09 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 09 Maggio 2021 alle 08:03:03

Cronaca News

Milano e quello strano silenzio

Una città che sembra piombata in un’altra dimensione

Milano e quello strano silenzio (Foto da adnkronos.com)
Milano e quello strano silenzio (Foto da adnkronos.com)

La yogurteria sotto casa, abi­tualmente frequentata dai ragaz­zini per la sosta golosa prima di fare un giro in Gae Aulenti, è desolatamente vuota: “Mai vista una cosa del genere”, mi raccon­ta il proprietario, messinese, non ancora trentenne. “Provo a strin­gere i denti e a tenere aperto – aggiunge con orgoglio – ma non oso immaginare come affronte­ranno la situazione pub e risto­ranti che hanno tanti dipendenti”.

Il coronavirus sta mettendo a dura prova la capacità di resi­stenza e di reazione di Milano, la più europea delle città italiane.

Il quartiere Isola, situato alle spalle dei grattacieli di Porta Nuova e a due passi dal bosco verticale progetto dall’archistar Stefano Boeri, è pieno di loca­li dove si danno appuntamento gli studenti universitari; in via Borsieri c’è anche il famoso Blue Note in cui si sono esibiti i migliori jazzisti del mondo. Il vociare di migliaia di persone è la colonna sonora di queste vie sempre affollate, ben oltre la mezzanotte. Fino a qualche giorno fa questa era la normali­tà. Ora questa zona, come tutta la città, sembra essere piombata in un’altra dimensione. La sera, tutt’intorno, è calma e silenzio. Per strada i pochi volti che in­crocio risultano familiari perché si tratta dei residenti che fanno rientro nelle rispettive abitazioni dopo aver fatto un salto al super­mercato o in farmacia.

A poche centinaia di metri da qui si trova l’avveniristica sede della Regione Lombardia, il quartier generale da dove si coordinano gli interventi per fronteggiare l’emergenza sanitaria. Volgendo lo sguardo in direzione corso Como si intravede porta Garibal­di, la stazione ferroviaria presa d’assalto da molti meridionali che sono tornati a casa.

Per tanti che sono partiti, tan­tissimi altri sono rimasti. In un caso ha prevalso l’istinto, nell’al­tro la razionalità o l’impossibi­lità di spostarsi. Di più non mi sento francamente di aggiungere e tanto meno di giudicare. Mi li­mito a raccontare la mia scelta: non mi sono sognato neanche per un solo istante di lasciare Milano e tornare a Taranto.  Per due motivi. Il primo è che le leggi e le ordinanze si rispettano anche quando non ci piacciono o contrastano con le nostre aspet­tative. Il secondo, non meno im­portante, è che rimanere nella città in cui vivo e dove studiano i miei figli mi è sembrata la scelta naturale da compiere. I parenti e gli amici si possono raggiungere telefonicamente o via Skype. Lo scenario è sì drammatico ma non è la fine del mondo. Bisogna solo avere pazienza ed aspettare.

E così le giornate scorrono via lentamente.

C’è spazio per rimettere in ordi­ne la casa, per dedicarsi a buone letture e fare lunghe passeggiate in una città comunque bellissi­ma. Ho approfittato dell’evento imprevedibile – il “cigno nero” lo chiamerebbe il filosofo Nassim Nicholas Taleb – per fermarmi a ricaricare le batterie. Niente di straordinario, insomma.

C’è invece un altro aspetto, cer­tamente più interessante delle mie abitudini, che merita di es­sere sottolineato. Mi riferisco all’odio e al disprezzo che an­che in questa tragica circostanza hanno alimentato il dibattito sui social. Pensavo che di fronte ad un problema così grave gli odia­tori di mestiere e i fanatici di ogni ideologia e setta avrebbero fatto un passo indietro. Ammetto di essermi sbagliato. Aver preso a pretesto la condizione di estre­ma vulnerabilità in cui versa il sistema sanitario lombardo per fare propaganda politica – nord contro sud, questo leader contro quell’altro – è da irresponsabi­li. Perché a ben vedere sono gli stessi ospedali che normalmente curano – e quasi sempre con ot­timi risultati – non solo i mila­nesi, i bergamaschi e i bresciani ma anche i leccesi, i casertani, i palermitani, i tarantini.

Non è forse questa la forza del­la sanità italiana che tutti ci in­vidiano? Se solo seguissimo le indicazioni del presidente della Repubblica sarebbe tutto più semplice. Perché questo è il mo­mento, stando tutti dalla stessa parte, di rispettare le regole e di dire grazie a medici, infermieri e personale sanitario per il loro straordinario impegno.

 

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