Cronaca News

Quale “rumore” per Taranto / Angelo Mellone: «Taranto deve ritrovare il sorriso»

Angelo Mellone
Angelo Mellone

Esordisce con una battuta: «Bisognerebbe dare la cittadinanza onora­ria o intitolare una piazza a Patricia Carli, la prima tarantina a vincere Sanremo nel ’64. E a Taranto probabilmente non lo sa­peva nessuno o quasi. Eravamo agli albori dell’industrializzazione e nessuno all’epo­ca si sognò di farne un’eroina. Oggi tutti diventano eroi in un paio di giorni».

Giornalista, scrittore, dirigente della Rai, Angelo Mellone è soprattutto un tarantino che da anni si sbraccia per proporre all’I­talia una Taranto da vivere e non la Ta­ranto mortuaria diventata il clichè di una certa narrazione ambientalista.

Dopo la vittoria al Festival, Antonio Diodato ha detto che a Taranto c’è bi­sogno di “rumore”. Di quale “rumore” secondo te ha bisogno Taranto?
Rumore? Un musicista fa melodia, non ru­more. Taranto ha bisogno di spartiti e di un’orchestra che suoni. Voglio dire che a Taranto c’è bisogno di progetti e di qual­cuno che li realizzi. Questa è la musica che ci vuole per Taranto. Il rumore mi rimanda al traffico, alla confusione, alle urla. Taranto ha bisogno di altro. Anche perché a Taranto si fa rumore da otto anni e questo rumore ha prodotto un disastro di immagineper la città. Ma perché non si può mai gioire, come per la bella vittoria a Sanremo, senza dover per forza trasci­narsi dietro l’immagine apocalittica della città?

Diodato, dopo Michele Riondino, una nuova icona “rivoluzionaria” per Ta­ranto?
Abbiamo una grande fortuna: due taranti­ni di successo che sono a pieno titolo nel mainstream. Uno che vince il Festival di Sanremo e l’altro che fa le fiction su Ra­iUno. Non c’è nulla di più istituzionale. Da dirigente Rai ne sono felicissimo. Ri­ondino e Diodato oggi sono pienamente inseriti nel sistema. Tutto ciò è molto pop e molto poco rivoluzionario. Questo per dire che se si lavora, se ci sono progetti, non c’è bisogno di fare vittimismo.

A proposito di progetti, entrambi sono gli organizzatori del Primo Maggio “li­bero e pensante” che, oggettivamente, è una manifestazione musicale che ri­chiama grande pubblico.
Del Primo Maggio ho sempre pensato bene e quest’anno ci vorrei anche anda­re, anche se ha finalità politiche che pos­so non condividere. È però un esempio di come si possano fare cose belle anche a Taranto e Taranto ha bisogno di cose bel­le. Penso anche alla Capitale della Cul­tura, ai Giochi del Mediterraneo. Taran­to deve diventare la capitale del sorriso, basta con la rabbia, con gli atteggiamenti ringhiosi. Io per metà sono genovese e Taranto ha l’equivalente del mugugno genovese. Ora bisogna voltare pagina, ci vogliono progetti, aperture. Che bello ve­dere il Castello Aragonese che addirittura apre all’enogastronomia o vedere le tante iniziative che si tengono al Museo. Que­sta è la strada che Taranto deve percorre­re. Non c’è più una barriera di omertà da forare, ora c’è da promuovere una nuova immagine della città, dobbiamo cambiare paradigma. Gli uomini che possono testi­moniare questo cambio di paradigma ce li abbiamo già: Diodato e Riondino. Taran­to deve entrare in una nuova fase, quella della meravigliosa rivoluzione delle cose da fare. Che bisogno c’è di fare ancora le barricate?

Con Riondino avete avuto parecchi scontri. Diciamo che ve le siete suonate per bene. Avete fatto la pace?
Io e Riondino siamo molto diversi, ma abbiamo fatto la pace. È un grandissimo attore e performer, ma in politica sono più bravo io…

Gli hai perdonato di aver fatto votare Cinquestelle per la chiusura dell’Ilva?
Prima di pensare ai peccati degli altri devo pensare ai peccati miei.

Dicevi delle cose belle da fare. Da diri­gente Rai hai un sogno, vero?
Sì, fare il Capodanno di Raiuno a Taran­to. Una settimana per far vedere all’Ita­lia le cose belle di Taranto e proporre un racconto diverso della città per uscire dal paradigma dell’apocalisse.

L’apocalisse è associata alla presenza dell’Ilva. In città da anni c’è chi ne in­voca la chiusura. Tu hai sempre avuto un’idea profondamente diversa.
La chiusura dell’Ilva è una follia, come è una follia la monocultura dell’acciaio. Resto dell’idea che sia stato un errore dare l’Ilva ad una cordata straniera, una multinazionale per la quale Taranto è solo un puntino sulla carta geografica. Avrei preferito una cordata italiana, in fondo… sono un patriota. Ma ormai sono mesi che non parlo più di acciaio. Tutto quello che avevo da dire l’ho detto. Non mi infilo più in certe polemiche che oggi sono total­mente ingoiate dagli odiatori dei social.

Dici, giustamente, che bisogna ribalta­re l’immagine negativa di Taranto. Il tuo romanzo “Fino alla fine”, però, ha un finale apocalittico. Perché?
“Fino alla fine” è un romanzo. Visionario e distopico. È esattamente ciò che vorrei non accadesse mai. “Fino alla fine” è la rappresentazione di un incubo. Taranto deve invece ritrovare il sorriso.

Come lo può ritrovare questo sorriso?
Martedì 18, per dirne una, sarò al Castello Aragonese parlerò proprio di storytelling del territorio. Da Manduria a Castellaneta e Laterza, Taranto ha doti naturali straor­dinarie da mostrare, ma bisogna ribaltare la narrazione. Taranto per otto anni è stata funestata dalla narrazione apocalittica di quelli che io chiamo ambientalqualunqui­sti. Ora serve una rivoluzione fondata sul­la bellezza, sul sorriso, sull’accoglienza e tutti abbiamo il dovere di collaborare.

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

2 Commenti
  1. Giuseppe 1 mese ago
    Reply

    Trovo molto interessante il concetto espresso con estrema chiarezza, come dubitarne, che Taranto abbia bisogno non di rumore, ma di sorriso; quel sorriso che predispone all’accoglienza e alla riscoperta del bello. Grazie Angelo per quello che fai per la nostra bellissima terra.

  2. Francesco Sini 1 mese ago
    Reply

    Cari giornalisti, il sorriso di Taranto e sfregiato. Prima di parlare dovreste viverci qui… fate più figura a fare silenzio. Rispettateci, cosa che non fate quando criticate il nostro dolore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche