24 Gennaio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Gennaio 2021 alle 14:34:27

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La nostra battaglia per Taranto / Il sogno di Gio Ponti: diventare tarantino

L’architetto desiderava la cittadinanza onoraria e voleva essere sepolto nella sua creatura

La costruzione della Concattedrale di Taranto
La costruzione della Concattedrale di Taranto

«Tra Gio Ponti e monsignor Motolese si sta­bilì un rapporto di amicizia rinascimentale, un rapporto tra artista e committente. Moto­lese amava l’architettura, una volta disse che gli sarebbe piaciuto fare l’architetto».

Il professor Vittorio De Marco è il custode di uno scrigno di “segreti” che possono rac­contare la genesi di quel gioiello dell’arte e dell’architettura del Novecento, la Concatte­drale Gran Madre di Dio che l’arcivescovo Motolese commissionò a Gio Ponti. È lui, il professor De Marco, a custodire il fitto epistolario che consegna alla storia questa «amicizia rinascimentale» che ha regalato a Taranto un’opera riconosciuta a livello in­ternazionale.

Professore, Gio Ponti era milanese. Qua­le fu il suo impatto con una terra così di­versa e lontana dalla sua Milano?
Ponti venne individuato come progettista della Concattedrale nel 1964. Allora venne a Taranto, visitò Martina, Ostuni, Locoro­tondo, poi il Salento. Rimase abbagliato dalla bellezza e dalla grandiosità della no­stre cattedrali romaniche. Di San Nicola disse che faceva tremare. Di fronte a tanta magnificenza disse: “Ma davvero io devo progettare una cattedrale?”.

Cosa lo colpì del paesaggio pugliese?
Rimase affascinato dalla luce: l’azzurro del cielo, il bianco delle case, il verde delle campagne. Diceva: “La mia cattedrale sarà bianca, aggredita dal verde”. La immagina­va circondata da macchia mediterranea, con un giardino spontaneo intorno. Fu fatto an­che un esperimento con la vite canadese, ma quel tentativo fu abbandonato per questioni tecniche.

Gio Ponti
Gio Ponti
Guglielmo Motolese
Guglielmo Motolese

Immaginava la Concattedrale immersa in un contesto completamente diverso da quello attuale…
Immaginava che intorno alla Concattedra­le sarebbero sorti dei mini quartieri. Nella parte posteriore avrebbero dovuto sorge­re gli edifici della Curia e l’Episcopio. Ai lati edilizia popolare di controllatissima architettura, nulla di simile alle case popo­lari così come le conosciamo qui. E anco­ra, pensava ad un museo, ad un teatro, ad una scuola, ad un asilo e ad un edificio per i gesuiti. Immaginava, insomma, un’area dove spiritualità, cultura e funzioni socia­li si sarebbero incontrati. Volle offrire alla Città questo stralcio di piano regolatore, da eseguire attraverso un concorso nazionale. Se si fosse realizzato il suo progetto oggi avremmo avuto un modello urbanistico per studiare il quale sarebbero arrivati da tutto il mondo. Purtroppo non è stato realizzato nulla.

E anche la Concattedrale negli anni è sta­ta trascurata e mai davvero apprezzata dai tarantini.
Oggi si è fatto un intervento importante per rafforzare la Vela. Spero che questo cin­quantesimo anniversario possa far conosce­re la Concattedrale ai tarantini, innanzitutto.

Un’opera che Ponti considerava l’apice della sua produzione.
L’architetto era pienamente identificato in questo suo lavoro. La fase di progettazione fu vissuta da Ponti con grande travaglio in­teriore. Tra il ’64 e il ’65 dovette subire un intervento agli occhi. Scrisse: “Mi bendano, ma io continuerò a vedere la Concattedra­le”. In un’altra occasione, partecipando ad un convegno in Svizzera, disse che avreb­be parlato della Concattedrale, perché così avrebbe parlato della sua vita. C’era una to­tale compenetrazione tra l’uomo e il proget­to. Ci teneva a rendere Motolese partecipe della evoluzione della sua creatura. In una delle sue lettere all’arcivescovo scrisse che era stato fortunato a conoscere una persona così. Nella cripta aveva progettato due tom­be: una per lui e una per Motolese, una di fronte all’altra. Ma non furono mai realiz­zate.

Gio Ponti si fece guidare dalla fede nella sua progettazione?
Aveva una fede straordinaria, profonda ed era profondamente preoccupato di costrui­re una chiesa nella quale il fedele potesse davvero sentirsi nella casa di Dio. Nel ’64 c’era il Concilio Vaticano II e lui era molto attento a trasfondere nella progettazione lo spirito del Concilio. Il progetto ne risente: oltre alla cattedra del vescovo dietro l’alta­re, ne posiziona una di lato, perché potesse essere più vicina al popolo. Se ci facciamo caso, è quella più utilizzata.

La vela è stata l’elemento più rivoluzio­nario della Concattedrale. Come arrivò Ponti a concepire quella soluzione?
La Concattedrale è stata un’opera in dive­nire. Gio Ponti variava in continuazione il progetto, almeno in alcuni particolari, per apportare miglioramenti. Anche la Vela ha avuto una gestazione complessa. In una prima stesura del progetto, la Vela non era prevista. In seguito immaginò una struttura che chiamava “torre” con una doppia fac­ciata e vetrate studiata per far sì che la luce dovesse penetrare nel presbiterio. Ma era una soluzione troppo costosa e Gio Ponti era molto attento all’uso dei soldi. Diceva: “Dobbiamo spendere bene i denari di Dio” e anche le sue parcelle erano ridotte all’es­senziale. Quindi, eliminata la torre a doppia facciata e le vetrate, la Concattedrale esce fuori dal bozzolo e assume l’attuale forma slanciata: ecco la vela. Ponti allora le co­struisce davanti il mare, le vasche: la prima per riflettere la sola facciata, le altre per ri­flettere la cattedrale nella sua grandezza. La vela con le sue traforazioni è l’esaltazione dello strettissimo rapporto con il cielo del Mediterraneo che tanto aveva affascinato Ponti. Nel ’76 una rivista francese, una delle più importanti riviste d’arte al mondo, in­serisce la Concattedrale tra le venticinque opere più importanti realizzate nel Nove­cento. Insieme alla Concattedrale ci sono, fra le alte opere, il Guggenheim, lo stadio di Tokio di Kenzo Tange, la cattedrale di Bra­silia, la Chapelle di Le Corbusier, architetto per il quale Ponti nutriva una ammirazione smisurata.

Ua storia straordinaria che speriamo sia utile a far capire ai tarantini il valore di questo monumento.
Una chiesa contemporanea può piacere o no, ma per apprezzare la Concattedrale è appunto importante conoscere tutto l’itine­rario che ha portato alla sua nascita. Ponti l’ha amata come ha amato la Città e non a caso lui voleva una Concattedrale che non fosse “proibita” ma che fosse stretta alla cit­tà. Un suo desiderio era proprio quello di ottenere la cittadinanza onoraria (ne è pre­visto il conferimento post mortem nell’am­bito delle celebrazioni per il 50esimo anni­versario della Concattedrale, ndr).

E monsignor Motolese come arrivò a pensare una nuova cattedrale e perché in quella zona?
Motolese aveva la cultura del progetto. Già nel ’62, in suo discorso, accenna alla neces­sità di una nuova cattedrale per rispondere alle esigenze di una città in grande espan­sione. Inizialmente si pensava di ubicarla tra viale Trentino e via Alto Adige, poi l’as­se si sposta su viale Magna Grecia perché c’era stata la donazione dei terreni da parte della contessa D’Aquino. In una foto d’epo­ca si vede il cantiere della Concattedrale e davanti la masseria D’Aquino.

Come accolse il progetto avveniristico di Ponti?
L’arcivescovo si innamorò del progetto. Andò a visitare la Cappella San Carlo a Mi­lano, progettata da Ponti, e ne rimase colpi­to. “Ma la nostra – disse – sarà ancora più bella”.

Come si arrivò alla scelta di Ponti?
Motolese aveva affidato la ricerca del pro­gettista all’Istituto Internazionale d’Arte Liturgica. La scelta inziale dell’Istituto ricadde su Pierluigi Nervi, che però decli­nò. L’incarico fu allora conferito a Ponti che peraltro aveva già collaborato proprio con Nervi. Ottenuto l’incarico si stabilisce il contatto tra Ponti e Motolese e tra i due, come detto, nascerà una amicizia profonda. Pian piano il ruolo dell’Istituto d’Arte Li­turgica viene meno, esce dalla storia della Concattedrale. L’Istituto aveva anche istitu­ito una commissione per la valutazione del progetto e la sua conformità ai dettati litur­gici. Una ingerenza che Ponti non gradiva. Ad esempio la commissione voleva elimi­nare il balcone esterno della Concattedrale, ma Motolese fu fermo nel difendere l’idea progettuale di Ponti e da allora, nelle sue lettere, l’architetto si rivolge all’arcivescovo chiamandolo “Mio protettore”. Ponti e Mo­tolese erano due anime innamorate della creatura che stava nascendo e quando il 6 dicembre 1970 la Concattedrale fu inaugu­rata, a Gio Ponti furono tributati dieci mi­nuti di applausi.

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

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