03 Dicembre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 03 Dicembre 2020 alle 06:55:48

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E Adriano Celentano saltò in sella…

Fedele Cianciaruso, pensionato Ilva e tarantino verace, ricorda un’altra Taranto

Adriano Celentano (foto “Archivio Casa del Disco - De Fazio”)
Adriano Celentano (foto “Archivio Casa del Disco - De Fazio”)

Fedele Cianciaruso, settantadue anni, pensionato Ilva, tarantino ve­race, ricorda tutto. Ancora oggi fa lunghe passeggiate per altrettante chiacchierate con i suoi amici. Un po’ in Città vecchia, cuore della sua Taranto, un po’ nella Città nuova.

Gli Anni sessanta, quando batteva forte il cuore, sono gli anni che Fe­dele ama ricordare. E non impor­ta che in una delle tante famiglie numerose, non ci fosse benessere. C’era la scuola dell’obbligo, ma era anche obbligatorio «portare il pane a casa». E allora, appena ra­gazzino, Fedele, nato in via Pita­gora 42, un soffio da via Cavour, si industriava. «Facevo il garzone di bottega – ricorda – lavoravo in un bar, portavo i caffè nelle attività vicine, poi il salto nella scala “so­ciale”: ricordo come se fosse ieri, il “Marco Aurelio”, uno dei ristoranti più celebrati di Taranto; tavolini e sedie potrebbero raccontare storie illustri, se solo ci fosse stato un fo­tografo ad immortalare tutti quegli artisti di passaggio da Taranto che, però, facevano teatro, spettacoli musicali».

Fedele è un fiume in piena, una memoria da elefante, ricorda “don Ciccio, ‘u principale”. «Ero il fac­totum – sorride – ero trattato da ometto e per un ragazzino di otto, nove anni, questo era motivo di or­goglio: aiutavo a sistemare tavoli e sedie in attesa dei clienti».

Le star del cinema, della tv, del teatro. «Un giorno entrò Primo Carnera – ricorda Fedele, che si spiega a gesti – na quant’era: una montagna, un problema farlo ac­comodare, le gambe cacciavano a stento sotto il tavolo; non era più il pugile acclamato quando metteva al tappeto chiunque lo sfidasse su un ring; a Taranto era venuto per prendere parte a una delle tante esibizioni in qualità di lottatore: negli ultimi anni di attività era di­ventato un’attrazione; era ancora muscoloso, faceva paura, volevo stringergli la mano per poi rac­contarlo a casa, ma anche ai miei compagni di scuola: “Ho stretto la mano a Carnera!”.

Mi avrebbero creduto? Chi può dirlo. Fatto sta che dopo pranzo, Carnera doveva ritirarsi in albergo prima di essere accompagnato al “Mazzola” dove avrebbe avuto un incontro di lotta».

ALTRO CHE SCARPINI!
Un paio di ricordi legati alla “mon­tagna che cammina”. «Alloggiava al “Miramare”, albergo a un centi­naio di metri dal “Marco Aurelio”; mi feci spazio fra la gente che chie­deva autografi, spostai qualcuno con un gesto di forza e la strada che avrebbe dovuto fare gliela indicai io: non ti puoi sbagliare – gli davo del “tu”, benedetta ingenuità – non la prima, la seconda traversa, quella è via Roma, non appena giri trovi il “Miramare”; prima del conto, Car­nera aveva chiesto se ci fosse stato qualche ciabattino da quelle parti in grado di riparare i suoi stivaletti da combattimento: calzava più del 50, non sembravano scarpini, bensì mezzi da sbarco; don Ciccio, il ti­tolare, si mise a disposizione e me li fece portare da Meste Dunàte, un calzolaio di quelli di un tempo; aveva la sua attività in via Pitagora in quattro e quattr’otto ricucì quegli stivaletti, tanto da sembrare nuovi».

Altro aneddoto. «Amedeo Nazza­ri – riprende Cianciaruso – anche lui un “armadio”, lo accompagna­va una donna, molto carina, ma sembrava fosse la metà di lui; l’at­tore, affascinante, un paio di baf­fetti curati, un sorriso smagliante, un’aria bonacciona: era venuto a mangiare lì perché glielo avevano consigliato al teatro Orfeo, dove in serata avrebbe avuto uno spet­tacolo teatrale; all’epoca a Taranto arrivavano tutti i grandi attori e i grandi cantanti, c’era gente matta per gli artisti e quasi li scortava dal teatro al ristorante, dal ristorante all’albergo: gente alla buona, i ta­rantini erano fatti così, pur di dire ad amici che avevano sorseggiato un caffè con Nazzari, se ne stavano buoni fuori dal ristorante e, a fine pranzo o cena, venivano in qualche modo accontentati; infine la saggia raccomandazione di don Ciccio: “Avete preso il caffè con Amedeo Nazzari? Appo’, mo no’ date cchiù fastidio!”».

«MO VENGO!», SI’ ADRIANO
Un ricordo di Adriano Celentano, da non crederci. «Quando veniva­no a Taranto i grandi cantanti, in­contravano la gente, firmavano le copertine dei 45 giri; quelli anda­vano di moda un tempo, non come adesso, i ciddì – anche quelli più o meno superati, Fedele… – che non hanno nemmeno lo spazio per uno scarabocchio: anche Celentano era ospite di uno spettacolo al teatro Orfeo; non ricordo se stessero fa­cendo le prove o cantava pomerig­gio e sera, ma finito di pranzare, un suo agente pagò il conto e Adriano si alzò, agitò le braccia, come a sa­lutarci, e ci disse “Mo vengo!”; era una battuta, ma qualsiasi cosa aves­se detto il Molleggiato sicuramente avremmo riso, è un personaggio: e non è finita, uscito dal locale pensi che arrivi una fuoriserie a prelevar­lo e ad accompagnarlo a teatro; un taxi, tanto che ti guardi attorno e ti chiedi come faccia a tornare a tea­tro, semplice: in bicicletta! Spiazza tutti, salta sul sellino e ci lascia sbi­gottiti e, tanto per cambiare, “Mo vengo! Aspettatemi qua!”, una sa­goma…».

Non è finito il racconto di Fede­le. Anche lui, in quanto a ricordi, è impressionante. Ha promesso di sfogliare ancora con noi il suo al­bum di ricordi.

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