11 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 11 Aprile 2021 alle 17:10:34

Cronaca News

Giornata della Memoria: Elisa Springer ed il “silenzio dei vivi”

Per non dimenticare l’Olocausto

Il campo di concentramento di Auschwitz
Il campo di concentramento di Auschwitz

Sono passati 75 anni da quel 27 gennaio 1945 ma la memoria non ha tempo.

Non può e non deve avere tempo!

Tra le tante domande che ci si pone, ce n’è una che provoca tanto imbarazzo e tante perplessità: Come abbia potuto il popolo tedesco subire e chiudere occhi, orecchi e mente di fronte a tanta barbarie. Quella stessa gens germanica così ricca di storia, di arte, di filosofia, di scienza e di tanto altro che la mente umana possa creare. Mistero….ma non tanto!!!

Sono passati 27 anni da quando nel 1990, spinto dalla mia solita curiosità storio­grafica e documentaristica, volli vedere di persona il cambiamento di Berlino all’indomani della caduta del famigerato muro. Lo status quo che trovai certifica­va una differenza sostanziale di sistema di vita tra la parte est comunista e quella ovest occidentale. Inutile dire: a vantag­gio di quale?

Fu una bella impressione quella di vedere tanta allegria e malcelata gioia della gen­te che finalmente poteva scorrazzare da una parte all’altra senza la minaccia di qualche cecchino dei Vopos comunisti.

Davanti alla porta di Brandeburgo si vendeva di tutto e molti turisti facevano man bassa dei simboli dell’ormai dissolta RDT, la cosiddetta Repubblica Democra­tica Tedesca.

Non mi feci tentare ma, ovviamente, ac­quistai un pezzo del muro. Era troppo fresco il ricordo!

C’era, però, un’altra tragica visione che mi spinse ad andare ancora più ad Est, oltre la cortina di ferro: Auschwitz e Bir­kenau, i campi dove si voleva comple­tare lo sterminio di tutti coloro che non appartenevano alla “purezza della razza ariana”, a cominciare dagli ebrei e via via gli altri.

Auschwitz, il nome tedesco del paese po­lacco Oswiecim.

Lì, dove campeggia all’ingresso del cam­po quella scritta, ormai arrugginita dal tempo ma ancora tremendamente e sini­stramente beffarda “Arbeit macht frei”, “il lavoro rende liberi”…di morire!!

Lì dove si entra con il capo che guarda anche verso l’alto per un misto di curiosi­tà e mestizia per catturare qualsiasi sim­bolo tragico, dai muri di mattoni rossone­rasti, ai grandi capannoni per gli “ospiti”, al famigerato e leggendario binario dei vagoni della morte, dalle grandi vetrate piene di ogni indumento, di poveri baga­gli, scarpe, occhiali e di tutto ciò che era stato spogliato ai condannati. Il capo e lo sguardo, poi si abbassano davanti ai forni crematori ed alle camere a gas e la mente naviga nelle tragiche immagini riportate da tanti documentari.

Sono uscito dal campo a capo chino e con il pianto nel cuore e con la mia fida te­lecamera che ancora tremava per le forti emozioni.

Queste le mie impressioni e sensazioni ma la mia indomita curiosità desiderava una conferma diretta. Una testimonianza diretta e, magari, personale da parte di qualche ex prigioniero.

Ebbi la fortuna di avvicinare, a Mandu­ria, Elisa Springer, una delle sopravvis­sute di Auschwitz e Birkenau. Fu il suo adorato figlio medico, Silvio, a permet­termi di ascoltare la madre, dopo che

l’aveva convinta a rompere il suo silen­zio che durava da cinquant’anni, pubbli­cando il suo primo libro “Il silenzio dei vivi”, “all’ombra di Auschwitz, un rac­conto di morte e di resurrezione”.

Nell’introduzione scrive: “il 1° novembre 1995 sono tornata ad Auschwitz. Ho rivi­sto i reticolati, le torrette, quel che resta dei forni crematori e le baracche, dove ci raccoglievamo tremanti.

Ho risentito, nel silenzio assoluto di oggi, le voci e le invocazioni di ieri. Ho capito che non bastano cinquant’anni per can­cellare il ricordo di un crimine così gran­de. L’immagine di quei luoghi e il dolore che ne derivò sono impressi in maniera indelebile nei miei occhi: non mi hanno mai abbandonato. Oggi, più che mai, è necessario che i giovani sappiano, capi­scano e comprendano: è l’unico modo per sperare che quell’indicibile orrore non si ripeta, è l’unico modo per farci uscire dall’oscurità. Se la mia testimonianza di sopravvissuta ai campi di sterminio, la mia presenza nel cuore di chi comprende la pietà, serve a far crescere comprensio­ne e amore, anch’io allora, potrò pensare che nella vita, tutto ciò è stato assurdo e tremendo e potrà essere servito come riscatto per il sacrificio di tanti innocenti per costruire un mondo migliore senza odio né barriere. Oggi ho compreso che Dio mi ha concesso di liberarmi dalla prigionia del passato, attraverso le pagine di questo libro.

Mi ha fatto amare dai ragazzi che ho in­contrato, dai germogli del domani”.

Dopo 50 anni di silenzio, quindi, Elisa si era decisa a raccontare tutto ciò che di peggio non si possa immaginare, ridotta ad una larva umana, umiliata e offesa. La sua fede, la sua forza d’animo le tennero vivo il desiderio di sopravvivere ed una serie di fortunate coincidenze le consen­tirono di tornare tra i vivi. Lei era ormai allo stremo delle forze, in coma per denu­trizione ed ipotermia.

La salvò una cioccolata americana dona­tele da un soldato russo.

Degli ultimi anni dell’esistenza di Elisa vissuti in Puglia si ricordano l’impegno, il coraggio e la determinazione nell’in­culcare ai giovanissimi l’etica della pace e l’esaltazione della uguaglianza tra i po­poli e le religioni, come quando parlò ai giovani cattolici siciliani riuniti a Calta­nissetta il 17 marzo 2002. Questo impe­gno è culminato nella pubblicazione, un anno prima della morte, del suo secondo libro, “L’eco del silenzio. La Shoah rac­contata ai giovani.”

Il 10 dicembre 2002 le è stata conferita la cittadinanza onoraria di Matera ed in suo onore l’istituzione della Fondazione Elisa Springer A-24020 (il marchio di Auschwitz sulla sua pelle) che ha raccol­to il suo archivio personale, ed il Premio internazionale Elisa Springer, assegnato nella sua prima edizione al sindaco di Roma Walter Veltroni.

Elisa si è spenta serenamente il 20 set­tembre 2004.

 

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