28 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 28 Ottobre 2020 alle 11:45:30

Cronaca News

Rinaldo Melucci: «Salviamo Taranto, non solo l’Ilva»

Il sindaco invita la città a lavorare unita per un solo obiettivo

Rinaldo Melucci
Rinaldo Melucci

Sindaco, ha par­lato di catastrofe e di disfatta per lo Stato italiano. Sorpreso o si aspettava che la trattativa tra governo-sindacati-Arcelor Mittal prendesse questa piega che non lascia presagire nulla di buono per Taranto?
La catastrofe è sociale ed econo­mica, per migliaia di cittadini ed una città intera, ma la disfatta è della classe dirigente di questo Paese, perché l’Ilva è un paradig­ma del declino italiano e quella non è né una vertenza solo sinda­cale né una questione di portata locale. Tuttavia, io ritengo che il vero negoziato non sia nemme­no iniziato, insieme con le altre istituzioni locali e le parti socia­li questa volta non consentiremo che inizi senza che in cima all’a­genda ci siano le aspirazioni di Taranto e la comunità abbia un ruolo da protagonista, una posi­zione che faccia da cassazione degli scenari in campo. Quel nu­mero di esuberi era ampiamente annunciato, saranno il Governo, i tecnici ed i sindacati ad indicare se sia coerente alla svolta tecno­logica che si chiede per quella fabbrica. Ma quello che fa rumo­re è l’assenza di coinvolgimento e di proposte operative per contra­stare la catastrofe, non il numero in se buttato sull’ultimo tavolo romano.

Ritiene che si sia ecceduto negli entusiasmi dopo l’incontro in stabilimento per l’indotto?
Credo che la serietà delle mie azioni e le raccomandazioni ri­volte alle imprese a beneficio dei lavoratori fossero eloquenti. Dissi che la guardia restava alta, ma che il dialogo è un fatto nuovo e inne­gabilmente positivo. Le Istituzio­ni hanno il compito di moderare le situazioni critiche e ricercare soluzioni. Gli enti locali non han­no partecipato al tavolo romano, non ne conosciamo ancora tutti i dettagli e le sfumature. Starei attento a condannare una parte o l’altra. Resto alle buone inten­zioni del Presidente Conte. Per il bene di Taranto siamo pronti a collaborare con tutti, ma il tempo stringe e il metodo di lavoro an­cora una volta sembra molto ap­prossimativo. C’è obiettivamente poco da essere entusiasti oggi.

Crede nell’intervento diretto dello Stato per salvare fabbrica e posti di lavoro o è il caso di in­traprendere altre strade che of­frano adeguata compensazione occupazionale?
Chi assume che quella produ­zione possa essere integralmente preservata o che la panacea di tutti i mali, compresa la garanzia per le bonifiche, sia esclusiva­mente l’intervento privato dice il falso e offende i sacrifici fatti dai tarantini in questi decenni. Pie­ga persino le teorie economiche e comunitarie in una direzione del tutto anticostituzionale, di­rei contraria persino agli invio­labili diritti umani. È arrivato il momento che lo Stato dia tutto a Taranto, con gli interessi e senza eccezioni ideologiche, salvaguar­dia del reddito dei lavoratori per un tempo congruo, partecipazio­ne mista pubblico-privato nella governance dello stabilimen­to, che includa magari indotto e lavoratori, una montagna di compensazioni economiche e semplificazioni normative volte all’attrazione di investimenti e la creazione di nuovi posti di lavoro. Solo la presenza qualificata dello Stato può garantire questa spe­cialità di Taranto per il prossimo ventennio di transizione.

L’ipotesi della no tax area: re­alizzabile?
Si tratta di una dicitura generica. La realtà può essere costituita da un mix di misure già concesse ad altre aree depresse dell’Unione Europea. Scriveremo alla nuova Commissione Europea, è giunto il momento che anche Bruxelles faccia la sua parte in questa vi­cenda. Mi interessa che per ogni posto di lavoro o impresa dell’in­dotto perduta, siano disponibi­li per Taranto gli strumenti per riequilibrare in fretta in settori alternativi alla siderurgia l’eco­nomia locale.

Il rinvio del tavolo Cis: come giudica questo slittamento?
Tempismo della comunicazione di rinvio certamente discutibile, avrebbe fatto bene a tutti par­lare in trasparenza dei fatti di Roma. Penso che delicatezza del momento e la complessità delle proposte progettuali richieda una maggiore calibrazione e quindi una riflessione ulteriore da parte dei dicasteri coinvolti. In verità, temo che la fragilità intrinseca del Governo possa aver fornito la tentazione di allontanare un momento di aspro confronto tra le forze politiche e i cittadini. Spero di sbagliare, sarebbe un grave peccato etico da parte del Governo.

Perché, a suo avviso, siamo ar­rivati così vicini al precipizio?
Forse perché abbiamo lasciato tutti che urlassero quelli che non avevano competenza, oggettività e ruolo per farlo. E questo ine­vitabilmente ha condizionato e avvelenato i processi decisiona­li. Forse ancora perché le parti sociali avrebbero dovuto com­portarsi con maggiore coraggio all’interno della vertenza, mentre si è raccontata ai lavoratori l’uto­pia che tutto poteva reggersi in­sieme, il massimo della produzio­ne, il massimo dell’occupazione, il massimo della tutela ambien­tale, il minimo dei rischi per la salute, il massimo delle ricadute per indotto e città. L’esperienza drammatica di altri Paesi occi­dentali dimostra che non è così.

E ora?
Non a qualunque costo stavolta ci terremo quella fabbrica, non con qualsivoglia contentino faremo finta che tutto vada bene. Non si compia l’errore di ragionare solo degli esuberi, o sarà comun­que una sconfitta per Taranto. Togliamoci tutti le casacche di partito, sindacato o associazione, lavoriamo uniti razionalmente da tarantini, da italiani, perché non avremo un’altra occasione, non riusciremo a trasformare la prossima crisi in una opportuni­tà. Ora il Governo ci prenda sul serio e ci rispetti, ci accolga ed ascolti le nostre proposte. Ora si salva Taranto, non solo l’Ilva. Ora si discute del futuro dei nostri fi­gli, non del prossimo bilancio di ArcelorMittal.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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