fron­te di Dante nell’ascendere dal Pur­gatorio al Paradiso.

Per Pascoli l’altro profeta dell’uma­na esistenza è Mosè; colui che por­ta verso la libertà dello spirito e dal peccato il suo popolo. Mosè prelude a Cristo.

Tuttavia prima di essere lui quale Mosè, Dante si sentì un peccatore; va purificando i suoi peccati sino alla fine del viaggio oltremondano; sino alla ricerca, direi cosmica, di quell’Uno, supremo reggitore dell’u­niverso, che è Dio, “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.

I critici, dopo il Pascoli dantista, non furono del tutto benevoli con lui; Croce ne disprezzò l’estetica, Genti­le, tuttavia, considerò efficaci talune interpretazioni; più al Pascoli vicini, Renato Serra, il Vicinelli, il Vallone nonché altri che attraverso nuovi studi e saggi ritengono che non po­che pagine del Pascoli dantista an­drebbero riviste e rivalutate. Ma ciò è “quaestio” di ulteriori nostri inter­venti critici.

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