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Il matrimonio dei nostri nonni

Torna la nostra rubrica sulla “tarantinità”

Un matrimonio

Dopo aver festeg­giato per una intera settimana San Valentino e San Raffaele, patroni dei fidanzati, e San Fau­stino, patrono dei single, questa settimana il prof. Antonio For­naro, che cura questa rubrica, dedica il commento al matrimo­nio dei nostri nonni che ben si collega con le notizie che ci ha fornito la scorsa settimana sul fidanzamento.

Nella settimana che va dal 16 al 22 febbraio si festeggiano le seguenti solennità mariane: la Madonna della Spina, Nostra Signora dell’Obbedienza, No­stra Signora della Grazia, No­stra Signora del Buon Porto e la Madonna del Soccorso.

Questi i santi della settimana: Sant’Elia, Sant’Alessio Falco­nieri, San Francesco Regis Clet, San Corrado Falconieri, patro­no dei cacciatori, San Eleuterio, Sant’Eleonora, San Pier Damia­ni, protettore di chi soffre di mal di testa, e Santa Margherita da Cortona.

Sant’Alessio Falconieri nacque nella Firenze del 1200. A lui e ad altri sei giovani apparve la Madonna che li invitò a vivere in penitenza.

San Francesco Regis Clet visse tra il 1700 e il 1800, fu missio­nario in Cina e fu strangolato su una croce.

San Corrado Confalonieri visse tra il 1200 e il 1300 e fu ere­mita. Sant’Eleuterio fu vescovo nella Gallia e convertì il Re Franco.

San Pier Damiani fu eremita e consigliere di alcuni papi. Fa­moso è il suo miracolo della Botticella che spillava vino solo per i poveri.

Santa Margherita di Cortona fondò un convento e un ospe­dale.

Questi i detti della settimana: “La fica vuole l’acqua, la per­coca il vino”, “Ha cambiato il bambino nella culla (significa che ha cambiato le carte in ta­vola)”, “Ti ho cresciuto a pane masticato (cioè facendo sacrifi­ci)”, “Chi reagisce è più forte di chi agisce”.

Una sola l’effemeride di Giu­seppe Cravero che ci ricorda che il 16 febbraio 1922 furono inaugurate a Taranto le tramvie elettriche gestite da una ditta in­glese. Le linee erano la 1 e la 2 e trasportavano i cittadini dalla stazione a Solito. Il biglietto co­stava 50 centesimi ed era ridot­to a 20 centesimi per i lavoratori dell’Arsenale.

Nel parlarci del matrimonio tradizionale tarantino Fornaro tiene a precisare che i maggio­ri movimenti avvenivano nella casa della sposa nei giorni pre­cedenti per le prove dell’abito nuziale la cui coda era delica­tamente sollevata dalle manine di due damigelle. Il giorno del matrimonio facevano a gara per poter pettinare in maniera parti­colare la sposa.

La sposa all’uscita del suo por­tone veniva salutata con un lan­cio di confetti, poi saliva sulla carrozza e lungo il tragitto il cocchiere lanciava confetti ai ragazzi che seguivano a piedi il corteo nuziale. Nella carrozza trovava posto soltanto il padre della sposa che la accompagna­va all’altare. Gli altri parenti e invitati aspettavano in chiesa. I compari d’anello e i testimoni venivano chiamati in dialetto “sotta zite”.

Dopo la cerimonia nuziale in chiesa il pranzo di mezzogior­no si svolgeva nella casa della sposa ed era riservato ai paren­ti stretti. Al ricevimento serale c’erano più invitati che degusta­vano panini imbottiti, dolci, la torta nuziale e in estate anche gli spumoni. Allietava la festa serale un’orchestrina. Sul finire della festa lo sposo e la sposa lasciavano cadere nelle mani di ciascun invitato cinque con­fetti che venivano presi con un mestolino. Non c’erano bombo­niere. Per l’occasione gli invitati potevano vedere i regali ricevu­ti dagli sposi. La sposa portava in dote una boccettina di olio del pesce topo.

Non c’era il viaggio di nozze ma l’indomani mattina la ma­dre dello sposo con la scusa di portare il caffè ai novelli sposi chiedeva alla sposa la prova del­la sua verginità. Intanto a Ta­ranto ogni volta che si sposava­no due persone si diceva: “Osce s’à apirte ‘nu nueve furne”.

Le coppie che facevano la “fui­tina” si sposavano in Chiesa alle prime ore dell’alba dietro l’alta­re, non in abito bianco. La spo­sa non usciva dalla sua casa per una settimana e veniva visitata al settimo giorno dai genitori, dai suoceri e dai testimoni del matrimonio e dai compari d’a­nello.

Fornaro chiude questo interes­sante capitolo con un detto che così recita: “Non si deve mai sposare una donna brutta e ric­ca perché i soldi se ne vanno via come il vento, ma la bruttezza ti resta tutta la vita”.

Meditate, sposi che state per fare questo importante passo della vostra vita!

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