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Dante Alighieri e il mondo arabo del suo tempo

“Letture e divagazioni dantesche”, il libro di Gabrieli

Dante Alighieri
Dante Alighieri

Rileggo, e lo trovo sempre at­tualissimo, quel libro di France­sco Gabrieli “Letture e divaga­zioni dantesche”, edito a Bari nel lontano 1965, dal Centro Librario.

Francesco Gabrieli è stato ed è uno dei massimi studiosi dell’I­slamismo e culture delle civiltà orientali.

Sei “letture” di singoli canti e sei “divagazioni dantesche”, più alcune impressioni sul “Convivio”, formano il tessu­to di questo libro datato, ma sempre fresco e limpido alla lettura.

Lo scrittore si professa non dantista, ma sa portare chi legge per la via della sapienza antica e della civiltà, al di là di quella greca e romana e cri­stiana.

Circola per tutto il volume di 133 pagine un’atmosfera di vera umanità, di fervida dot­trina che sa coniugare il mon­do arabo al mondo e classico e cristiano. Indubbiamente la cultura, soprattutto filosofica e della scienza medica media, araba, influì su quella europea. Gli Averroè, gli Avicenna, an­che se pur loro studiosi di Pla­tone ed Aristotele, ebbero, non poco fascino presso i cultori e gli studiosi del Medioevo e certamente Tommaso D’Aqui­no avrà riflettuto sull’opera di Averroè ed anche Sant’Agosti­no, avrà letto le confessioni di Al-Ghazalì; ma la cultura araba non andò al di là di tali eventi culturali ed influì in minima par­te su quella cristiana ed euro­pea del tempo.

Prendiamo il canto XXVIII, quel­lo infernale di Maometto. Argo­mento noto al Gabrieli perché lo riporta agli studi a lui cari del mondo arabo. L’autore, con una fine analisi testuale, batte contro la tesi di Asìn Palacios, che vide nella rappresentazio­ne dantesca del Profeta islami­co, “lenità ed indulgenza” per una certa simpatia del poeta al mondo arabo.

Ed invece l’autore afferma il realismo dantesco, anche ple­beo, col quale Dante rappre­senta, Maometto lo scismati­co.

In tal modo Gabrieli esclude, e la critica gli ha dato ragione, qualsiasi simpatia dantesca verso Maometto e il mondo arabo ben lontano del mondo latino e da quel Virgilio che fu fonte della sua cultura classica. Basti rileggere il canto XXI del Purgatorio ove Dante per il tra­mite affettuoso di Stazio, esal­ta Virgilio che è “il mar di tutto il senno”. La partecipazione di Dante al mondo arabo fu di co­noscenza semmai filosofica in quanto al Poeta erano ignoti i testi greci dei sommi Platone ed Aristotele; o qualcosa era conoscenza per vie diverse.

Nella forza scismatica non eretica della cultura araba del suo tempo Dante intravide un pericolo: che la civiltà classica potesse venir meno con quella cristiana; e quel Virgilio che fu la fonte della cultura classica e maestro per Dante, se fosse venuto meno, sarebbe venuta anche meno la poesia stessa della sua “Commedia”.

Per Gabrieli Dante fu il padre della nostra lingua; e di stile e linguaggio si parla e si discute nel XXVI canto del Purgatorio ove in quella espressione “mi­glior fabbro” Il lettore più che Arnaldo Daniello e il suo “tro­bar clus” vede proprio Dante; quello della “Vita Nuova”, del­le “rime pietrose” e poi della ”Commedia”.

Degne di rilievo sono le consi­derazioni del Gabriele sul valo­re del canto XII del Purgatorio, già finemente commentato e dal Momigliano e dal Vallone.

Gabrieli discetta sul testo in­tegrale (per quanto possibile) dei versi danteschi, anche se ciò va, a volte, a scapito della stessa armonia del verso.

Finissime osservazioni inoltre sono per il resto del libro, che è poi un grosso “quaderno”, in special modo nella lettura del canto IV del Paradiso e del canto XXXI della stessa canti­ca sulla mirabile visione della candida rosa. Lettura piace­vole e sostanziosa al tempo stesso quella delle ”Divaga­zioni” sia che si parli di Monna Bella o dei Malaspina, sia che si discuta della “Commedia” tradotta dall’arabo Hasan Oth­màn.

Gabrieli nel suo stile, sempre chiaro lucido, offre un impasto di reminiscenze poetiche dive­nute un tutt’uno con lo stesso periodo; che è poi una perfetta fusione dell’anima della mente del nostro studioso. Un ritor­no a quella lettura dantesca che, oggi, sarebbe assai utile per meglio comprendere su somiglianze e differenze dal e del mondo arabo con la nostra cultura occidentale e cristiana. Un libro attualissimo.

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