Cultura News

Dai Futuristi ai versi di Catullo

La cucina futurista è stata lanciata da Marinetti nel 1930

Catullo
Catullo

con un manifesto nel 1930 ma con signi­ficativi precedenti coevi addirittura (1909) della fondazione del Futurismo, è una cucina happening, performativa, molto teatrale… è una cucina sinestetica di rumori, odori, colori, sensazioni tattili prima ancora che gustative; è artistica e provocatoria.

E fra queste provocazioni, insieme con quelle di piatti spiritosi sì ma immangiabili (come il “porcoeccitato” di Fillìa, noto an­che come “quel maiale che fa l’occhietto”: un salamino spellato servito verticale in una tazzina contenete caffè e molta Acqua di Colonia; il salamino immerso nel profumo + caffè fa gli occhietti di grasso, ed ecco, appunto, “quel maiale che fa l’occhietto”… che è meglio non assaggiare ma contem­plare a rispettosa distanza) c’è una ricetta totalmente astratta, i “profumi prigionieri”. La riprendiamo da “La cucina futurista”, di Marinetti e Fillìa, (1932): “entro a sottili ve­sciche coloratissime si immette una goccia di profumo.

Si gonfiano e si scaldano leggermente in modo da vaporizzare il profumo e da ren­dere turgido l’involucro. Si portano a tavola contemporaneamente al caffè, in piccoli piatti caldi, procurando che i profumi siano variati. Si avvicina alle vesciche la sigaretta accesa e si aspira il profumo che ne esce”. A Roma avrebbero commentato oggi che Cattelan je spiccia casa…

Una “portata” sicuramente dietetica, fatta di solo profumo… Qualcosa di molto, mol­to futuristico… Eppure, anche in cucina, il futuro ha un cuore antico. Una cena di solo profumo, o quasi, è quella che Catullo (sì, lui, lo sdolcinato poeta da Baci Perugina offerto da certe antologie agli sprovveduti ginnasiali, quello di “Passer mortuus est”; e non staremo qui a riportare, nel clima delle festività, che cosa era capace di scrivere Gaio Valerio contro l’odiatamata Lesbia) propone all’amico Fabullo.

Cenabis bene, mi Fabulle, apud me / paucis, si tibi di favent, diebus, / si tecum attuleris bonam atque magnam / cenam, non sine candida puella, / et vino et sale et omnibus cachinnis. / Haec si, inquam, attuleris, venu­ste noster, / cenabis bene; nam tui Catulli / plenus sacculus est aranearum. / Sed contra accipies meros amores / seu quid suavius elegantiusve est: / nam unguentum dabo, quod meae puellae / donarunt Veneres Cu­pidinesque. / Quod tu cum olfacies, deos ro­gabis, / totum ut te faciunt, Fabulle, nasum.

Ovvero, nella traduzione di Brunella Chec­chi per la «Coena» romana del Gruppo della Sferza (1989) : Cenerai bene da me, o mio Fabullo, / fra pochi giorni, se gli dei vorranno, / se porterai con te abbondanti / vivande, e saporite, / e una bella ragazza, e vino e sale / e un mucchio di risate. / Se tu – ripeto – caro mio / porterai queste cose, cenerai bene: / perché il borsellino del tuo Catullo / è pieno di ragnatele. / Riceverai per contro affetto schietto / e quanto è più soave e raffinato: / t’offrirò un unguento / donato alla mia amata da Veneri e Amorini. / Quando l’annuserai, Fabullo, / pregherai gli dei / che ti facciano diventare tutto naso.

Vero è che Catullo non propone un ban­chetto solo olfattivo: la “sostanza” vorrebbe offrirla, e più che altro, degustarla lui pure: ma non ha un solo sesterzio da investire, e neanche un asse bucato.

Certo, se Fabullo porta le provviste (abbon­danti), persino il sale per cucinarle, e il vino, e pure una bella ragazza di facili costumi (le donne per bene, fanciulle o matrone che fossero, non partecipavano ai banchetti romani), si potrà mangiare; altrimenti, non resterà che consolarsi con gli effluvii del prezioso unguento (stendiamo un pietoso e pudico velo su chi, se l’unguento era di Lesbia, potesse averglielo donato; altro che Venere ed Amorini!).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche