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Dove partorire? Il Ss. Annunziata è il secondo in Puglia

L’ospedale tarantino sul podio della speciale classifica con 2.075 parti all’anno

L'ospedale Ss. Annunziata di Taranto
L'ospedale Ss. Annunziata di Taranto

Punti nascita più performanti per volume di parti. A conquistare le prime posizio­ni sono l’Azienda Ospedaliera Universitaria Ospedali Riuniti di Foggia, l’Ospedale Santissi­ma Annunziata di Taranto, l’O­spedale Vito Fazzi di Lecce, il Consorziale Policlinico di Bari e l’Ente Ecclesiastico Ospeda­le Generale Regionale Miulli di Acquaviva delle Fonti.

L’esperienza conta anche nei re­parti di maternità. Un alto nume­ro di parti eseguiti in un anno, infatti, si traduce in maggiori ga­ranzie di sicurezza per mamme e bambini. È bene tenerne conto al momento di scegliere l’ospedale.

Su www.doveecomemicuro.it, portale di public reporting in ambito sanitario, che dal 2013 rappresenta un punto di riferi­mento per individuare la strut­tura in cui curarsi, è disponibile la classifica dei punti nascita per volume annuale di parti (fonte dei dati è il PNE 2018 di Agenas, riferito all’anno 2017). Nel no­stro Paese, gli ospedali pubblici o privati accreditati che ne ese­guono almeno 10 all’anno sono 445.

Le 5 strutture che in Puglia effettuano un maggior numero di parti: Azienda Ospedaliera Universitaria Ospedali Riuniti di Foggia (n° parti: 2554) (cesarei: 29,64%); Ospedale Santissima Annunziata di Taranto (n° parti: 2075) (cesarei: 28,87%); Ospeda­le Vito Fazzi di Lecce (n° parti: 1732) (cesarei: 21,72%); Consor­ziale Policlinico di Bari (n° par­ti: 1612) (cesarei: 27,22%); Ente Ecclesiastico Ospedale Generale Regionale Miulli di Acquaviva delle Fonti (BA) (n° parti: 1593) (cesarei 25,5%).

In aumento, ma ancora bassa, la percentuale dei centri sopra i 1.000 parti
“Le evidenze scientifiche dimo­strano che il volume di attività può avere un impatto significati­vo sull’efficacia degli interventi e sull’esito dell’assistenza per madre e neonato”, spiega Elena Azzolini, medico specialista in Sanità Pubblica e membro del comitato scientifico di www.do­veecomemicuro.it. Perciò le au­torità ministeriali hanno stabili­to – con l’Accordo Stato Regioni del 2010 – la soglia minima di 1.000 parti annui tra i punti fer­mi per valutare la bontà di una struttura. In quanti la rispettano?

Dei 445 ospedali pubblici o privati accreditati che in Ita­lia effettuano almeno 10 parti all’anno, solo 172 (il 38,7% del totale) superano i 1.000 parti annui: il 43% si trova al nord, il 20,3% al centro e il 36,6% al sud. Nell’edizione precedente (riferita all’anno 2016), le strut­ture totali – che eseguivano al­meno 10 parti annui – erano 461, di queste il 38% raggiungeva la soglia ministeriale di 1.000 par­ti. “L’aumento delle strutture che rispettano lo standard e il relati­vo calo del numero totale degli ospedali indicano che stiamo an­dando nella giusta direzione per assicurare ai cittadini le maggio­ri garanzie di sicurezza”, spiega Elena Azzolini.

Le strutture pubbliche o private accreditate che, invece, eseguo­no tra i 500 e i 1.000 parti all’an­no sono 184 (il 41,3% del tota­le): il 41,3% è situato al nord, il 15,2% al centro e il 43,5% al sud.

In calo gli ospedali sotto i 500 parti (ma ancora ben un quin­to del totale).
Diminuiscono, di anno in anno, anche gli ospedali che effettuano meno di 500 par­ti annui che, in base all’accordo Stato Regioni del 2010, dovreb­bero essere già chiusi. Secondo l’ultima valutazione del PNE relativa al 2017, sono 89 (il 20% del totale) contro i 97 (il 21%) dell’anno prima: il 40,4% è si­tuato al nord, il 23,6% al centro e il 36% al sud.Queste strutture nel 2017 hanno effettuato appe­na 26.461 parti, pari al 5,76% dei parti totali (459.399 parti): un volume di attività piuttosto basso rispetto ai 297.211 (64,7%) par­ti dei punti nascita che ne ese­guono più di 1000 e ai 135.727 (29,54%) parti degli ospedali che ne effettuano tra 500 e 1000. La buona notizia è che la percentua­le di parti eseguiti in questi cen­tri poco performanti sta calando progressivamente: nel 2012 era pari al 7,1% (37.523 parti) mentre nel 2017 è scesa al 5,76% (25.951 parti). In 5 anni si è registra­ta quindi una diminuzione del 30,8%. Quanto alla percentuale di parti effettuati nelle strutture in linea con le direttive ministe­riali (quelle che eseguono più di 1000 parti annui) sta lievemente aumentando: nel 2012 si atte­stava al 64,2% mentre nel 2017 è passata al 64,7%. Tra i limiti dei centri che eseguono meno di 500 parti annui c’è anche un ele­vato ricorso al parto chirurgico: delle 65 strutture di cui è possi­bile calcolare la percentuale di tagli cesarei (quelli cioè con vo­lumi superiori a 220 parti), ben 59 (il 90,8%) superano il limite indicato dal ministero e solo 6 (9,2%) si mantengono sotto il va­lore di riferimento fissato al 15% (per le maternità che eseguono meno di 1.000 parti). «Per ga­rantire una maggiore sicurezza, questi centri andrebbero accor­pati o riconvertiti, ad esempio in ambulatori. Un discorso a parte va fatto per gli ospedali situati nelle valli o in montagna, loca­lità difficili da raggiungere, in cui dei punti nascita devono ne­cessariamente esserci anche se i loro volumi di attività non sono in linea con gli standard”, spiega Grace Rabacchi, Direttore Sani­tario dell’Ospedale Sant’Anna – A.O.U Città della Salute e della Scienza di Torino.

Giusta proporzione di tagli cesarei: indice di adeguatezza delle cure.
La giusta proporzione di tagli cesarei, insieme ai volumi, è tra i fattori più importanti a cui guardare al momento di sceglie­re l’ospedale, perché è indicativo dell’adeguatezza dell’assistenza prestata.

In Italia, il regolamento del Mi­nistero della Salute sugli stan­dard quantitativi e qualitativi dell’assistenza ospedaliera (DM 70) fissa i valori massimi relativi ai cesarei primari al 25% per le maternità che effettuano più di 1.000 parti annui e – come det­to precedentemente – al 15% per quelle che ne eseguono meno di 1.000.

L’Organizzazione Mondiale del­la Sanità, invece, afferma fin dal 1985, che una proporzione di cesarei superiore al 15% non è giustificata.

“Rispetto al parto vaginale, il parto con taglio cesareo com­porta maggiori rischi per la don­na e per il bambino, motivo per cui dovrebbe essere effettuato solo in presenza di indicazio­ni materne o fetali specifiche”, spiega Elena Azzolini.

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