18 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Aprile 2021 alle 17:24:06

Cronaca News

Ore di attesa per Altoforno 2

Il verdetto del Riesame sullo spegnimento ed i destini del Siderurgico tarantino

L'Ilva di Taranto
L'ex Ilva di Taranto ora Arcelor Mittal

Attesa per la decisione del tribunale del Riesame di Taranto, che ha esaminato l’appello presentato dai legali di Ilva in amministrazione straordinaria contro la decisione del giudice monocratico, Francesco Maccagnano, di respingere la richiesta di proroga per un anno della facoltà d’uso dell’altoforno 2 dello stabilimento siderurgico del capoluogo jonico. I legali di Ilva in amministrazione straordinaria, gli avvocati Angelo Loreto e Filippo Dinacci, hanno esposto le ragioni del ricorso.

La Procura della Repubblica di Taranto ha richiamato il parere positivo al ricorso, seppure con alcune indicazioni, già espresso davanti al giudice monocratico. Il collegio del Riesame, presieduto dal presidente della prima sezione Giuseppe Licci, si è riservato la decisione. Per la sentenza non ci sono termini di scadenza perentori. Potrebbe arrivare in qualsiasi momento. E’ presumibile che giunga nelle prossime ore. L’udienza si è tenuta lo scorso 30 dicembre. Le procedure di spegnimento dell’altoforno sono formalmente iniziate, anche se le operazioni cruciali, secondo il cronoprogramma stabilito dal custode giudiziario Barbara Valenzano, dovrebbero prendere il via a partire dal 7 gennaio. Si è quindi in tempo per evitare lo stop. L’impianto venne sequestrato in seguito alla morte dell’operaio Alessandro Morricella avvenuta nel giugno del 2015 dopo che lo stesso venne investito da una colata di ghisa incandescente. La proroga serve ad adeguare l’altoforno 2, fondamentale per il funzionamento dell’area a caldo e dell’intera fabbrica, a nuove tecnologie così come era stato prescritto in passato dallo stesso Tribunale del Riesame di Taranto.

Il sequestro preventivo effettuato nel 2015 a seguito della morte dell’operaio venne sospeso dopo l’entrata in vigore di un decreto legge del governo, a condizione che venissero rispettate alcune prescrizioni per l’adeguamento dell’impianto. Ne sono state rispettate solo due su sette. La Procura, nel suo parere, ha indicato alcuni accorgimenti da seguire medio tempore e con scadenza anticipata rispetto ai tempi prospettati dalla struttura commissariale (un anno). Come ha scritto Riccardo Gallo sul Corriere della Sera, “la sentenza del Riesame sull’Altoforno 2 di Taranto (Afo2) riaprirà i giochi se ne ordinerà il dissequestro, ne aumenterà le difficoltà in caso contrario. L’acciaieria ha un ciclo integrale, altoforni alimentati da minerale ferroso, brucia carbon coke, avvelena l’aria. In giro non ha uguali. Dovrebbe essere bonificata con interventi di ambientalizzazione, un altoforno alla volta, purtroppo con stop lavorativi. Questi stop abbassano l’utilizzo della capacità produttiva che invece, per l’equilibrio della gestione economica ( breakeven ), dovrebbe essere al cento per cento. L’acciaio ha margini risicati, il suo prezzo è solo poco superiore al costo variabile unitario. Minori sono i volumi, maggiori le perdite.

A Taranto in passato c’erano cinque altoforni, con una capacità complessiva di 11,5 milioni di tonnellate l’anno di acciaio. Nel 2007 l’utilizzo superò il breakeven e l’Ilva chiuse con un utile di 365 milioni. Dava lavoro a 17 mila dipendenti. Ma i soci Riva mostrarono una visione poco attenta al territorio, non seppero tutelare l’ambiente e lasciarono che la classe politica e amministrativa gli invadesse il campo. Cinque ministri, il governatore della Regione, dirigenti, sindacati, tribunali concorsero a decidere loro in che ordine bonificare gli impianti, quando e quanto poco produrre. Il conseguente commissariamento sembrò indebolire ancor più l’argine all’invadenza. Afo3 (1,8 milioni di tonnellate l’anno) fu smantellato, Afo5 (3,6 milioni di tonnellate) attende ancora interventi di ambientalizzazione, Afo2 (1,8 milioni) è stato fermato dal giudice. Nei mesi scorsi, la produzione massima possibile è stata di poco superiore a 4 milioni di tonnellate, un terzo degli 11,5 di un tempo, due terzi dei 6 pattuiti appena un anno fa dal governo e dalla nuova proprietà ArcelorMittal. La perdita operativa annua che derivava da quel patto e che ArcelorMittal accettava di sopportare per il tempo strettamente necessario al risanamento ambientale è stimabile in 430 milioni di euro. Quella conseguente alla fermata di Afo2 in 630 milioni. La perdita netta, poi, è molto più alta”.

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