06 Dicembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 05 Dicembre 2021 alle 06:58:33

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Rimbamband, il segreto di un esilarante successo

La Rimbamband
La Rimbamband

Una serata esila­rante, come non capita spes­so quando un evento viene strombazzato come comico e tranne qualche traccia di sana ironia, per carità va bene anche quella, di risate scate­nate dal palco alla platea se ne avvertono davvero poche. La Rimbamband, gruppo mu­sicale di adorabili svitati, ha aperto all’Orfeo di Taranto la Stagione di Teatro legge­ro dell’associazione “Angela Casavola” curata da Renato Forte, direttore artistico da ventotto anni al timone di una rassegna che coniuga diverse anime teatrali, dal comico al musical, passando dal balletto al teatro dialettale tradizionale.

Raffaello Tullo, Renato Ciardo, Francesco Pagliarulo, Vittorio Bruno, Nicolò Pantaleo, dun­que. Sono loro la Rimbam­band, formazione pugliese da anni nota in tutta Italia, anche in quella tv di gag a tutto an­dare, da Costanzo a Zelig.

«La Rimbamband racconta la musica nel suo aspetto più folle e surreale», attacca Raf­faello Tullo, sentito assieme a Renato Ciardo, figlio d’arte, poco prima dello spettaco­lo all’Orfeo. «La formazio­ne – prosegue – nasce in un garage, facciamo delle prove, ci improvvisiamo street-band per la prima volta a Trani; in piedi alcune invenzioni, gag che acchiappano in un attimo il pubblico. Poi la botta di for­tuna, si accorge di noi Mauri­zio Costanzo, ci chiama e da lì arriva tutto il resto».

«La Rimbamband – secondo Tullo e Ciardo – usa il linguag­gio della musica a supporto di un contenuto comico; volen­dola fare breve: è la musica che si dilata e che si fa guar­dare, oltre che ascoltare».

Insomma, i cinque ragazzi ci mettono poco a farsi apprez­zare con quel tratto che fa del loro repertorio uno dei più go­dibili da ascoltare e “vedere”.

«Detto che confermiamo, tutto vero e condivisibile, mancava ancora qualcosa: ci rendeva­mo conto che davanti a simili definizioni la gente restasse spiazzata, in volto leggevamo la tipica espressione di chi appare in qualche modo diso­rientato».

Mancava ancora qualcosa.

«Mancava l’anima. Quella cosa che di giorno non riesce a far sentire la sua voce per­ché messa a tacere da tutto ciò che è normale, ma che di notte si ribella e timidamente comincia a cantare, impeden­doti di dormire: canta lo swing quell’anima, poi incalza, vince la timidezza e balla: balla il tip tap; ci mette poco ad andare fuori di testa perché un’anima la testa non ce l’ha, infatti ha solo una gran voglia di giocare alla vita e raccontarla giocan­do».

Proviamo a scrivere una for­mula che porti al successo.

«E’ importante – riprende Tul­lo – essersi fatti in quattro pri­ma di fare qualcosa che abbia un senso compiuto, poi una volta creato quel qualcosa, è necessario proseguire nello stesso segno: senza tanto gi­rarci intorno, in questo lavoro occorre farsi il classico “maz­zo”. Interpretare le guasconate che portiamo sul palco – qual­cuna sembra improvvisata, ma non lo è, fidatevi… – richie­de impegno, sacrificio e tante, tante prove: proviamo davvero tanto, abbiamo bisogno di ca­pire chi fa cosa e come la fa, trovare il giusto equilibrio fra musica e gag…

Ancora oggi, quando ci chie­dono quale sia il segreto – ammesso ce ne sia uno… – rispondiamo sempre allo stesso modo, fate come fac­ciamo noi: fatevi un mazzo così!».

Gag della Rimbamband, Re­nato Ciardo, figlio d’arte di papà Gianni, non perde il vizio della battuta, sterza.

«Sono Renato Ciardo, figlio di…Uccio De Santis – ride – studiamo e proviamo con grande ritmo, tanto che il “ros­so” – Pagliarulo, unico non barese, è di San Marzano, ma vive a Roma – quando dobbia­mo provare uno spettacolo sa­luta la famiglia e ci raggiunge a Bari, insomma…j’è nu casine! Raffaello non dorme la notte per studiare le gag che por­tiamo in scena: è un vulcano di idee e tante volte, davvero a malincuore, siamo costretti a cestinare un buon 80% del lavoro, tutto infatti deve es­sere speculare allo show». «I nostri pezzi – completa Tullo, chiamato in causa – nascono in prova, ma è il palco a stabili­re la loro funzionalità: è la fase decisiva del nostro laboratorio creativo che, alla fine, per ac­clamazione, diventa testo».

Ciardo non comincia da tre, ma dalla base, come se papà Gianni fosse stato elemento estraneo al suo percorso ar­tistico.

«Nasco come batterista, at­tratto da una musica che non ha paragoni, quella dei Beatles, tanto che insieme con amici metto in piedi una tribute-band, i Quarryman, realizzando due Beatles Day; mi appassiono talmente tanto alla musica, che ho provato a suonare anche basso, chi­tarra, pianoforte e canto; un consiglio spassionato di papà Gianni sulla scelta di fare que­sto lavoro: “Fallo con le tue gambe, ma sappi che la strada è complicata”. Da cinque anni porto in giro uno spettacolo “Solo-Solo” nel quale faccio di tutto, imitazioni comprese, da Tony Dallara a Nico Fidenco, i quartieri di baresi, da Poggio­franco a Japigia, coinvolgen­do il pubblico».

Visti dalla platea sembrate un format.

«Abbiamo fatto delle propo­ste – conclude Raffaello Tullo – che ci siamo costruiti sulle nostre corde, nate per il web ma che strizzavano l’occhio alla tv: “Rimbanews”. Voleva essere una sorta di rassegna stampa attraverso numeri co­mici con i quali alleggerire, se possibile, anche notizie non sempre incoraggianti; in effet­ti potremmo essere noi stessi un format, ma è tutto da vede­re: l’idea è nel cassetto, come in tutte le cose occorre massi­ma applicazione e non è detto che un giorno le “rimbanews” non diventino qualcosa di più concreto, rispetto ai tanti pro­getti che abbiamo nella testa e che ci stanno letteralmente assorbendo…».

La Rimbamband, si diceva, ha iniziato con ospitate nelle prin­cipali tv regionali, per prose­guire con Rai e La7, per arriva­re infine a Canale 5. Maurizio Costanzo, grande fiuto, si ac­corge dell’autentico valore dei ragazzi, li ospita su Sky Vivo (“Stella”), al “Costanzo Show”, sulle reti Mediaset e al teatro Morgana di Roma.

Gli fa spazio all’interno della programmazione teatrale a cura dello stesso popolare an­chorman televisivo.

Il resto è vita, direbbe lo stes­so Costanzo. In realtà, il resto è storia.

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