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Green Deal, tra luci ed ombre per Taranto

Ok alla revisione sugli aiuti di Stato. Ma Gentiloni: «Non vuol dire che i problemi saranno risolti dal nuovo Fondo»

La sede di Bruxelles del Parlamento europeo
La sede di Bruxelles del Parlamento europeo

Il Green Deal dell’Unione Europea? «Si tratta di un modello improntato alla soste­nibilità climatica, ma anche alla sostenibilità sociale, economica, finanziaria. Ci saranno 50 proposte legislative nei prossimi due anni e la prima sarà varata oggi (ieri, ndr). Ed è molto importante, perché ri­guarda il fondo “per la transizione giusta”: come liberarsi dalla dipen­denza dal carbone senza perdere posti di lavoro ma ristrutturando le aziende». Al Messaggero, il presidente del Parlamento Euro­peo David Sassoli ha parlato della svolta verde dell’Ue, che riguarde­rà anche la riconversione ecologi­ca dell’ex Ilva di Taranto: «Certo. E questo fondo “per la transizione giusta” avrà un impatto decisivo per il nostro Paese. Vi potranno attingere sia le Regioni, sia i setto­ri nazionali e le aziende dei Paesi che hanno sistemi industriali di­pendenti dal carbone. L’Italia avrà a disposizione probabilmente dai 4 miliardi in su. Ora il tema è alline­are le agende nazionali all’agenda europea: questo è il punto strategi­co e politico di questa fase».

Parole importanti, quelle di Sas­soli. Ma parzialmente corrette da Bruxelles ieri, in una giornata co­munque fondamentale per l’Euro­pa.

«Rivedremo, possibilmente cor­reggeremo, la normativa europea sugli aiuti di Stato in linea con gli obiettivi politici del Green deal» ha dichiarato il commissario Ue all’economia, Paolo Gentiloni, pre­sentando il Piano europeo per gli investimenti sostenibili, come ri­porta l’Ansa. Nel testo adottato dal collegio dei commissari, si indica la fine del 2021 come scadenza entro la quale effettuare tale revi­sione. «La revisione in arrivo del nostro quadro di regole di bilan­cio includerà un riferimento agli investimenti pubblici sostenibili nel contesto della qualità dei conti pubblici», ha annunciato Gentiloni presentando il Piano di investi­menti verdi. «Aspetto di discutere su come trattare gli investimenti sostenibili nell’ambito delle regole di bilancio Ue, ovviamente pre­servando le salvaguardie contro il rischio di sostenibilità del debito», ha continuato. «Per l’Italia si par­lerà di centinaia di milioni» ha poi risposto a chi gli chiedeva quanto andrà all’Italia dei 7,5 miliardi del Fondo di transizione giusta per l’economia verde. «Credo che dobbiamo avere tutti chiaro che il problema è di innescare un mecca­nismo virtuoso – ha aggiunto – se pensiamo che soltanto con i denari aggiuntivi di questi 7,5 miliardi noi risolviamo i problemi della transi­zione ambientale credo che faremo un grave errore». Il Meccanismo Ue per una transizione giusta «può certamente riguardare l’Ilva, la Puglia e la zona di Taranto è la ti­pica manifestazione, come il Nord della Macedonia o altre di regioni europee, dove è necessaria la tran­sizione a energie che usano meno intensamente il carbone. Questo non vuol dire che problemi dell’Il­va saranno risolti dal Just transition fund» ha risposto il commissario a chi gli chiedeva se i fondi Ue per il Green Deal potranno aiutare anche l’ex Ilva.

Le risorse del Fondo europeo di transizione saranno distribuiti «sulla base di un calcolo statistico, che prende in considerazione in particolare i costi sociali ed eco­nomici della transizione verde dal punto di vista regionale» ha spie­gato la commissaria Ue alla coe­sione, Elisa Ferreira, presentando le caratteristiche del nuovo fondo Ue. La Commissione Ue vorrebbe 7,5 miliardi di risorse fresche per il nuovo strumento, che si aggiun­gono alle dotazioni previste dai tradizionali fondi della politica di coesione.

«Ci saranno poi dei limiti minimi e massimi, in modo da evitare la concentrazione delle risorse in un solo Paese», ha continuato Ferreira, sottolineando che verrà rispettato il criterio già applicato alla poli­tica di coesione secondo il quale «ricevono un maggiore supporto i Paesi più deboli dal punto di vista economico». Secondo la proposta della Commissione, nessuno Stato potrà ricevere dal Fondo più di 2 miliardi di euro. «Col green deal vogliamo raggiungere emissioni zero entro il 2050. Non possiamo fallire. Il piano per gli investimen­ti sostenibili adottato oggi dalla Commissione europea» punta a «mobilitare almeno mille miliardi di investimenti nei prossimi dieci anni» e invia un chiaro segnale a tutti: «quando si fanno investimen­ti occorre pensare verde». Così il vicepresidente della Commissio­ne europea all’Economia Valdis Dombrovskis nel suo intervento alla plenaria del Parlamento eu­ropeo. «Il Green New Deal della Commissione Ue? Pericoloso per il mezzogiorno d’Italia» afferma in una nota il Parlamentare Europeo Andrea Caroppo, del Gruppo ID-Lega, in merito al piano presentato ieri dalla Commissione Ue.

«In primo luogo – spiega Carop­po – questo fondo europeo per la transizione (FTE) funzionerà solo con cofinanziamenti nazionali e regionali che verranno spostati dai fondi per lo sviluppo regionale e sociale (Fesr ed Fse+). Significa che per ogni euro ricevuto per il Green New Deal ogni stato mem­bro deve trasferire da 1,5 e ben 3 euro di fondi UE già assegnati e che, quindi, verrano sottratti alle tante emergenze e necessità infra­strutturali e sociali delle regioni più svantaggiate. Sostanzialmente un gioco delle tre carte che rischia di danneggiare le politiche di coe­sione e le regioni più svantaggiate che ne beneficiano, come quelle del mezzogiorno d’Italia. A tanto si ag­giunga che, anche per istituire que­sto fondo, dal 2021 il bilancio UE vedrà un budget per le politiche di coesione ridotto rispetto all’attuale programmazione. Dunque le regio­ni che beneficiano delle politiche di coesione vengono penalizzate due volte dal piano.

Infine – aggiunge Caroppo – va detto che il piano avrà un impat­to negativo sul già debole tessuto industriale delle regioni più svan­taggiate. Ed infatti poiché questa riconversione non è accompagnata da un piano di sviluppo industria­le ma guarda esclusivamente a ciò che esiste già, le aree che già hanno un tessuto industriale significativo beneficeranno non solo di maggio­ri risorse ma saranno in grado di reggere l’urto della riconversione in termini di produttività e occupa­zione ampliando in tal modo ulte­riormente il divario con le aree già svantaggiate, che poggiano pres­soché esclusivamente sul vecchio sistema industriale».

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