10 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 10 Maggio 2021 alle 15:20:57

News Spettacolo

Carlo Buccirosso: «Tratto i problemi sociali con ironia. E mi diverto»

Intervista all’attore in scena all’Orfeo per la stagione Casavola

Carlo Buccirosso
Carlo Buccirosso

«Siamo tutti a Sud di qual­cuno», diceva Luciano De Crescenzo, napoletano come Carlo Buccirosso, uno degli attori partenopei più amati dal grosso pubblico e ospite oggi, 27 febbraio, al teatro Orfeo con “La rot­tamazione di un uomo perbene”, uno dei titoli più attesi della rassegna tea­trale a cura dell’associazione culturale “Angela Casavola”, con la direzione artistica di Renato Forte.

Buccirosso e una corsa ad ostaco­li, per piegare le ultime resistenze di un teatro che replicava se stesso e le compagnie di giro.

«Non voglio metterla sul piano del campanilismo – dice Buccirosso – ma per un artista del Sud, conquistare una piazza importante come Milano, è una grande soddisfazione: entrare in abbonamento al “Manzoni” e aprirne la stagione, mi riempie d’orgoglio».

Attore, autore e regista napoletano, noto per ruoli comici e brillanti, diret­to al cinema anche in un ruolo “serio” dall’Oscar Paolo Sorrentino (Il Divo), Buccirosso parla delle sue soddisfa­zioni professionali.

«Dovessi dirla tutta – dice – penso di essere migliorato come autore: ho al­zato l’asticella, tratto problemi sociali con la giusta ironia, che poi è la cifra che più di altre scatena il ragionamen­to nel pubblico; mi diverto perché di­verto, penso di aver azzeccato tutto: si ride tanto, ma in sala a volte cala silenzio totale; nonostante il teatro sia pieno quasi non avverti la presenza del pubblico, tanto questo è immerso nella tensione che scatena la storia».

Proprio una bella scommessa essersi messo in gioco in veste di attore, auto­re e regista. «Penso di aver compiuto – dice – un altro passo avanti nella mia crescita in veste di autore e regista: su un personaggio, una regia, puoi ragio­nare; su una scrittura, una sceneggia­tura, dunque un’idea, il guizzo iniziale e poi, a seguire, i personaggi, i dialo­ghi, se non hai fantasia e capacità nel tradurre quello che ti passa per la te­sta in un primo e secondo atto, colpi di scena e contenuto finale compresi, puoi sbatterti quanto vuoi non riuscirai mai a fare qualcosa che ti lasci vera­mente soddisfatto».

“CRITICO CON ME STESSO”
Buccirosso e il senso dell’autocritica. «Se non mi vedo al massimo, me lo dico: invece è da un po’ che mi do una pacche sulla spalla, tiro fuori cose che avevo dentro e che necessitavano di essere riportate dall’idea al copione; credo di avercela fatta: sarà il tempo a dire quanto sia maturato in veste di regista, attore e autore». Il ruolo di autore pare intrighi sempre più Buccirosso. «L’ideale sarebbe riu­scire a dare allo stesso modo il massi­mo nella triplice veste di autore, attore e regista; dovessi fare una disamina, sicuramente il ruolo di autore penso stia registrando passi avanti più de­cisi: non voglio ripetermi, ma se non fossi così convinto di quello che scri­vo e porto in scena, non mi gioche­rei tutto per un atto di testardaggine; centosessanta piazze con “Colpo di scena”, portata a Taranto nel marzo dello scorso anno, rappresentano una grande soddisfazione: il “Manzoni” di Milano, l’“Alfieri” di Torino, il “Duse” di Bologna, l’“Augusteo” di Napoli».

Volendo mettere ordine alle preferen­ze di Buccirosso. «Teatro, cinema e tv in quest’ordine; vengo dal teatro, an­che se il cinema mi ha dato popolarità, la tv – peggio per lei – è arrivata col contagocce; diciamo che se ne sono accorti in ritardo: in una recente se­rie televisiva per Raiuno interpreto un procuratore della Repubblica, un per­sonaggio serio, ma dal quale emerge anche il mio tratto ironico: bravo Fran­cesco Amati, il regista, uno attento, pignolo; mi lascio guidare volentieri da uno che conosce il suo mestiere, e penso che in questo lavoro televisivo, lui come regista, io come attore, ab­biamo dato il meglio».

DA “SPALLA” A PROTAGONISTA
Buccirosso, insieme con Salemme, Casagrande, Izzo e altri, ha impresso una svolta e fatto riguadagnare posi­zioni all’arte comica di un tempo, Totò, Eduardo e Peppino De Filippo, per in­tendersi. C’è qualcosa che Bucciros­so invidia, comunque, a quei tempi. «Spensieratezza e audacia, sembrava ci fosse tutto e, invece, non c’era nien­te; anni in bianco e nero e non solo sullo schermo, c’era voglia di ribaltare la fame, restituire il sorriso a un Paese che provava a dimenticare la guerra».

Da comprimario a protagonista. «Pos­siamo dire anche “spalla”, non la riten­go un’offesa: non ci fosse stato Pep­pino non avremmo avuto quel Totò, la gente ha scoperto così la grandezza di De Filippo. Per quanto mi riguar­da, penso sia accaduto tutto normal­mente, tanto che se mi chiedessero quando ho avvertito questo scatto re­pentino in avanti, non saprei dire: più di una maturazione, ho avvertito una consapevolezza, quando ho deciso di mettermi in gioco a tutto tondo: atto­re sì, ma anche regista e autore. For­se, ma questo non assuma il tono di una polemica, qualcuno non si stava accorgendo che nel frattempo la mia crescita reclamava altro spazio».

Buccirosso regala una formula per restare in buoni rapporti con i colle­ghi, semplice, ma efficace, secondo il regista-attore napoletano. «Il tele­fono. Una persona è distante appena uno squillo, prendi il cellulare e chia­mi: “Pronto?”. Il mio telefono squil­lava e squilla tuttora, ma il più delle volte non sono colleghi. A proposito di telefono, sono arrivato nei circuiti importanti senza sollecitare una sola “segnalazione”, le raccomandazioni si chiamano elegantemente così: all’ini­zio non comprendevo certe dinami­che, al terzo lavoro, spontaneamente, sono arrivati gli spazi anche per la mia compagnia, evidentemente era solo questione di tempo».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche