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La cultura non è bene di consumo

Un interessante libro dell’ex ministro Massimo Bray, “politico atipico” originario di Lecce

Massimo Bray
Massimo Bray

La sua è stata una meteora che ha brillato ben poco nel panoramica politico italiano, la cui qualità si va ab­bassando di consultazione in consulta­zione. Eppure la sua scia è stata lumino­sa e la usa “coda” ha lasciato strascichi durevoli.

Stiamo parlando di Massimo Bray, un uomo di cultura autorevole, originario di Lecce, politico atipico che ha ricoperto il ruolo di ministro per la breve, ma in­tensa parentesi del governo Letta (aprile 2013-febbraio 2014), conclusasi, come tutti ricordiamo bene, dopo i “rasse­renamenti” di Matteo Renzi. Della sua esperienza ha parlato in “Alla voce cul­tura, Diario sospeso della mia esperien­za di Ministro”, un libro appena appar­so per le edizioni salentine Manni, che recuperano e propongono le riflessioni che, nonostante la composta pacatez­za dello sile, suonano come forti provo­cazioni. È una confessione pubblica la sua, un disvelamento dei segreti che si appuntano su un diario, ma anche una sollecitazione politico culturale e infine un’analisi del sistema Italia da leggere come una intima revisione.

La sua è la brillante carriera di un uomo interamente votato cultura, intesa nel­la sua integralità, nato a Lecce 60 anni fa, che nel 2013 accettò di candidarsi al Parlamento con il PD, ma che dopo appena due anni si dimise (lasciando il posto al subentrante Ludovico Vico) per tornare alla sua prestigiosa attività, alla guida dell’Enciclopedia Treccani oltre che della Fondazione del libro, della cul­tura e della musica di Torino.

Il libro di Bary si presenta sotto forma di un compendio di riflessioni che prendo­no spunto dal suo citato “diario” e tirano in ballo realtà che vengono esaminate o da una lente selettiva, che parte da sue esperienze personale per allargarne il punto di vista, in modo tale da esaltarne la portata o, al contrario, dalla visione globale di fenomeni che dovrebbero es­sere noti a tutti e che invece il più delle volte ci vedono solo distratti e super­ficiali osservatori. L’universo nel quale si muove, delineando i propri principi, è specificamente quello della cultura intesa come bene assoluto, che egli tende a sottrarre da quel concetto di “sfruttamento” che, anche da parte del­la politica e paradossalmente anche dal mondo della formazione, ha finito per identificarla sono come bene puramen­te economico.

Ebbene, interrogandosi sulle ragioni che stano facendo della cultura un sistema paradossalmente mal programmato e ridotto a mera risorsa economica, di fatto Massimo Bray interroga, indiret­tamente, anche tutta la cultura politica della sinistra, che si è lasciata sedurre, trasportare, portare fuori rotta dalle ide­ologie liberistiche tutte tese a primato del mercato rispetto ai valori tradizionali della solidarietà, dello stato sociale, del riequilibrio.

In questo senso, questo libro che si pro­pone quasi con un leggero pudore ha, secondo me, una dimensione di rottura clamorosa, che dovrebbe essere acqui­sita da tutti coloro che hanno a cuore la cultura con la “C” maiuscola (con­sentiteci la banalità) e la cultura politica, oggetto in via di totale estinzione, per la cui sopravvivenza l’unico fenomeno incoraggiante sembra quello delle “sar­dine”, ma per ora solo come appello al risveglio delle coscienze assopite.

Sempre che non finiscano spinate e salate in scatola, per una semplicistica mercificazione.

Ebbene, la prima teoria che Massimo Bray conculca, rivelandosi assoluta­mente convincente, è quella secondo la quale anche la cultura deve esse­re ridotta a una delle tante categorie merceologiche su cui si basa l’econo­mia, una teoria esaltata un po’ da tutte le angolazioni, e che svilisce il dettato costituzionale, secondo cui, invece, la cultura va intesa come partecipazione alla tutela di una comunità di valori e al favorire la formazione dei cittadini. In questo senso, anche la scuola è stata trasformata in senso drammaticamente economicistico: invece di formare i gio­vani per renderli “maturi” per poter ef­fettuare scelte libere, tende a plasmarli secondo valori meramente quantitativi. Questo ha finito, come sottolinea Bray, col danneggiare le università del Sud, che operano in un territorio povero e paradossalmente dovrebbero trarre da quella “povertà” le risorse e il sostegno al loro sviluppo.

C’è poi la malattia del liberalismo, cioè del “tutto è mercato”, che ha infettato anche la sinistra, provocando la perdita di valori di riferimento e finendo per tra­sferire il primato delle scelte dalla politica all’economia (anche se qualcuno, come l’ex ministro Calen­do, fa si dice tardivamente pentito). Un teoria che ha purtroppo “infettato” an­che la sinistra italiana e che le ha cau­sato una perdita d’identità a favore delle parti politiche che proprio sul liberismo spinto e sull’abbandono del Sud hanno costruito la loro fortuna.

Ma quello che ci convince di più e ci preme sottolineare è proprio la conce­zione di una cultura tesa alla crescita del grado di civiltà della nostra società, alla formazione, alla qualificazione, alla specializzazione, e che è cosa molto di­versa, ad esempio, dal turismo culturale (checché se ne dica, ha un’incidenza assolutamente ridicola, specialmente al Sud, si pensi che il castello aragonese di Taranto, il luogo più visitato in Puglia è gratuito), dicastero che dovrebbe torna­re sotto i dicasteri economico-produtti­vi. E cosa molto diversa è dal condizio­nare la vita delle istituzioni culturali con la quantità dei caffè o dei gadget che si vendono nei bookshop o anche coi biglietti d’ingresso. È evidente che bi­sogna evitare gli sprechi, ma altrettanto evidente è l’assurdità di certe normative (anche regionali) che condizionano la ri­strutturazione di beni a fini culturali ob­bligando a prevederne l’autosufficiente economica. L’esempio del Cantiere maggese lo dimostra: o si svolge un servizio alla collettività con l’impiego di personale altamente specializzato o si aprono le porte ad aberrazioni facilmen­te prevedibili. Chissà perché, invece, gli enti regionali diretti, possono dilapida­re ingenti risorse in semplici spettacoli, ovvero in quello che una volta si chia­mava: effimero. Regione che invece si pensò bene di chiudere i centri di servizi culturali, che andavano certo ripensati ma non eliminati. Se è vero com’è vero che ora si vuol tornare alla biblioteche di quartiere!

Insomma, il libro di Bray è utile a chi voglia riconsiderare la cultura e la po­litica, per riportarle nell’alveo della di­mensione che compete loro. Chi opera per la salvaguardia dei beni non può e non deve trasformarsi in un venditore di gadget o di patatine.

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