23 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Aprile 2021 alle 12:23:14

Cronaca News

Cosa resta dopo Hammamet

Claudio Signorile parla di Craxi e del suo rapporto con l’ex segretario del Psi

Bettino Craxi
Bettino Craxi

Vent’anni dopo la sua morte, Bettino Craxi è torna­to ad occupare un ruolo di primo piano nel dibattitto storico-politi­co di queste settimane. Un dibat­tito su ciò che il leader socialista ha rappresentato per questo Pae­se. Prima il film di Gianni Ame­lio, poi le celebrazioni ad Ham­mamet, dove Craxi ha vissuto gli ultimi anni della sua vita. Ne abbiamo parlato con il professor Claudio Signorile, già vicesegre­tario nazionale del Psi e ministro della Repubblica, che ha parteci­pato proprio alle celebrazioni in Tunisia.

Professore, cosa sono state le celebrazioni ad Hammamet? Che significato hanno avuto?
Ad Hammamet non c’è stato solo un ricordo o una celebrazione. Si è fatto il punto su quello che è stato e che potrà essere. Diciamo che si sta avviando, forse anche oltre le intenzioni, un processo di revisione prima degli aspetti umani e poi del contesto politico in cui è avvenuta questa tragedia umana.

Perché è così difficile traccia­re un profilo il più possibile distaccato e obiettivo sul ruolo che ha avuto Craxi nel nostro Paese?
Dobbiamo innanzitutto partire da una presa di coscienza: ognu­no deve fare il suo mestiere Gli storici devono fare gli storici, i giudici devono fare i giudici e i politici devono fare i politici. In questi venti anni, invece, queste funzioni sono state mescolate e si è fatta grande confusione. Ognu­no ha fatto il mestiere dell’altro e si è mancato di visione prospet­tiva.

Mani Pulite ha messo a nudo un sistema di intreccio forse anche morboso tra denaro e politica. A distanza di tanti anni si può fare una analisi equilibrata di quel sistema?
Questo è un tema delicato. Si è sempre detto che i soldi in poli­tica sono come le munizioni in guerra: non puoi non averne. Giu­sto riflettere sulla legittimità di quanto accaduto in quegli anni, però abbiamo consentito – sono stato tra i primi a dirlo – che il Pci venisse finanziato dall’Unio­ne Sovietica. Ciò poteva derivare da un problema di necessità poli­tica, ma il tema del finanziamen­to non poteva essere l’elemento su cui costruire un percorso po­litico e poi giudiziario. La frase di Craxi “lo facevamo tutti” non era giustificativa ma descrittiva di un sistema. Una condizione che non assolveva tutti, ma invi­tava a riformare insieme sapendo che nessuno era fuori da questo sistema. C’era chi prendeva i soldi dalle partecipazioni statali, chi dall’Unione Sovietica, chi dal blocco atlantico. Lo si faceva per finanziare l’esercizio della demo­crazia.

Rispetto a tali questioni qual è stato il risultato dell’incontro ad Hammamet?
Ad Hammamet ha preso corpo una convinzione: la questione non è più la persona di Craxi. La questione non è solo personale, di un uomo sofferente e sconfitto come rappresentato nel bel film di Gianni Amelio, anche perché all’epoca era una macchina da guerra ben legata ai fatti della politica. Chi fa politica in ma­niera seria, lo fa continuamente. E lo dico io che ho anche avver­sato determinate scelte di Craxi, dicendoglielo al momento giusto.

C’è chi ha definito le celebra­zioni ad Hammamet come un incontro tra reduci. Si sente un reduce?
Una parte di stampa ha parlato di reduci. Io ho visto piuttosto grande desiderio di identità di un’area, una cultura. Non è solo di Craxi che si è discusso, ma del socialismo riformista.

Che ricordi ha di Craxi?
Ho molti ricordi di Bettino. Ab­biamo costruito insieme la svolta del Midas. Lui era per l’autono­mia nenniana, io per la sinistra lombardiana: insieme spiegam­mo che autonomia e alternativa erano i due elementi che insie­me determinavano l’autonomia dell’alternanza, il riconoscimen­to di un percorso non dominato solo dalle due “chiese” cattolica e comunista. Era comune il ra­gionamento strategico, ovvero la necessità di costruire l’alternanza della democrazia, riconducendo i comunisti dall’egemonia al rifor­mismo.

Ci sono stati grandi progetti che avete condiviso?
Sì, certo. Decidemmo di realiz­zare il Ponte sullo Stretto come impegno per il Mezzogiorno. Il più grande investimento pubblico che sarebbe stato fatto in Italia.

Ha qualche aneddoto più pri­vato da raccontare del suo rap­porto con Craxi?
Ricordo quando avevamo due piccole stanze nella sede del Psi, in via Del Corso e scherzavamo sulla stanza di Giovannino Mo­sca che era quattro volte la no­stra. Dicevamo “può andarci con i pattini”. Ci divertivamo molto. Io e Bettino eravamo e siamo ri­masti molto amici.

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