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La Puglia rovinata dalle occasioni perdute

L'ANALISI / Dall’Ilva al porto fino alla Tap: la mappa dei fallimenti

Il porto di Taranto
Il porto di Taranto

La Trans Adriatic Pipeline (TAP), il nodo ferrovia­rio di Bari, l’impianto siderurgico di Taranto, l’asse stradale Maglie – Santa Maria di Leuca, l’assenza di movimentazione nel porto di Taranto, la grave crisi della Banca Popolare di Bari, sono gli indicato­ri fallimentari di una storia ormai pluriennale di una Regione che, anno dopo anno, si sta allontanan­do da quegli standard europei che dieci anni fa, attraverso la Legge 443/2001 (Legge Obiettivo) e la definizione del Programma del­le Reti Trans European Network (TEN – T), il Governo era riuscito a garantire a questa realtà regiona­le.

Mi chiedo, quindi, cosa sia succes­so in soli dieci anni e come mai, in un arco temporale così breve, que­sta Regione che era uscita dai pa­rametri comunitari del cosiddetto “Obiettivo Uno” (area comunitaria in ritardo di sviluppo; il cui Prodot­to Interno Lordo pro capite è mi­nore del 75% della media europea) sia tornata ad essere una realtà in cui sono crollate tutte le condizioni capaci di produrre la crescita. Ep­pure alcuni indicatori come la pro­duzione agro alimentare, le attività logistiche, il comparto turistico, proprio in questo ultimo decennio, sono cresciute in modo davvero imprevedibile. Siamo, quindi, in presenza di un vero paradosso: una Regione in cui ci sono i riferimenti portanti di una forte crescita a cui non corrisponde un management pubblico in grado di utilizzare ed ottimizzare tali potenzialità.

In realtà sono mancate, in questi ul­timi dieci anni, le istituzioni locali preposte alla gestione del territorio, mi riferisco in particolare al ruolo della Regione; nel migliore dei casi, infatti, abbiamo avuto modo di leg­gere le dichiarazioni del Presidente della Regione Puglia su tutte le te­matiche elencate ma mai abbiamo potuto riscontrare proposte orga­niche capaci di attuare, in tempi certi, azioni strategiche essenziali per il consolidamento struttura­le di una realtà regionale che può raggiungere livelli di sviluppo dav­vero elevati comparabili con quelli di Regioni del centro nord. Diventa quindi quasi obbligatorio cercare di scoprire le motivazioni di una simile inimmaginabile regressione. Io dividerei la cause in due distinte famiglie: la prima quella della ge­stione del dissenso per costruire e consolidare un movimento politi­co, la seconda la limitata capacità intellettiva e gestionale. Fanno par­te della prima famiglia:

  • la Trans Adriatic Pipeline (TAP). Il Trans Adriatic Pipeline (TAP) è il gasdotto lungo quasi 900 km che dalla frontiera greco – tur­ca attraversa Grecia e Albania per approdare in Italia a Melendugno, in provincia di Lecce, permettendo l’afflusso del gas naturale del mar Caspio in Italia e in Europa. Un investimento complessivo di oltre 40 miliardi di dollari che si estende dall’Azerbaijan alle coste pugliesi. A oggi sono stati completati oltre tre quarti del progetto (la realiz­zazione attuale è all’88,5%). La capacità iniziale, pari a 10 miliar­di di metri cubi all’anno, equivale alla quantità di energia necessaria per 7 milioni di famiglie. Tutto il gas che TAP trasporterà è stato già acquistato per 25 anni, anche da operatori italiani (Enel, Hera ed Edison). Ebbene questa opera la cui dimensione ingegneristica e la cui rilevanza strategica è inop­pugnabile ha subito aggregato, in modo davvero inimmaginabile, il dissenso non solo degli abitanti del Comune di Melendugno, sulla cui spiaggia attracca ad una profondità tale da non creare alcun problema di inquinamento della costa, ma dell’intera popolazione pugliese. Una aggregazione del dissenso ge­stita integralmente dal Movimento 5 Stelle che ha intravisto, proprio in questo assurdo dissenso, le basi per una crescita sostanziale del proprio elettorato. Una scelta que­sta del Movimento 5 Stelle che si è poi trasformata in un boomerang nel momento in cui il Governo, tra l’altro formato anche dallo stesso Movimento e da un Ministro sa­lentino come la Onorevole Lezzi, ha deciso che l’Italia non poteva bloccare immotivatamente un’o­pera essenziale per i nostro Paese e per l’intera Unione Europea
  • il centro siderurgico ex ILVA di Taranto penso testimoni da solo quanto sia stato grave e irresponsa­bile proprio il comportamento sia delle istituzioni locali che di quel­le centrali e quanto sia mancato nell’approccio ad una simile tema­tica la conoscenza analitica delle possibili ricadute che ogni scelta innescava nel territorio pugliese e nel sistema produttivo dell’intero Paese.

Già in un altro blog ho denuncia­to l’assenza, nell’affidamento al consorzio vincente della gara di affidamento del centro siderurgico, di una adeguata “risk analysis”. Il Ministero dello Sviluppo Econo­mico, al tempo presieduto da Car­lo Calenda, ed i vari Commissari non avevano cioè supportato l’atto contrattuale da una analisi detta­gliata delle possibili evoluzioni, nel tempo, della gestione del nuovo concessionario. Ancora più grave il comportamento del Ministro dello Sviluppo Economico Di Maio che, appena insediato, mise in discus­sione l’atto contrattuale sottoscritto dal suo predecessore Calenda per­ché convinto che l’affidamento era stato ricco di illegittimità e, solo dopo un apposito parere dell’Av­vocatura dello Stato sul costo del possibile contenzioso, fu ripristina­to il rapporto contrattuale con delle modifiche che oggi sono alla base dell’abbandono del centro siderur­gico di Taranto da parte della So­cietà Arcelor Mittal.

Anche in questo caso il Movimen­to 5 Stelle che con l’onorevole Di Maio aveva intravisto nel blocco dell’impianto una ottima occasione per aggregare il dissenso ha poi su­bito un ulteriore fallimento politico e una immediata perdita dell’elet­torato locale. In tutto questo però è emersa anche la inesistenza e al tempo stesso la incapacità istitu­zionale della Regione Puglia e del Comune di Taranto.

Fanno parte della seconda famiglia, quella della incapacità gestio­nale:

  • il nodo ferroviario di Bari. Si tratta del progetto del nodo ferro­viario che prevede un importante investimento di 391 milioni di euro sul territorio del Comune di Bari, un intervento che libera dai binari ferroviari tutta la zona della città che va da San Giorgio fino al pas­saggio a livello delle ferrovie Sud Est in via Oberdan, che sarà elimi­nat Sarà eseguita una ricucitura dal punto di vista urbanistico e sociale: i quartieri Madonnella e Japigia saranno collegati direttamente con il lungo mare, sarà velocizzata la nuova linea ferroviaria, tutto gra­zie alla variante, il cosiddetto collo d’oca. Ci sono voluti molti anni per arrivare fin qui, visto che questa at­tività è nata nel 2005. L’attivazione della nuova linea ferroviaria è pre­vista entro la fine del 2023, a segui­re saranno eseguiti ulteriori lavori ricompresi nel medesimo finanzia­mento, che prevedono la rimozio­ne della linea ferroviaria esistente compresa nella tratta in variante (quella contigua a via Imperatore Traiano ed attraversante San Gior­gio) con l’esecuzione di opere di mitigazione ambientale.
  • la grave crisi della Banca Po­polare di Bari. Non entro nel me­rito delle motivazioni che hanno portato verso l’attuale crisi dell’I­stituto, ormai ci sta pensando la Magistratura; affronto invece i ri­schi che l’economia pugliese e del Mezzogiorno rischia di vivere in questi prossimi mesi. Infatti una liquidazione della Banca sarebbe impraticabile. Il Fondo interbanca­rio di tutela dei depositi dovrebbe rimborsare i correntisti protetti con un esborso di 4,5 miliardi. E per farlo avendo in dotazione 1,7 miliardi dovrebbe attivare subito il finanziamento per 2,75 miliardi sottoscritto ad agosto da un pool di banche. Ma una liquidazione sarebbe impraticabile anche per­ché provocherebbe il blocco di una banca che copre il 10% del mer­cato creditizio di Puglia, Basilica­ta e Abruzzo. Per non parlare del destino di 2.700 dipendenti e del consistente aiuto di Stato a fondo perduto comunque necessario per coprire l’eventuale sbilancio di ces­sione come avvenne nel caso delle liquidazioni venete
  • l’asse stradale Maglie – Santa Maria di Leuca penso rappresen­ti un esempio storico di cosa sia il blocco procedurale di un’opera strategica essenziale per la parte meridionale della Regione. Tra l’al­tro l’opera riveste un ruolo chiave nell’accesso ad una delle aree turi­stiche più ambite del Mezzogiorno. Ebbene questa opera, inserita sin dal 2001 nel Programma delle In­frastrutture Strategiche della Leg­ge 443/2001 (Legge Obiettivo) per un importo pari a circa 170 milioni di euro, è stata più volte approva­ta dal CIPE, è stata più volte rivi­sitata progettualmente ed è stata oggetto di gara. A causa di una serie di contenziosi questa opera non è mai partita. La Puglia cioè, per un assurdo vincolo procedura­le, non dispone di 40 Km di asse stradale che rederebbe l’impianto stradale dell’intero Salento coeren­te alle esigenze di una domanda di trasporto sia legata alle attività turistiche, sia a quelle della vasta movimentazione di prodotti agro alimentari. In proposito è bene ri­cordare che dal 2014 tale tratto fa parte del Corridoio Comunitario Helsinki – La Valletta
  • l’impianto portuale di Taranto dispone di un terminal container ubicato sul molo poliset­toriale, una struttura modernissima completa di sistemi telematici e torre di controllo, con una capaci­tà di stoccaggio e movimentazione merci di circa 2.000.000 di TEU/anno. Ma la cosa più rilevante di tale HUB è la serie di infrastruttu­re, solo a titolo di esempio: banchi­ne con uno sviluppo di 8.616 metri, pontili petroliferi con uno sviluppo di 1.120 metri e aree operative per circa 2.800.000 metri quadrati. Fino al 2014 nel porto svolgeva attività di transhipment la società Evergreen; questa Società nel 2015 si è trasferita nell’HUB del Pireo. Oggi questo rilevante impianto portuale strategico movimen­ta pochissimo e anno dopo anno sta perdendo il suo ruolo di porto transhipment del Mezzogiorno del Paese.

Queste tragiche negatività stanno distruggendo le potenzialità socio economiche che proprio all’inizio del secondo millennio avevano vi­sto la Regione Puglia uscire dalle soglie tipiche delle aree comunita­rie del “sottosviluppo” e, addirittu­ra, aveva visto una rilevante cresci­ta di interessi finanziari di capitali esteri. Sono bastati pochi anni, in modo particolare l’ultimo quin­quennio, per trasformare queste potenzialità positive in quello che ormai definiamo “un irreversibile crollo di una tessera chiave della struttura socio economica del Pae­se”; una crisi da addebitare a tanti responsabili, tra questi però un ruo­lo chiave è da riconoscere al Movi­mento 5 Stelle; infatti con il crollo della economia pugliese è crollato anche il consenso nei confronti del Movimento 5 Stelle.

Forse i cittadini pugliesi bene avrebbero fatto a misurare attenta­mente lo spessore delle promesse, degli impegni, delle strategie pro­dotte da tale schieramento, mentre per quanto concerne le crisi legate alla incapacità gestionale non pos­siamo non ricordare che le massi­me responsabilità vanno addebita­te ai Governi che si sono succeduti dal 2015 in poi: l’abbandono di Taranto da parte di Evergreen è le­gata ad una cattiva conduzione del Governo Renzi, il contenzioso del­la strada Maglie – Santa Maria di Leuca è dovuta ad una poca attenta gestione delle evoluzioni burocrati­che del Ministero delle Infrastrut­ture e dei Trasporti e della Regione Puglia nel periodo 2015 – 2018, i tempi lunghi dell’affidamento dei lavori del nodo di Bari è legato alla assenza di una azione responsabile del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti soprattutto nell’ul­timo biennio, per la Banca Popo­lare di Bari le responsabilità sono esplose nell’ultimo mese ma in nuce erano sorte già in modo rile­vante nel 2015.

La Regione Puglia non meritava tutto questo.

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