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Alberto Patrucco: «Senza tv vivo bene lo stesso»

Intervista all’attore atteso il 26 gennaio al Tarentum per la rassegna di cabaret curata da Renato Forte

Alberto Patrucco
Alberto Patrucco

«Per me il caba­ret», dice Alberto Patrucco, domenica 26 gennaio alle 19.00 ospite dell’Auditorium Tarentum di Taranto, «è un luogo fumoso, nel quale entrano appena cinquan­ta, cento persone, di varia estrazione sociale, stipate come sardine che “preten­dono” una cosa sola: che tu le faccia ridere. E se non sei ruffiano, non sai farteli subi­to amici, stare sul palco die­ci minuti di fila diventa tragi­co, altro che comico…».

Dopo tanto Derby a Mila­no, ospite di Zelig, Colora­do Café, Ballarò ed ospite ovunque si voglia ridere “se­riamente”, Patrucco torna a Taranto dopo dieci anni esatti ospite di “Cabaret al Tarentum”, altra rassegna a cura di Renato Forte che lo volle in una sua Stagione artistica al teatro Orfeo con uno spettacolo su Georges Brassens (“Chi non la pensa come noi”). Nonostante fac­cia spesso a meno di sbu­care dai pollici del piccolo schermo, l’artista brianzolo tiene più serate di colleghi ormai di casa nei salotti te­levisivi.

Patrucco fugge dai gran­di ascolti, preferisce i suoi cento “incazzati” e il pub­blico che sceglie rispetto a quello a sua volta scelto dal­la prima serata, che sia Rai o Mediaset. Patrucco e la Pu­glia, attrazione fatale. «L’af­fetto è fondamentale, amo la Puglia, ma non sono un dietrologo. Non mi scervel­lo a trovare una ragione sul perché un pubblico reagisca in un modo anziché in un altro. Non nascondo, però, che un simile affetto mi lu­singhi. Confesso di non vi­vere per essere riconosciu­to per strada, per fare dieci autografi in più. L’affetto nei miei confronti, forse perché la mia cifra comica coincide con le idee che la gente ha a cuore, non so…».

Una “comicità non militante”. «Vengo dal cabaret puro, non sono per la comicità a tutti i costi. Non ho mai fatto, né mai farò una battuta per­ché mi accattivi la piazza».

Espedienti per capire da che parte sta il pubblico. Segnali che le dicono da che parte buttarsi. «Io sto con il pub­blico: non mi butto, provo a stare al centro della scena, senza offesa per nessuno, sia chiaro. Se il pubblico si scalda, si diverte, carburo anch’io».

Oggi, una tv che mortifica piuttosto che aiutare. «Rin­grazio la tv per l’ospitalità, ma con il piccolo schermo non ho proprio quello che si dice rapporto idilliaco. Mi spiego. Non amo reality, urla, divertimento usa e get­ta. Ho altro in mente. Anche per questo ho lasciato “Ze­lig”, prima serata, milioni di telespettatori a puntata, per andare a fare “Colora­do Cafè”. Con quel format mi sembrava di stare in una sorta di “Drive in”, una co­micità che mi sta stretta, o larga se preferite. La prima serata televisiva segue una sua filosofia, e, quel che è peggio, i tre-minuti-tre della serie “e adesso facci ride­re”. Il rapporto con pubbli­co, autori e colleghi, oggi è un altro. Sono gli share, quei “sacramenti” che ci stanno martellando la vita, ad aver condizionato la tv della ragione. Mi domando: possibile non si possa ave­re un minutino in più, giu­sto il tempo di riflettere? Mi sbaglierò, anzi, sicuramente commetto un errore di pre­sunzione, ma vogliamo fare insieme un check, confron­tarci su temi che ci stanno veramente a cuore? E non parlo solo di politica, trop­po semplice fare satira: la politica l’ho mollata quando gli altri hanno cominciato a saccheggiarla».

Potenza e debolezza del tor­mentone, Patrucco non ne ha adottato uno che fosse uno. «Una sera mi trovavo in un uno di quei locali fu­mosi di cui dicevo, parlavo dei Gufi: Magni, Brivio, Pa­truno e Svampa. Altro sti­le, altra classe. Quando ho cominciato io, quarant’anni fa, c’era anche Gaber, per fare un esempio. Non c’era la battutona che ti trascinavi dietro per tutte e due le ore del “corpo a corpo” col pub­blico.

Credo sia la sostanza a vin­cere piuttosto che la gag o la frase ripetitiva. Non mi fac­cio ingoiare dal vortice della ripetitività. E la parolaccia fine a se stessa, dove la met­tiamo? Personalmente provo a dare un senso al mio lavo­ro. Se domani non ci fosse più spazio per un romantico come me, appenderei la sa­tira al chiodo».

Cabarettista scomodo, for­se.

«Fino quando continueran­no a farmi fare il mio lavo­ro, bene. Da Costanzo sono andato anni fa, una volta sola. Ma non ne ho sentito la mancanza. Penso che anche lui, Costanzo, senza il sotto­scritto abbia dormito bene lo stesso.

Mi volevano in trasmissio­ni nelle quali non c’entravo: ringrazio per l’invito, ma ri­fiuto con garbo. Non sono un presenzialista, non stac­co il biglietto per qualsiasi programma. Vivo bene lo stesso».

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