Cronaca News

Processo “Ambiente svenduto”, le rivelazioni shock

La testimonianza di un ispettore del lavoro

Il processo Ambiente Svenduto (foto d’archivio)
Il processo Ambiente Svenduto (foto d’archivio)

La testimonianza dell’ispettore del lavoro Fernando Severini nel processo Ambiente Svenduto scoperchia una sorta di vaso di Pandora. Citato come teste dalla difesa di alcuni dei principali imputati, Severini, per 43 anni re­sponsabile della squadra di polizia giudiziaria dell’Ispettorato del La­voro di Taranto, ora in pensione, ripercorre le tappe principali di al­cune inchieste da lui condotte, de­lineando uno scenario a dir poco inquietante per l’ambiente marino. Situazioni che, da quanto emerge dalla testimonianza, non sarebbe­ro state oggetto di tutti gli appro­fondimenti e non sarebbero state prive di alcuni misteri. Qualcuno, ma non sa indicare chi, avrebbe posto un diktat del tipo quell’in­chiesta non s’ha da fare, bloccando non solo lui ma anche l’opera del magistrato inquirente. Da un fasci­colo sarebbe sparita un’informati­va (o Cnr, ossia la comunicazione di notizie di reato), “della quale ho copia” spiega Severini.

I fatti riferiti dal teste risalgono ai primi anni Duemila e ad un’in­chiesta avviata dal pm della Procu­ra di Taranto Vincenzo Petrocelli (deceduto nel 2012). “L’indagine iniziò su delega del pm Petrocel­li a novembre 2005 e si svolse in collaborazione con i carabinieri del Nil, Nucleo ispettorato del lavoro, al fine di verificare le condizioni ambientali e di salute dell’area im­prese dell’Arsenale. Effettuammo alcuni sequestri, l’ultimo dei quali riguardò un bacino in cui era in manutenzione un sommergibile. Fu l’ultimo atto perché poi l’inchie­sta fu bloccata, io dal pm Petrocelli e il magistrato non so da chi, ma ricordo che era molto amareggiato per questo. Successivamente il pro­cedimento fu frammentato”.

Che l’indagine sarebbe terminata presto gli sarebbe stato persino anticipato, da “alcuni informatori” dichiara il teste dai quali, prose­gue, “mi venne anticipato che sa­rei stato bloccato, cosa che poi in effetti si è verificata”. Per questa vicenda, aggiunge, “sono stato pe­nalizzato”.

Severini riferisce anche di conco­mitanze sospette, di “fatti abba­stanza pesanti” verificatisi in quel periodo, di intercettazioni emerse in un’altra inchiesta, spiegando che “il tutto si intrecciava con la presenza esterna della Scu”.

Rispondendo alle domande dell’avvocato Pasquale Annichia­rico e di altri componenti del col­legio difensivo, l’ispettore fa rife­rimento a “sostanze cancerogene”, nello specifico a “oli minerali, solventi, diluenti, policlorobifenile (pcb) proveniente da trasformatori elettrici”, oltre che a “notevolis­sime quantità di amianto un po’ ovunque” trovate durante i sopral­luoghi in alcune aree delle impre­se private dell’Arsenale. Una zona ispezionata, “per lo stato dei luo­ghi, veniva denominata Shangai”. La circostanza più preoccupante emersa dalla testimonianza è che i rifiuti “presenti sulla nuda terra, durante la pioggia, finivano in Mar Piccolo”. Nella descrizione, Seve­rini racconta di “terreni impregna­ti”, di “scarichi e canalizzazioni che riversavano tutto direttamente in mare, di analisi dei contenuti di canali e pozzetti che “rilevaro­no quantitativi di pcb un olio al­tamente cancerogeno”. Ma non è tutto. Le ispezioni, estese ai fonda­li, rivelarono anche altro. “In una giornata in cui nevicava – ricorda – i carabinieri del Noe si immersero. Fecero dei rilievi fotografici e dei filmati che documentarono la presenza sui fondali di rifiuti di ogni genere, trasformatori dielettrici vuoti e con i tappi aperti”.

Mentre i carotaggi, “misero in evi­denza che i sedimenti trovati sul fondo marino, a sei-otto metri di profondità, erano intrisi di sostan­ze altamente nocive, compreso il pcb”. Severini cita analisi e cam­pionamenti che evidenziarono la presenza di “piombo, mercurio e altre sostanze”, rilievi ed esami sulla presenza di sostanze conta­minanti di “falde acquifere, sot­tosuolo e terreni”. A corredo del­la sua deposizione, con l’ok della Corte d’Assise, il teste ha deposi­tato documenti di vario genere su parere unanime delle parti. L’esa­me, iniziato nell’udienza di merco­ledì, si è concluso ieri.

Si tratta di fatti datati sui quali, dice testualmente, “non sono mai stato chiamato a riferire”. Saranno il pm Mariano Buccoliero e la pre­sidente Stefania D’Errico a valuta­re se alcune circostanze riferite dal teste costituiscono possibili notizie di reato e quindi se il verbale vada trasmesso alla Procura. Intanto, l’obiettivo della difesa è stato quel­lo di evidenziare che la presenza in Mar Piccolo di diverse sostanze pericolose per l’ambiente e la salu­te non è attribuibile all’Ilva.

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