10 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 09 Maggio 2021 alle 22:30:25

Ignazio Silone
Ignazio Silone

Sono trascorsi 120 anni dalla sua nascita dal­la nascista di Ignazio Silone. Era nato a Pescina dei Marsi, in provincia dell’Aquila, il 1° maggio del 1900 e morto a Ginevra il 22 agosto del 1978. Recentemente come Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” abbiamo pubblicato un testo (dal titolo Spirito e veri­tà. Lettere inedite di scrittori contemporanei, Csr) nel quale compaiono due lettere inedite di Silone indirizzate, appunto, a Grisi. Due lettere che han­no un valore sia etico – lette­rario sia ideologico se si pen­sa che in una di queste lettere si legge: “…è piuttosto raro trovare in Italia un critico che sappia leggere e che avvicini un autore senza preconcetti estetici o ideologici”. Un se­gno importante che definisce sostanzialmente un percorso culturale. Le lettere risalgono al 1957 la prima e al 1966 la seconda. Uno scrittore che ha raccontato il radicamento alla terra, l’appartenenza, ha “disegnato” il paesaggio dei suoi paesi e di un mondo che la memoria costantemente ri­percorre.

Da Fontamara a Severina. Ignazio Silone, lo scrittore della Marsica e dei cafoni, del cristiano senza chiesa, del­la terra come appartenenza, della nostalgia sempre asso­pita, della solitudine ancorata alla parola, della realtà che di­venta storia, del superamento di quel comunismo che è sta­to vissuto non solo come tra­dimento ma come indefinibile incoscienza, di quella “usci­ta di sicurezza” che ha per­messo di catturare non solo la libertà ma anche il senso della libertà. Silone è stato comunista. Anzi è stato uno dei fondatori del comunismo e ne conosceva gli orrori e le sciagure, le finzioni e le ma­schere. Quando si rese conto che la sua storia incamerava l’oppressione dell’uomo ha tentato di guidare quell’uscita di sicurezza che lo ha condot­to fuori le mura di quella in­consapevole bugia.

Palmiro Togliatti su “Rinasci­ta” dell’agosto – settembre del 1951 scrisse di Silone: “Quan­do Silone se ne andò, anzi fu messo fuori dalle nostre file (per conto suo ci sarebbe ri­masto per dir bugie e tessere l’intrigo), l’avvenimento con­tò. Silone ci aiutò, in sostan­za, non solo a approfondire e veder meglio, discutendo e lottando, parecchie cose; ma anche a riconoscere un tipo umano, determinate, singolari forme di ipocrisia, di slealtà, di fronte ai fatti e agli uomini”. E il confronto che Togliatti tesseva in quell’articolo era tra Vittorini e Silone. Entrambi “fuoriusciti” dalla casa madre del comuni­smo ed entrambi “illusi” ini­zialmente che nel comunismo potesse nascondersi il barlu­me della libertà. Pura illusione e mero inganno.

Da quel romanzo che raccon­ta i suoi paesani (i fontama­resi) al destino “religioso” di Severina. E’ un viaggio lungo, nel corso del quale l’avven­tura dell’uomo diventa prima l’avventura di una politica il cui disegno ideologico si è consumato in uno scontro tra fede e libertà e poi l’avventu­ra dello scrittore che ha attra­versato il fiume della politica stessa attraverso i codici e le definizioni della letteratura.

Fontamara è certamente il romanzo rivelazione. E’ il ro­manzo dell’appartenenza alla terra, al suo Abruzzo, oltre ad essere il romanzo di una ini­ziazione a un processo narra­tivo che non sopprime mai l’io narrante. Questo io narrante assorbe la contestualità non solo di una realtà storica ma soprattutto di una “territoria­lità” esistenziale.

Nella Prefazione al romanzo Silone avverte: “Un villaggio insomma come tanti altri; ma per chi vi nasce e cresce, il cosmo. L’intera storia univer­sale vi si svolge: nascite morti amori odi invidie lotte dispe­razioni”. Questa è Fontama­ra. Una comunità, un paese, dove “La lingua italiana è per noi una lingua imparata a scuola, come possono es­sere il latino, il francese, l’e­speranto”. Ma, soprattutto in letteratura, “ognuno” ha “il di­ritto di raccontare i fatti suoi a modo suo”.

E’ questo il Silone di Fontama­ra che troviamo poi in Pane e vino e nella edizione riveduta di Vino e pane. E’ questo il Si­lone de Il seme sotto la neve, di Una manciata di more, de Il segreto di Luca, de La volpe e le camelie, de L’avventura di un povero cristiano, di Se­verina. E’ il Silone di Uscita di sicurezza e dei suoi saggi. La realtà e il sogno sembra­no incontrarsi con la favola. “Un bel sogno”. “Una bella favola”. In Vino e pane: “Un bel sogno… I lupi e gli agnelli pascoleranno assieme nello stesso prato. I pesci grossi non mangeranno i pesci pic­coli. Una bella favola. Ogni tanto se ne sente riparlare”.

Ma cosa era la politica per Silone? Come la intendeva? Una manciata di more è una dichiarazione non riluttante che mette a confronto, al di là del gioco – destino dei perso­naggi, l’uomo con la politica. In un discorso tenuto a Milano nel 1949 Silone sottolinea: “…Nella nostra attuale posizione è implicita la confessione del­le sconfitte politiche subite; noi siamo certamente le per­sone che sono state più scon­fitte”. Ma Silone si aggrappa costantemente all’utopia: “Se l’utopia non si è spenta, né in religione, né in politica, è perché essa risponde a un bisogno profondamente radi­cato nell’uomo. (…) La storia dell’utopia è perciò la storia di una sempre delusa speranza, ma di una speranza tenace. Nessuna critica razionale può sradicarla, ed è importante saperla riconoscere anche sotto connotati diversi” (da L’avventura di un povero cri­stiano).

L’utopia e l’eresia sono un in­treccio non di valori ma di si­gnificati esistenziali. Trovano una loro esplicazione ultima proprio in Severina. Un ro­manzo postumo e incompiuto ma non minore nella produ­zione siloniana. Severina è la testimonianza del dolore ma anche dell’amore. Silone fa dire a Severina: “Io penso che non bisogna temere il dolo­re. Vi è un dolore inevitabile, inerente alla stessa condizio­ne umana, e quello bisogna saperlo affrontare e diventa­re suo amico. Non bisogna temere, io penso, neppure la disperazione; perfino Gesù all’inizio della sua intermina­bile agonia, dell’agonia che ancora dura, si credè abban­donato ed ebbe un istante di scoraggiamento”.

Il finale di Fontamara (“Dopo tante pene e tanti lutti, tante lacrime e tante piaghe, tanto odio, tante ingiustizie e tanta disperazione, che fare?”) ri­specchia questa cesellatura ponendosi una domanda alla quale risponde la frase citata di Pier Celestino alla quale Severina risponde a sua vol­ta con l’eresia per tentare di sconfiggere quel cristianesi­mo diventato ideologia.

Silone si annovera tra quelle coscienze inquiete (sul piano umano e culturale) che han­no caratterizzato e segnato il Novecento letterario italiano. Uno scrittore che non aveva mai perso il senso dell’indi­gnazione. Sino alla fine. Il suo ultimo romanzo (si deve molto di questo romanzo alla mo­glie Darina) è una confessione che richiama anche uno stile di vita.

Proprio in questo ultimo ro­manzo si legge: “Non perde­re mai la nostra indignazione morale di fronte all’ingiustizia. Non abbandonare mai la ri­cerca della verità, neanche in mezzo alla notte oscura. Per strada ritroveremo Cristo, che è la verità. Qualsiasi cosa av­venga, coloro che conserve­ranno intatta, in fondo all’ani­ma, la fede nei sacri principi della vita saranno i più forti”. Severina è un personaggio metafora che chiude la pa­rabola non solo letteraria di Silone ma anche esistenziale.

Oltre ogni steccato politico resta lo scrittore: quel Silone così eretico è così tanto biso­gnoso di speranza. Non c’è perdizione ma una costante penetrazione nel vissuto Cri­sto logico che ha comunque, anche qui, di un richiamo fortemente paolino. Forse in questa battuta il tutto della sua vita: “Per darsi, bisogna anzitutto possedersi”. E poi in quest’ultimo accenno di Se­verina a suor Gemma: “Spe­ro, suor Gemma, spero. Mi resta la speranza”. Un biso­gno forte d’amore. E lo si nota anche in Ed egli si nascose. Qui la speranza e l’amore de­vono fare i conti con la dispe­razione e con la follia. Ma il tutto si risolve. C’è la costante ricerca della libertà. Dice Fra Celestino ad Annina (nel testo appena citato): “Non dispera­re, Annina. Chi ama non può disperare”. E Annina in un’al­tra circostanza pronuncia a Don Paolo – Pietro Spina: “… l’amore è follia”.

Così in Severina. Un libro che è un diario e si lascia leggere, quest’ultimo, come la memoria in viaggio di uno scrittore. Insomma Silone nel suo ultimo scritto attraversa a frammenti la sua vita e la sua letteratura. Se si andas­se a leggere attentamente quel capitoletto dal titolo: “et in hora mortis nostrae”, sem­pre del romanzo in questione, ci si renderebbe conto della vera forza eretica espressa da Silone. Così: “Il cristia­nesimo ufficiale è diventato un’ideologia. Solo facendo violenza su me stesso, potrei dichiarare di accettarlo; ma sarei in malafede”.

Un Ignazio Silone dunque che è lontano dall’ideologia ma è lontano anche dalla fede come cultura. L’eretico di Fontamara, del libro dedicato a Celestino IV e del romanzo che centralizza la figura di suor Severina è oltre ogni vi­sione politica.

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