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Il “Cantico dei Cantici” nella versione di Benigni

Il regista e attore ha commentato il testo contenuto nella Bibbia

Roberto Benigni
Roberto Benigni

Al Festival recente di Sanremo, alla terza serata, si è esibito il noto re­gista e attore Roberto Benigni, che, con esposizione fluviale, a volte tor­rentizia, ha commentato e, da par suo, esaltato “Il Cantico dei Cantici” profezia assoluta del vetero Testa­mento. E ne ha fatto un Cantico alla Benigni, direi laico, profano, anche erotico, nei riguardi dell’amore, non coniugale, ma assoluto, anche uomo con un uomo, donna con donna. Ma, secondo i Padri della Chiesa, dico Girolamo, Agostino, Ambrogio e l’a­postolo Paolo, solo per rimanere nel cerchio dei primi grandi teologi, quel “Cantico” tutto è che una esaltazione dell’amore terreno e fisico, ma, nella sua apologetica profezia, è un matri­monio; quello di una “Sposa” che è la Chiesa e un “Diletto” che è Cristo.

A tal punto basta leggere quei versi del canto XI del Paradiso nel quale Dante, parlando della Provvidenza divina, scrive: “La Provvidenza che governa il mondo / con quel consiglio nel quale ogni aspetto / creato è vinto pria che vada al fondo / però che an­dasse verso il suo diletto / la Sposa di colui che ad alte grida / disposò lei col sangue benedetto / … due prìn­cipi ordinò… (Pr. XI, 28 – 33) prìncipi saranno Francesco e Domenico. La Sposa la comunità ecclesiale.

Il “Cantico”, essendo una sublime e terminale profezia dell’Antico Testa­mento, ha già dalle prime battute pa­role di immediata “Charitas”.

“Bella veramente sei tu, o mia dilet­ta, bella veramente, sei tu, gli occhi sono di colomba”.

“Ecce tu pulchra es, oculi tui colum­barum”.

La Sposa è Lei, la Chiesa, rinnovella­ta dalle “diletto” sposo che è Cristo, pieno di spirituale letizia.

E nel Vangelo di Matteo X, 16, Cri­sto dirà ai suoi eletti, “Siate semplici come colombe”.

Nulla di sensuale, di erotico, di volut­tà dei sensi, come nell’interpretazio­ne di Benigni, ma quell’atto di sposa­lizio è atto assolutamente spirituale e la “Colomba” sarà quello che scen­derà, quale Spirito Santo, nella esi­stenza della Sposa e del suo

Diletto. E la voce dello Sposo o Dilet­to sarà dolce come bello il suo volto.

“Vox enim tua dulcis et facies tua dulcis et facies tua decora”.

Questo sublime matrimonio si ador­na di piante e fiori odorosi, vivaci co­lori dal bianco dei gigli al rosso delle rose. Ed anche quando, al principio del “Cantico” si parla di “duo ubera” che sembrano due teneri caprioli, quei “duo ubera” che danno purissimo latte, sono apostolicamente il mater­no nutrimento che quotidianamente la Chiesa elargisce come amore ver­so Dio e verso il prossimo. E quando si parla di “vigna” “e di “pane” dalla vigna verrà vino, il sangue di Cristo, e dal pane la carne di Cristo; entram­bi nel sacramento della Comunione. E tutto il discorso fra profumi ed es­senze orientali, tra il nardo, l’incenso è la mirra.

Al capo IV si legge “Veni de Libano, Sposa mea, veni de Libano”.

Celebri parole. Verrà la Sposa fra la fragranza dei fiori e il nutrimento dei frutti. E sarà la futura “Ecclesia”.

E Dante nel Paradiso (XXVII,148) dirà: “E vero frutto verrà dopo il fiore”. Tut­ti gli altri Capi del “Cantico”, sono un canto liturgico, oltre che sapienziale il matrimonio di cui si celebra è una spirituale unione tra i due “misteri” della fede: la Chiesa e Cristo. Nulla, ripeto di amore sensuale o terreno, ma purezza del cuore.

“Si murus est, aedificeremus super eum murus propugnacula argentea” cap. VIII.

Se la Chiesa sarà una muraglia, edi­ficheremo sopra baluardi di argento, cioè abbellita da Lui, che è Cristo.

E nel finale “Fuge, dilecte mi” (cap. VIII) Affrettati, diletto mio; corri come corrono i caprioli alla corte del padre che è Padre tuo.

La lettura o l’interpretazione di Ro­berto Benigni, a mio parere, non è quella, che, i Padri della Chiesa, han­no dato e che io pienamente sento di condividere: e mi auguro che l’ab­biano condivisa alti o meno alti pre­lati. È una suprema e terminale pro­fezia della futura Chiesa e del Cristo Redentore e su di loro scenderà la purissima Colomba che è lo Spirito Santo.

L’amore che è nel “Cantico” nulla ha ripeto di carnale o sessuale, ma è spirituale e divinizzato.

Quella di Roberto Benigni appartiene al suo modo di intervenire, di pensa­re e al suo metodo di comunicare. Il mio è all’opposto del suo.

Al noto e bravo regista, sempre ben remunerato, gradirei che affrontasse problemi e problematiche più vicini ai suoi “officia” e lasciare agli stu­diosi della Bibbia, quanto, secondo il detto di Crsisto, dare a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio.

(per il Cantico, ho tenuto presente l’edizione di Alberto Martini, Napoli, 1860)

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