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Legambiente: «Fatto un grosso passo indietro»

Critiche al nuovo accordo Mittal-commissari

ArcelorMittal
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“Nell’accordo tra Governo e Mittal, per quello che abbiamo potuto leggere nell’i­stanza dei Commissari di Ilva in AS e in attesa di poter esaminare il testo integrale, si indica che, a fronte del nuovo Piano Industria­le, sarà necessaria “la modifica e/o integrazione del Piano Ambientale coerentemente con il nuovo Piano Industriale. La nuova Aia dovrà includere un parere favorevole di compatibilità ambientale e, ove richiesto, un parere favorevole di compatibilità sanitaria oppure l’e­sito positivo di una procedura di valutazione del danno sanitario”. Ove richiesto? Da chi? Da Mittal? Dal Ministro per l’Ambiente? Dal Sindaco di Taranto? Un parere fa­vorevole? E chi lo dovrà rilasciare? Valutazione del danno sanitario? Preventiva o a posteriori? Bizanti­nismi, termini vaghi, aperti a mille interpretazioni. Da nessuna parte viene chiaramente specificata l’ob­bligatorietà di effettuare una va­lutazione preventiva dell’impatto ambientale e sanitario, valutazione peraltro posta a base del riesame dell’attuale Aia annunciato a mag­gio dell’anno scorso dal Ministro dell’Ambiente Costa e finito su un binario morto. Un grosso passo in­dietro”. Così Legambiente in una nota.

“Non solo: si specifica che il com­pletamento degli interventi Aia è previsto nell’ambito del Nuovo Piano Industriale (2020-2025). In­dicazione ambigua che configura la possibilità di uno slittamento produrre senza rischi inaccettabili per la salute, sia che, al termine dei prossimi 9 mesi, ci siano ancora i Mittal, sia che, come in un gioco dell’oca, si sia tornati al punto di partenza. Ribadiamo la assoluta necessità ed urgenza di una va­ lutazione che consideri e valuti anche le attuali emissioni inqui­nanti per determinare se e quanto si può produrre con gli attuali im­pianti, prima del completamento degli interventi previsti dal Piano Ambientale, senza ledere il diritto alla salute dei cittadini di Taranto. Senza queste premesse la tutela della salute resta di fatto affidata alle ipotesi di chiusura dell’area a caldo o dell’intero stabilimento. Si convinca di questo anche quel­la parte del mondo sindacale che guarda con diffidenza allo stru­mento della VIIAS (la valutazio­ne integrata preventiva dell’impat­to ambientale e sanitario) che, per noi, resta la bussola cui affidarsi. Nell’accordo, per quanto indica­to nell’istanza dei Commissari di Ilva in AS, si fa riferimento ad un nuovo piano industriale indicando che lo stesso prevede: utilizzo di preridotto, realizzazione di forno elettrico, rifacimento dell’altofor­no AFO5 da avviare subito, livello di produzione a regime pari a 8 mi­lioni di tonnellate di acciaio. Detto così, più che un piano sembra uno schizzo, un’intesa di massima che lascia indefinito quanto acciaio si produrrà in modo tradizionale, col ciclo integrale basato su carbone, cokerie, agglomerato, cioè con gli impianti più inquinanti.

Diverse, e molto più dettagliate, sono state le anticipazioni fornite dagli organi d’informazione che hanno fatto riferimento – tra l’altro – a due forni elettrici da cui deriverebbe una produzione di 2,5 milioni di tonnellate di acciaio, alla chiusura di una linea dell’agglomerato, di alcune cokerie, di due altoforni. Non sono dettagli di poco conto, ma elementi essenziali per com­prendere quanti passi ci si prefigge di fare davvero sulla strada di una preannunciata graduale decarbo­nizzazione. Non vorremmo che la montagna partorisse alla fine un topolino. “Menare il can per l’aia”, significa “Mandare le cose in lun­go per non venirne a conclusione”. E’ inevitabile pensarlo in merito ad un accordo che, a fronte di tante indeterminatezze, specifica però bene la somma – 500 milioni di euro – che Arcelor Mittal dovrà versare in caso di recesso e la data, il 31 dicembre 2020, entro cui po­trà scegliere di restituire l’azienda ai Commissari di Ilva in As”.

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