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Il tarantino che studia i segreti del Dna

Francesco Colizzi e la ricerca pubblicata su Pnas

Francesco Colizzi
Francesco Colizzi

Da Taranto a Barcellona, passando per la prestigiosa Scuola Inter­nazionale di Studi Superiori Avanzati di Trieste. Con un obiettivo: contribuire alla ricerca scientifica sul dna, dove si trova il patrimonio genetico, e per certi versi l’identità, di ciascuno di noi.

Un lungo percorso, quello di Francesco Colizzi.

Francesco Colizzi
Francesco Colizzi

Un percorso che merita di essere raccontato: una nuo­va testimonianza di come da Taranto, e dai suoi figli, pos­sano arrivare contributi alla cultura ed alla scienza.

Dopo la maturità al Liceo Aristosseno, indirizzo scien­tifico, Colizzi si è laureato in Chimica e Tecnologie Far­maceutiche a Bologna, dove ha svolto anche un dottora­to di ricerca.

Dopo l’attività post-dotto­rale alla Sissa, la Scuola In­ternazionale di Studi Supe­riori Avanzati di Trieste, si è quindi spostato all’Institute for Research in Biomedici­ne, l’Irb, di Barcellona. Ed in Catalogna, oltre che nel la­voro scientifico, il tarantino Colizzi è attivo, con incontri e seminari, nell’avvicinare i giovani studenti spagnoli delle scuole superiori alla ricerca.

Le sue ricerche lo hanno portato a visitare laboratori a San Francisco (Stati Uniti), in Quebec, nel Canada, nel­la svizzera Zurigo ed a Tel Aviv in Israele, oltre a parte­cipare ad attività di promo­zione degli studi scientifici a Cuba ed in Burkina Faso.

Nel novembre 2019 è stato pubblicato nella prestigiosa rivista Pnas, Proceedings of the National Academy of Sciences, organo ufficiale dell’Accademia delle Scien­ze degli Stati Uniti d’Ame­rica, un lavoro firmato dal prof. Giovanni Bussi e da Francesco Colizzi.

Una ricerca nata da un’intu­izione dei due studiosi della Scuola Internazionale trie­stina, e che si è sviluppata a partire da simulazioni fatte al computer. I calcoli sono poi stati confermati speri­mentalmente, coinvolgendo anche i laboratori dell’Uni­versità di St. Andrews, Gran Bretagna, diretti da Carlos Penedo e Malcolm Whi­te, e con l’aiuto di colleghi del Weizmann Institute of Science di Israele.

E’ stata fatta luce su uno dei meccanismi chiave della vita della cellula: l’apertura della doppia elica di dna. Sul sito della Sissa, ampio spazio viene dedicato alla ricerca: “Da casa a ufficio e viceversa. La strada è la stessa, eppure l’andata è più lenta del ritorno. Come mai? Colpa degli ostaco­li che l’automobilista trova usualmente sulla sua strada in quel tragitto, assenti inve­ce in quello opposto. Sosti­tuite la strada con i filamenti di dna e avrete colto il cuore della scoperta appena pub­blicata da un gruppo inter­nazionale di ricercatori sulla rivista Pnas. La doppia elica del dna è soggetta all’azione di specifiche proteine, de­nominate elicasi, che hanno il compito di separare i due filamenti affinché l’informa­zione contenuta nel genoma sia resa disponibile per una varietà di attività fondamen­tali per la vita della cellula. In altre parole, il dna è come un libro, per leggerlo biso­gna aprirlo! E le elicasi han­no il compito di aprire que­sto ‘libro’. Con questo lavoro i ricercatori hanno dimostra­to che le elicasi riescono a svolgere il loro compito più facilmente, e quindi veloce­mente, lavorando su uno dei due filamenti rispetto all’al­tro. La ragione, hanno spie­gato, sta nella composizione in basi azotate del tratto di dna. Com’è noto, nel dna le basi azotate sono 4 e costi­tuiscono l’alfabeto con cui è scritto il nostro genoma. Quando sul filamento oppo­sto rispetto a quello su cui scorre l’elicasi ci sono basi “ingombranti”, come l’ade­nina e la guanina, quest’ul­time urtano contro l’elicasi rallentando il processo. Se al contrario vi sono del­le basi “piccole”, come la citosina e la timina, il pro­cesso di apertura è più ra­pido. Questo, deducono gli scienziati, potrebbe signi­ficare che il genoma ha un ulteriore modo, finora non considerato, per regolare il flusso delle informazioni: infatti, l’informazione ge­netica legata alla direzione in cui l’elicasi procede più lentamente sarà letta meno frequentemente – con pos­sibili conseguenze sull’e­spressione genica.

La ricerca è stata svolta in un primo tempo con le si­mulazioni fatte al computer. Le predizioni così ottenute sono state poi confermate sperimentalmente. Lo stu­dio è nato da un idea di due scienziati della Sissa, il professor Giovanni Bus­si e Francesco Colizzi, che nel frattempo si è spostato all’Institute for Research in Biomedicine (IRB Barcelo­na), Spagna, ed ha coinvolto i laboratori guidati da Carlos Penedo e Malcolm White, dell’University of Saint An­drews, Gran Bretagna, in­sieme ad altri collaboratori”.

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