24 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Ottobre 2021 alle 19:52:00

Cronaca News

Taranto a Sanremo, la prima vittoria nel ‘64

Il successo fu di Patricia Carli con Gigliola Cinquetti

Patricia Carli
Patricia Carli

Il trionfo di Dio­dato con Fai rumore ha portato Taranto all’attenzione del Festival della Canzone Italiana. Ma non è la prima volta che, al netto degli aspetti socio-politici innescati dai commenti alla vittoria del giova­ne cantautore, la Città dei Due Mari lega il suo nome a Sanremo. Perché di tarantini protagonisti del festival ce ne sono stati tanti nel corso della storia. Alcuni ri­uscendo anche a salire sul podio più alto pur restando dietro le quinte. È il caso, ad esempio, di Fabio Barnaba, talento dell’Isti­tuto Paisiello, che quest’anno ha diretto l’orchestra nell’esibizione di Giordana Angi. Barnaba l’an­no scorso il festival in qualche modo lo ha vinto, perché è stato lui a scrivere la partitura per or­chestra di Occidentali’s karma, il tormentone di Francesco Gab­bani.

Prima di Barnaba un altro taran­tino aveva vinto il festival come direttore d’orchestra: Beppe D’Onghia, storico collaboratore di Lucio Dalla, che diresse gli Stadio vincitori nel 2016 con Un giorno mi dirai. Al nome di Dalla è legata anche la partecipazione di Pierdavide Carone, l’autore e cantante di Palagianello, che nel 2012 si esibì proprio con Lucio Dalla in Nanì. Due anni prima, Carone aveva scritto Per tutte le volte che la canzone che valse il primo posto a Valerio Scanu.

Pochi ricordano che la prima can­tante tarantina a vincere il Festival di Sanremo è stata Patricia Car­li, all’anagrafe Rosetta Ardito, che nel 1964 cantò in coppia con Gi­gliola Cinquetti uno dei brani più popolari della canzone italiana: quel Non ho l’età che consacrò la Cinquetti anche all’Eurofestival. Tarantina di nascita ma natura­lizzata francese, Patricia Carli incise la versione d’Oltralpe di quel grande successo col titolo Je suis à toi. A Sanremo tornerà ad esibirsi con Giorgio Gaber. Poi la sua carriera è rimasta confina­ta a Belgio e Francia. Bisognerà aspettare altri venticinque anni per vedere una tarantina salire sul podio più alto del festival: tocche­rà ad una giovanissima Mietta che nel 1989 si affermerà nella ca­tegoria “Nuovi” con il brano Can­zoni, scritto da Amedeo Minghi e Pasquale Panella. Il grande successo commerciale arriverà l’anno seguente, quando Mietta sale sul palco dell’Ariston insie­me allo stesso Minghi. La loro Vattene amore col tormentone del trottolino-amoroso-du-du-du-da-da-da si classificherà terza ma di­venterà un classico della canzone italiana. Ad oggi Mietta vanta ben otto partecipazioni a Sanremo.

Chi detiene il record assoluto di partecipazioni è però Mariella Nava: undici presenze per lei, di­rettamente come cantante o solo come autrice. Il suo debutto san­remese risale al 1987 con Fai pia­no, nella sezione Nuove Proposte. Nel 1994 vince il Premio Volare con Terra Mia. Per lei l’onore di ricevere il premio direttamente dal grande Domenico Modugno. Pur non vincendo mai il Festival, Mariella Nava ha comunque ot­tenuto altri riconoscimenti nella rassegna sanremese: nel 1999 ar­riva terza con Così è la vita e vin­ce il premio come miglior melo­dia. Tre anni dopo, nel 2002, alla sua Il cuore mio viene assegnato il premio della Lilt “Più vita per la vita”. Anche per Mariella Nava, come per Mietta, c’è a Sanremo un duetto con Amedeo Minghi: nell’edizione del 2000 i due can­tano Futuro come te, che però non va oltre il quattordicesimo posto. Come autrice non è molto fortu­nata (ventunesimo posto) la parte­cipazione del 1989, quando firma Come mi vuoi cantata da Edoar­do De Crescenzo. Mariella Nava è però protagonista assoluta, sempre come autrice, del festival 1991: Spalle al muro, cantata in una memorabile interpretazione da Renato Zero, è celebrata dal pubblico e dalla critica, ma a vin­cere è Riccardo Cocciante con Se stiamo insieme, scritta insieme a Mogol. Gli applausi, però, sono tutti per la canzone di Mariella Nava e Renato Zero.

Altra talentuosa tarantina a San­remo è stata Barbara Eramo che nel 1998 si è presentata nel duo Eramo e Passavanti: Senza con­fini vince il premio della critica ri­servato ai giovani e il Prenio Vo­lare, consegnato per l’occasione addirittura da Michael Nyman. Cose da ricordare per tutta la vita.

Come è da ricordare una delle più divertenti esibizioni canore del­la storia del festival: quella delle Figlie del vento, quartetto tutto femminile del quale facevano parte la tarantina Tonia Tassari e la lizzanese Piera Lecce. Al festi­val del 1973 portano una canzone demenzial- gastronomica: Sugli sugli bane bane. Non arrivano neanche in finale, ma il motivetto funzionerà nella hit parade. Sulla stessa scia il loro album I carciofi son maturi se li mangi poco duri, che a dispetto della demenzialità del titolo porta anche una firma autorevole come quella di Rober­to Vecchioni.

Alla scuola dei grandi cantautori appartiene anche Mimmo Caval­lo. Forse un eccesso di coerenza gli ha limitato una carriera che poteva essere molto più ricca di soddisfazioni. Sua la ricetta di quel Caffè nero bollente “bevuto” da una allora rocchettara Fiorel­la Mannoia a Sanremo nel 1981, l’anno in cui un’altra graffiante au­trice e interprete femminile come Alice si affermò con Per Elisa scritta insieme a Franco Battia­to e Giusto Pio. E una donna, la pur brava Gabriella Martinelli, originaria di Montemesola, si è esibita al Festival edizione nume­ro 70. La sua canzone Il gigante d’acciaio, cantata con Lula, non è riuscita a superare il primo turno. Apprezzabile il tentativo di porta­re sul palco dell’Ariston il caso Il­va-Taranto, ma quando tratti temi così impegnativi o tiri fuori una poesia da fuoriclasse oppure c’è il grosso rischio di scivolare nella retorica e nella banalità. Forse, in questo caso, di scivolamento si è trattato.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

1 Commento
  1. Francesco Rapetti 2 anni ago
    Reply

    Riferendomi a questo articolo vorrei sottolineare che il termine “eccesso”, riferito alla coerenza di Mimmo Cavallo, pone negativamente le sue scelte. L’eccesso andrebbe utilizzato invece per coloro che vedono l’arte come strumento per questioni che hanno poco a che fare con l’arte stessa. Quel passaggio, nell’articolo, l’avrei strutturato meglio.

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