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Il Lions Aragonese, la Caritas e l’Etiopia

Pensare “Glocal” tenendo presenti i contesti

Etiopia, distribuzione servizi malati podoconiosi
Etiopia, distribuzione servizi malati podoconiosi

In premessa: per valutare l’efficacia (ed il rap­porto costo/benefici) di una qualsiasi iniziativa di solidarie­tà sociale intrapresa da un club service, vanno considerate due cose, che l’azione dei club ap­partenenti ad una associazione internazionale (come i Lions) è, di necessità, “glocal” (ovve­ro globale e locale; non è con­sigliabile che tralasci alcuna delle due dimensioni), e che un qualsiasi risultato economico raggiunto non è mai assoluto ma va sempre relativizzato e contestualizzato.

Prendiamo come esempio l’e­mergenza alimentare. Anche nel ricco e prospero Occiden­te, anche nelle nostre città, esistono aree (in espansione, purtroppo) di disagio e pover­tà estrema; ma esistono anche aree intermedie di difficoltà, come testimonia il numero cre­scente di persone che affolla le mense dei poveri della Caritas. Il Lions Taranto Aragonese (presidente Angela Matera) è da sempre molto attento, e sostiene con impegno le mense della Ca­ritas di San Pio X (referente la past president Mariana Rizzo) e della Caritas di Massafra (refe­rente il past president Giuseppe Mazzarino), attraverso raccolte alimentari e forniture di attrez­zature da cucina, per esempio. Una raccolta equivalente a 100 euro consente ad una mensa Caritas di somministrare pa­sti approssimativamente a 25 persone. Un numero comunque importante, se le raccolte ali­mentari sono ripetute nel tem­po (e, per la verità, più “ricche” del parametro esemplificativo). Ma la stessa cifra di 100 euro, se devoluta – come l’Aragonese fa da una dozzina d’anni (refe­rente il past president Michele Rossetti), per un totale di oltre ottomila euro, in collaborazione con Heineken-Dreher – ad una istituzione come il Centro ca­ritativo San Giuseppe di Addis Abeba, in Etiopia (uno dei paesi più poveri del mondo), che svol­ge una ampia gamma di azioni in favore di vedove, orfani e mutilati della guerra civile, an­ziani, ragazzi e ragazze di stra­da (molte anche madri single), poveri in generale, consente di somministrare un pasto (che fa letteralmente la differenza fra la vita e la morte per inedia) a milleottocento/duemila perso­ne, perché con l’equivalente di cinque/sei centesimi di euro il Centro San Giuseppe è in grado di preparare un nutriente piatto unico. Relativizzare e conte­stualizzare, insomma, consen­te di comprendere meglio gli effetti di un service, e quindi anche di stilare una scala di pri­orità. Senza abdicare né al ser­vizio locale né al globale.

In 17 anni di attività il Centro San Giuseppe – col quale l’A­ragonese intende intensificare la collaborazione – ha assistito circa 15mila persone, fornen­do loro cibo, abbigliamento, scarpe, asciugamani e servizi di lavanderia e docce. A dieci­mila persone è stata assicurata assistenza medica, a poco più di diecimila fornitura di farmaci; quattromila persone hanno ri­cevuto coperte; tremila persone hanno ricevuto cure odontoia­triche, 104 operazioni chirurgi­che, 75 operazioni oculistiche, 242 cure e servizi per podoco­niosi. Mille persone hanno rice­vuto occhiali; 2.500 stampelle e scarpe ortopediche; 127 protesi e 121 sedie a rotelle; 350 hanno usufruito di alloggi dormitorio.

A 4.000 persone sono state pa­gate le rette scolastiche di scuole private; a 2.500 quelle di scuole pubbliche; a 4.500 ragazzi sono state fornite divise scolastiche, a 1.500 materiale didattico; 500 persone hanno frequentato corsi di apprendistato ed altre 500 il doposcuola. A quasi 400 perso­ne sono state riparate case dan­neggiate dalla guerra, ad altre 106 pagati affitti, a 271 l’allac­cio a luce ed acqua.

Da quest’anno il Centro San Giuseppe ridurrà la gamma di servizi per concentrarsi su un piano ambizioso e di fortissima rilevanza sociale: reintegrare nella società le ragazze di strada con i loro bimbi, offrendo a que­ste giovani mamme l’opportuni­tà di avere una vita diversa e di renderle autonome. Il program­ma intende accogliere 120/140 persone alla volta (60/70 giova­ni donne con i loro 60/70 bam­bini) per una durata di 15 mesi. Durante tale periodo, le ragazze ed i loro bimbi potranno benefi­ciare dei servizi di base: pasti, vestiario, asciugamani, coperte, prodotti per l’igiene, prestazioni mediche. I bambini, di età com­presa fra i 4 e i 7 anni, andranno a scuola, mentre le ragazze-ma­dri, con il supporto di operato­ri sociali e psicologi verranno, inizialmente, aiutate a liberarsi dall’uso della “colla” (la deva­stante “droga”economica che sniffano) e poi impegnate in 12 mesi di formazione professiona­le, ricevendo divise e strumen­ti di apprendimento, in modo da acquisire le competenze per raggiungere l’indipendenza fi­nanziaria e un dignitoso reinse­rimento sociale. Le ragazze sa­ranno aiutate a trovare un posto di lavoro, mentre chi desidera avviare una micro-attività, rice­verà una formazione di 2 mesi per imparare a gestire autono­mamente i fondi che riceverà inizialmente.

 

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