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Marziale e quella frugale cenetta

La gastronomia dell’antica Roma non è solo cene d’alto livello e ricette di “grande cuisine”

Marziale
Marziale

A proposito della gastronomia dell’antica Roma è stato necessario far ricorso a fonti che ci descrivono – nel bene e nel male – cene d’alto livello e ricette di “grande cuisine”. Ma qualche cosarella più modesta è filtrata fino a noi. Il poeta satirico Marco Valerio Marziale, per esempio, nei suoi epigrammi, oltre a sferzare i ghiottoni dalle cene miliardarie (e ad infierire sul povero – non in senso economico… – Apicio, del quale commenta con sarcasmo la morte per suicidio) ed a mettere alla berlina i parassiti, che non solo si presentavano ai banchetti ma anche ramazzavano nei capaci tovaglioli ogni ben di dio per consumarlo nei giorni seguenti, ci ha lasciato una amabile descrizione di una cenetta tra amici, senza pretese pur senza essere da pitocchi o da inappetenti. “La fattoressa m’ha portato la malva che libera il ventre e le varie verdure che l’orto produce: fra queste la lattuga ed il porro da tagliare a fettine, né manca la men­ta ruttatrice o la ruchetta afrodisiaca. Uova sode affettate coroneranno sgombri adagiati su un letto di ruta e vi saranno mammelle di scrofa cosparse di salamoia di tonno.

Questo l’antipasto; la cenetta consisterà in una sola portata, un capretto sottratto alle inumane fauci del lupo e braciolette che non richie­dono il coltello del maestro di mensa e le fave dei fabbri e cavolini appena nati; a ciò aggiungerò un pollo e prosciutto avanzato già da tre cene. Sazii, vi darò mele mature e vino senza feccia d’anfora nomentana, vec­chio di sei anni quand’era console Frontino. Mettiamoci anche scherzi senza cattiveria ed una franchezza di cui non si dovrà temere il mattino dopo: non si diranno parole che poi vorremmo aver taciuto. Si parli pure dei Verdi o degli Azzurri, le mie coppe non metteranno sotto accusa nessuno”.

Un discreto ma non pauperistico desinare, questo descritto nell’epigramma 48 del libro X. Vi figurano peraltro le ricercate e costo­se mammelle di scrofa, insieme con piatti guistosi, anche se il prosciutto, confessa, è avanzato già da tre cene… Sappiamo poi che l’annata dei vini romani era individuata dal nome dei consoli, come Marziale qui con­ferma a proposito dell’anfora di Nomentano (che comunque non era considerato un gran vino). Quanto agli scherzi senza cattiveria ed alle parole in libertà, Marziale ricorda agli amici che si può parlare in tranquillità, perché nonostante il vino (le coppe) nessuno farà la spia. I Verdi e gli Azzurri sono due delle “squadre” degli aurighi del Circo (le altre erano i Rossi e i Bianchi), squadre per le quali non solo si faceva un tifo parago­nabile a quello per le odierne formazioni calcistiche ma che anche si traducevano quasi in fazioni politiche. Delle quali, insomma, si potrà parlare senza timore di maligne delazioni… Quanto all’impietoso, insultante epigramma contro Apico, lo riportiamo (appena adattato) nella gustosa traduzione poetica che ne fece Alberto Mor­tera per una vecchia edizione mondadoriana degli Epgrammi. “Sessanta milioni avevi sperperato / per soddisfar del ventre tuo le brame; / dieci milioni avevi accantonato / ma di soffrir temendo sete e fame / a tran­gugiar veleno ti sei indotto. / Non fosti mai, Apicio, così ghiotto”. I milioni in questione sono di sesterzi. Come potere di acquisto, i sessanta sperperati possono essere consi­derati come ordine di grandezza, ma molto molto approssimativamente, equivalenti ad una trentina/quarantina di milioni di euro; i dieci milioni superstiti, che il ghiotto Apicio considerava cifra miserevole che non gli avrebbe consensito di mantenere il suo tenore di vita, dovrebbero più o meno corrispondere a sei/sette milioni di euro. Forse ce l’avrebbe fatta, considerando che anche senza suicidio, spontaneo o indotto, la vita media dei Romani non era di per sé troppo lunga…

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